Sono passati un po’ di anni da allora ma non dimenticherò tanto facilmente una faccenda così bizzarra. Juan Diego Hernandez era il miglior studente della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università. La sua famiglia era ricca e lui avrebbe potuto benissimo studiare negli States ma la sua passione per l’arte l’aveva spinto ad insistere con i suoi genitori perché gli permettessero di trasferirsi in Italia. Al quinto anno di studi era tirocinante presso la divisione di Medicina Interna dell’ospedale S. Francesco. I medici, i chirurghi e gli anestesisti della divisione non ricordavano a loro memoria uno studente così brillante, geniale e perspicace e si era ormai diffusa la voce in tutto l’ospedale che diverse volte in sala operatoria Juan Diego aveva tolto dai casini qualche chirurgo e addirittura il Primario. Per lui l’ìntestino non aveva segreti… sembrava quasi che avesse partecipato col Padreterno al suo progetto. Pensate che prima di entrare in sala operatoria, soltanto con un’occhiata al paziente da operare, riusciva a capire quanto lunghe fossero le sue budella. Gli infermieri ed anche qualche medico avevano preso ormai l’abitudine di scommettere sui suoi pronostici con scarti di pochi centimetri. Si era creata in poco tempo una “lotteria del colon” (l’avevano chiamata proprio così) la cui eco era giunta anche alle orecchie del Direttore Sanitario il quale, senza prendere troppo sul serio la cosa, aveva suggerito al Primario di far cessare le voci di quella stronzata del totocrasso o cosa fosse. Al di fuori dell’ospedale e dell’università Juan Diego conduceva una vita piuttosto tranquilla. Viveva, come quasi tutti gli studenti, nel magnifico centro storico che era il cuore dell’antica città condividendo un piccolo appartamento con due belle ragazze allieve dell’accademia teatrale. Il fatto che fossero molto carine non lo sfiorava neppure. La sua unica passione era un determinato tipo d’arte figurativa. Egli era appassionato di pale d’altare e non v’era chiesa della città che non conoscesse fin negli angoli più remoti. Nei week end riempiva il suo zaino e con la fedele macchina fotografica appesa al collo prendeva il treno per visitare altre chiese in altre città. Non era assolutamente religioso, anzi, diverse volte si era definito ateo e spesso litigava con i parroci delle chiese che trovava chiuse o nelle quali si attardava a scoprirne i segreti.
Non si sa
con precisione quando ebbe inizio la cosa. Di fatto, da un giorno all’altro
accadde. Innanzi tutto cominciò ad arrivare in ritardo alle lezioni quando gli
studenti stessi lo avevano veduto in perfetto orario ai giardinetti di fronte
alla facoltà, e lo stesso accadeva all’ospedale. Juan Diego anziché entrare si
aggirava per le aiuole come in cerca di qualcosa. Soprattutto lo si sorprendeva sorridente all’arrivo
di qualche bel cagnolino al guinzaglio. In breve la stima e la simpatia che
tutti provavano per il giovane messicano svanì
per lasciare il posto ad una profonda repulsione. Infatti l’eccellente
studente si era appassionato ad un intrattenimento tutto suo che consisteva innanzitutto nel
pedinare gli ignari cagnolini che si apprestavano ai bisogni. Una volta
individuate le feci, inizialmente di nascosto ma con il passar del tempo senza
più remore, il giovanotto balzava con un piede su di queste e trascinandolo
sull’asfalto dei vialetti tracciava una croce, tornando ad inzuppare la suola
appena questa difettava di materia. In breve quest’abitudine lo rese
intollerabile in qualsiasi luogo chiuso mettesse piede. In pochi giorni il
vizio fu palese e sulla bocca di tutti. Quello che non era di pubblico dominio
era che Juan Diego cercava qualcosa di
sempre più grande. Non gli bastavano più i volpini, né i pastori né gli alani.
Alle volte si indaffarava per radunare
le feci di più cani e fu allora che attirò l’attenzione dei vigili urbani che
non sapevano di preciso per cosa multarlo.
Un giorno accadde il peggio. Ci
si preparava per una resezione intestinale e la caposala stava ordinando ad una
giovane infermiera il clistere al paziente. Come normalmente pedinava i cani,
Juan Diego si mise sulle tracce dell’infermiera. Il paziente era stato portato
nel bagno e attendeva un po’ preoccupato che gli fosse fatto il lavaggio
intestinale. Costui era enorme, evidentemente obeso ed era finito in pronto
soccorso probabilmente dopo una colossale indigestione. La vista della graziosa
ragazza e del dottorino sorridente che la seguiva confortarono il ciccione che
salutò ambedue distintamente. L’infermiera si accorse del tirocinante ed ebbe
il tempo di dire: “oh, dottor Hernandez
cosa….” In quel punto l’estintore le rovinò sulla testa lasciandola
mezza morta sul pavimento. Il paziente stava per gridare qualcosa ma il bisturi
guidato dalla mano esperta del messicano gli aveva aperto la gola da un
orecchio all’altro. In un attimo gli aprì anche il ventre estraendone il suo
organo preferito, se lo rigirò come una sciarpa intorno al collo e corse a
precipizio lungo il corridoio tenendone stretti i due capi. Coloro che
inorriditi lo videro passare o che, peggio, da lui furono scontrati
testimoniavano alla polizia senza incertezze che sghignazzando egli ripeteva
con enfasi : - dodici e trentadue. -
talvolta in italiano e talvolta in spagnolo. Quello che accadde dopo è
sempre imbarazzante da raccontare… ma vedete, lui arrivò nel viale che conduce
ai padiglioni sanitari e si mise a svuotare come una salsiccia il contenuto
dell’intestino (il poveraccio non aveva fatto in tempo a svuotarsi). Si proprio
dalla merda. Ci saltò sopra con un piede e tracciò la croce più grande della
sua vita. Nessuno osava avvicinarsi, lo guardavano tutti a tratti affascinati e
schifati, comunque raccapricciati. Qualcuno ebbe l’iniziativa di chiamare le
guardie giurate del servizio di vigilanza che dopo un breve consulto fra di
loro ebbero il buon senso di lasciargli
terminare l’opera. Allora si sedette affranto, come svuotato su una
panchina li vicino e dopo pochi minuti i poliziotti che nel frattempo erano
giunti, lo fecero caricare legato come un salame su di un’ambulanza. Fu
condotto al reparto di psichiatria che
era qualche centinaio di metri più su lungo il viale. Lo legarono in un
letto e lo imbottirono di roba…pare che da strafatto continuasse a ripetere che
i crocefissi non lo lasciavano fotografare.
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