La Fra mi dice che i Local Heroes
sono rimasti senza bassista e gli ha detto che io il basso lo so suonare e con
i First Revision sono scazzato perchè si sono lamentati di come suonavo la
batteria. Si ma quella è gente della Vittoria io sto qui a Defe, li conosco ma
non so mica. Dai vieni così ci vai a provare, sono tosti c'hanno anche la sala
loro. La Fra era una bella fica e la sera prima mi aveva fatto omaggio sotto i
portici intimi di palazzo ducale d'una bella pomiciata che m'aveva fatto
bagnare le mutande. Aveva una maglietta a righe bianche e blu orizzontali tipo
quelle dei marinai. Teneva i piedi un po' a Defe e un po' alla Vittoria.
Conosceva tutti ed era un po' più vecchia di me. Cazzo, i Local Heroes eranno
una band famosissima da noi e stavano incidendo un disco con altra gente tutta
di Defe, i Six Ties, gli Alan Lads, e gli Scortilla. Poi la Vittoria era un po'
sconosciuta ed esotica. I punks di li erano rozzi. Quelli di Defe, soprattutto
i più anziani e per riflesso anche noi più giovani, li snobbavano per esempio
perchè le borchie sui loro chiodi erano troppo grosse, le chiamavamo “i
pomodori”, e poi perchè erano più straccioni di noi (però io ero straccione
come loro!). Poi ho scoperto che quelli della Vittoria avevano pure le
automobili mentre quelli di Defe se ne andavano in autobus. Ok, dai, digli che
vado a provare! Solo che ho soltanto un basso Eko col manico corto che mi ha
dato Nunni, vabbè chi se ne fotte, basta che suona. E cazzo loro suonavano per
davvero, a parte la sala prove in campagna da Polpetta, il batterista, dove
c'erano gli ampli una batteria della madonna e un mixer con una cassa Trep. I muri erano foderati di cartoni di
uova in abbondanza che Polpetta lavorava in una pasticceria e poteva procurarne
un putiferio. L'ampli del basso era una merda di Davoli ma da 100 Watt, potenza
inaudita, Kranz, il bassista che avevano prima l'aveva lasciato li perchè non
sapeva dove metterselo, infatti era grosso come un frigo col freezer. Loro
facevano musica loro. Erano molto feroci e potenti. Cantava un po' il Lercio e
un po' Nespola un po' in inglese e un po' in italiano. Polpetta era
impressionante per la potenza e la precisione. Il Lercio mi insegnava i giri di
basso che tirava giù io poi mi ci sbizzarrivo un po' sopra. Era il tastierista
e suonava un vecchio moog. Prima avevano una cantante che però si faceva e
l'avevano persa per strada così adesso cantavano loro due. Una volta siamo
anche andati con lei su a un vecchio forte in cima alle colline che circondano
la città a fare delle foto. Le foto ce le faceva A. A. che era un fotografo
professionista e lavorava in un giornale locale importante. Aveva deciso che
gli interessavamo e si era avvicinato a noi con cautela. Per fotografarci era
dovuto diventare nostro amico e noi lo avevamo accolto bene perchè comunque
quello che faceva lo faceva per amore, un po' come noi suonavamo. Le foto erano
bellissime. Erano in bianco e nero e il cielo era nuvoloso, un po' come noi. La
Anna comunque non cantò mai più con noi, così io non suonai mai con lei. Il
ricordo più bello che ho di quella ragazza non è di quel giorno nuvoloso,
quando , dopo le foto, A. A. ci aveva offerto pane, salame e vino in un'osteria
li nei monti, ma di una sera allo Psycho quando, seduti al primo tavolaccio a
sinistra della sala vicino al cesso, Bob si era esibito nel suo gioco
preferito, ovvero tirare un catarro senza sputarlo per davvero e farlo uscire e
rientrare in bocca velocissimo, con un'espressione soddisfatta. Io e la Anna
ridevamo come matti, fino alle lacrime e lui insisteva e non ci dava tregua.
Cazzo, non ero mai riuscito a spiaccicare una parola con lei perchè era
bellissima, tostissima e più grande e io ero troppo timido. Quella risata ci
aveva avvicinato un po'. Con i Local Heroes avevamo fatto un po' di strada. Io
ormai suonavo tutti i pezzi vecchi e ne aveamo già tirati giù tre o quattro
nuovi. Avevamo fatto già tre o quattro concerti e ci avevano invitati a suonare al Virus che era un
centro sociale Punk di Milano. Cosa ci poteva essere di più Punk in Italia di
un posto simile. Io c'ero già stato una volta che ero scappato di casa. Sapevo
che li avrei trovato accoglienza, un tetto, forse del cibo e così mi ero
imbarcato su un treno senza biglietto, senza una lira in tasca, senza futuro ma
con un presente e un passato da lasciare il più indietro possibile. Ero
arrivato di sera, era estate, era ancora chiaro. Domando all'autista del bus
dov'è via Correggio e dopo un viaggio fin quasi in periferia mi sono ritrovato
in mezzo a dei vecchi edifici semiabbandonati. Era tardi ed ero stanchissimo
così mi sono cercato un posto dove dormire. Sono entrato dentro un palazzo
fatiscente che sembrava abbandonato. In una stanza al pianoterra c'era una
poltrona sfondata in mezzo a spazzatura e detriti. Non c'erano vetri alle
finestre che penzolavano sui cardini. La tappezzeria pendeva dalle pareti
ammuffite. Luce non ce n'era. Non c'era nessuno. Mi sono seduto e ho dormito
fino alla mattina dopo. Quando s'è fatto giorno qualcuno cominciava a scendere
le scale del caseggiato e ad uscire. Sembrava gente che andava a lavorare.
Nessuno guardava dentro la mia stanza abbandonata. Mi son reso conto che quello
era un palazzo occupato, squattato.
Allora io dormivo tranquillamente fino dopopranzo e poi anche tutto il
pomeriggio se mi girava. Un po' perchè il mio corpo ci godeva come un porco a
dormire e un po' perchè (mi avrebbero spiegato più avanti) ero depresso e
dormendo fuggivo dalla realtà quotidiana. Cazzo se era vero, per tutte e due le
ragioni! Fu verso mezzogiorno che qualcuno entrò a sbirciare nella stanza.
Forse avevo fatto rumore mentre un tipo passava e così si era accorto che
dentro, quella che in fin dei conti sembrava quel che restava di una portineria
(lo potevo capire perchè mia madre faceva la portinaia), c'era qualcuno. Agli
occupanti non andava giù che qualcuno occupasse dove occupavano loro e a me,
che in realtà cercavo il Virus, non me ne fregava poi tanto che questo mi
avesse pregato di andarmene. Il tipo mi aveva indicato come raggiungere il
capannone e io sono andato la. Era chiuso
così siccome avevo fame sono andato in cerca di cibo. Allora non mi era
difficile procurarmi dei soldi. Bastava chiederli alla gente, non era proprio
elemosinare, era come chiedere le sigarette: - mi offrirebbe una sigaretta per
favore? - Ha mica qualche spicciolo che le avanza? - e così ci si procurava da
mangiare, da bere e da fumare. Per la verità questo lo facevo quando non
lavoravo ancora, quando andavo ancora a scuola e soldi non se ne vedevano, ma
adesso era un po' come allora. Eppure i soldi del mio lavoro li dovevo dare in
casa, poi mia madre mi passava qualcosa. Forse anche questa era una delle
ragioni per le quali non intravedevo
nella mia vita un straccio di futuro e cercavo ogni tre per due di evadere da
quella condizione. Fottuta vita da poveracci. Nessuno che credesse veramente in
qualcosa, manco in dio, o forse no: mio fratello era scappato in tempo per
farsi una vita in piena regola; mio padre pensava solo ai soldi e a fare in
modo che non gli rompessimo i coglioni, mia madre a lavorare e a far da serva e
io alla musica che mi ha fatto scansare la roba per la quale metà della gente
negli anni '80 finiva sottoterra. Era così. In piazza, soprattutto a Defe, chi
non suonava si faceva. Purtroppo spesso si faceva pure chi suonava. Mentre ero
per strada ho visto le cassette sul marciapiede di un bel fruttivendolo. Ho
pensato che potevo rubare una mela. L'ho fatto e me la sono cavata bene. Quando
andavo a scuola con Ivano, Duchi e Chiappini avevamo fondato una banda di
ladri. Andavamo a rubare alla Standa e ci impossessavamo di tutto quello che
capitava che fosse facilmente trafugabile. Non avevamo bisogno, era
semplicemente una necessità, ci riusciva bene ed era veramente divertente. Quei
cazzoni dei guardiani ci davano una caccia spietata ma non riuscivano a
beccarci mai. Quella roba rubata aveva un valore molto più grande che se fosse
stata comprata, così come quella mela sottratta dalla cassetta su un
marciapiede della periferia di Milano era due volte più dolce! Ho girato per un
paio d'ore nelle strade di quella zona chiedendo a chiunque incontravo qualche
spicciolo per le sigarette e in mancanza di quelli una sigaretta. Alle volte
dicendo che me la fumavo dopo arrivavo a riempire un pacchetto vuoto raccolto
per strada. Era divertente vedere quante marche riuscivo a collezionare in quel
pacchetto che spesso era di Marlboro ma quasi mai ce ne trovavi più di una o
due. Comunque, grazie alla generosità dei milanesi di periferia, in capo a due
ore avevo raccolto più di quattromila lire e un pacchetto di sigarette. Ci
usciva una super colazione e anche un tubo di Pattex. In un bar che
assomigliava di più a una bocciofila mi ero fatto fuori un cappuccino, tre
brioches e due caffè mentre leggevo anche un po' di giornale. Leggere mi
piaceva ma non i giornali. Mi piacevano le storie già da quando andavo a
scuola. Avevo fatto solo le medie perchè non avevo voglia di studiare ma in
italiano avevo sempre voti alti. Mi piacevano i promessi sposi e soltanto
quando leggevano quella roba in classe stavo buono. Questo però succedeva
nell'unico anno di superiori che avevano provato a farmi fare. C'era una
professoressa che si chiamava Bosisio ed era milanese. Adesso mi stavo
ricordando che un bel pezzo del romanzo era ambientato a Milano e mi sarebbe
piaciuto vedere quei posti ma probabilmente non esistevano più dai tempi di
Manzoni. Milano ora era la capitale d'Italia almeno per quanto riguardava i
punks. Avevo già adocchiato un negozio di ferramenta mentre facevo colletta e
mi ero messo in mente dove ritrovarlo. L'uomo al banco faceva scommesse con se
stesso perchè quando gliel'ho chiesto, il Pattex ce l'aveva già in una mano e
nell'altra aveva un bel sacchettino blu nuovo di zecca. Pago e mi da la
mercanzia tutto soddisfatto. Io, più soddisfatto di lui, me ne vado e
m'incammino verso il Virus. Quando arrivo li trovo finalmente il capannone
giusto. É un'edificio basso in un cortile sterrato. Le serrande e quel che c'è
intorno sono coperte di graffiti rozzi, non come quelli di oggi tutti laccati.
Dentro non c'è un cazzo di nessuno, quattro gatti, e siccome sono timido e ho
di meglio da fare me ne torno nella portineria del palazzo li vicino nonostante
l'interdizione. Mi metto comodo nella poltrona che già m'aveva fatto da letto
per la notte e mi preparo un bel viaggetto di circa tre ore che passano
indisturbate. Eppure non posso non aver fatto casino. Mi ricordo che una volta
io e Luigi ci siamo fatti di colla di domenica (eravamo stati previdenti e
avevamo fatto la spesa il giorno prima) seduti attaccati alla serranda di un
negozio chiuso di via San Vincenzo, vicino a dove l'estate prima, attaccato ad
un'altra serranda l'Elisabetta mi aveva fatto il primo pompino della mia vita.
Luigi era un mod. Non sapevo di preciso che cosa fosse un mod, allora. Di
sicuro luigi era un ragazzo molto bello alto e magro, ma questo due anni prima.
Quando ci facevamo di colla li in San Vincenzo lui aveva appena avuto un
incidente con la vespa, forse dalle parti di Lucca, dove c'erano un sacco di
mods con le loro lambrette e i parca e quello che era in vespa con lui era
morto. Stava ingrassando Luigi, probabilmente perchè si beveva l'inverosimile.
Mentre sniffavamo io non ero tranquillo perchè sapevo che lui aveva preso una
zuccata colossale che l'aveva mezzo rimbambito e allora ero preoccupato che
stesse male, così mi ero fatto, per quanto possibile, il viaggio con un occhio
aperto. Ho visto bene cosa succede quando ci si fa di colla. In certi momenti
Luigi staccava il culo da terra come se la sua pancia venisse risucchiata verso
l'alto. Faceva leva sulle spalle e la testa appoggiate alla saracinesca e
mentre si sollevava emetteva un suono acuto e inarticolato che mi faceva
ridere. Li nella portineria dovevo aver fatto un po' così ma probabilmente
mentre non passava nessuno perchè nessuno si era lamentato o era venuto a
sloggiarmi, come era successo al cinema. Dopo il viaggio ho dormito un po e poi
quando mi sono svegliato sono andato al Virus. Adesso c'era un bel po di gente
e mi sono seduto a un tavolaccio. Mi sono comprato un bicchiere di vino e ho
bevuto con due punks sfigati tipo noi di Genova. C'erano degli stranieri, dei
tedeschi ed altra roba del genere. Poi sono rimasto da solo e non sapendo cosa
fare e sentendomi stanco e depresso (anche se non sapevo ancora cosa voleva
dire essere depressi) mi sono sdraiato sulla panca e ho dormito un bel po.
Quando mi son svegliato c'era un gruppazzo che suonava della robaccia
inascoltabile a un volume pazzesco. Io ero abituato agli Stranglers, ai Pistols
e ai Clash. A malapena sentivamo i Crass o gli Exploited. Quelli erano
veramente anarchici, anche nella musica! Fanculo. Comunque, non fosse altro che
per far vedere che non ero morto, mi sono avvicinato al palco. Li in terra
lungo una parete c'era gettata una fila
di materassi. Mi sono sdraiato in quello nell'angolo che era a riparo dalle
casse dell'impianto che vomitava watts sul popolo inferocito dei punks poganti
e ho provato a dormire. Credo che si siano susseguiti un bel po' di gruppi
anche se la roba era sempre uguale. A un certo punto hanno smesso di suonare e
anno cominciato a mettere dei dischi. Ho aperto un 'occhio e una tipa brutta
che era sdraiata vicino a me mi fa: - Ma come cazzo fai a dormire con sto'
casino? – Io le rispondo: - Boh - e mi giro dall'altra parte. Riapro un'altro
occhio quando mi sento battere sulla spalla. Non c'è quasi più musica e un
tizio mi dice che me ne devo andare. Gli dico che non so dove andare a dormire
e lui mi dice che non gliene fotte un cazzo, li devono chiudere. Fanculo, me ne
torno nella mia portineria. Dormo ancora qualche ora sulla poltrona amica mia e
all'alba sono alla fermata ad aspettare l'autobus che va in centro. E' bella
l'alba d'estate. Sono riposato e fresco come una rosa e penso che il Virus e
Milano fanno veramente schifo. Me ne torno a casa, almeno li c'è il mare, gli
amici, la musica. Treno. Ne cambio quattro. Il primo controllore mi caccia
fuori a Pavia, il secondo a Serravalle, il terzo a Bolzaneto. Fra Serravalle e
Bolzanetto faccio il viaggio con la Luvy che era una mia ex ragazza di quando
andavo ancora in discoteca. L'avevo
mollata io quando uscivamo insieme, non perchè fosse proprio brutta, anche se
assomigliava un po' a Olivia di Braccio di Ferro, ma perchè non si lasciava
toccare da nessuna parte. Mi ricordo che cercavo di armeggiarle in tutti i modi
sotto la gonna (una volta avevo anche scoperto che aveva delle calze
autoreggenti e la cosa mi aveva fatto uscire di cranio) ma lei con quelle
braccia lunghe arrivava dappertutto e mi respingeva prontamente. Allora un
giorno le ho detto che io ero innamorato della batteria e la lasciavo per la
musica, per di più stavo per diventare punk e non sarei mai più andato in
discoteca. Non credo che abbia sofferto molto. C'è ancora una cosa da dire:
prima di lei ero uscito con Mayla che era una ragazza punk a modo suo, tipo
Blondie ma più figa ancora. Come facevo a stare con lei adesso? Ma si, molto
meglio la batteria! Così sul treno abbiamo chiacchierato un po' anche se lei mi
guardava di sbieco. Vebbeh che ero sporco e probabilmente puzzavo un po' di
selvatico dopo il soggiorno milanese, ma il chiodo tedesco che avevo indosso
era proprio messo male, poi le avevo spiegato subito che la salutavo in anticipo
perchè viaggiavo a babbo e quando fosse passato il controllore mi avrebbe
sloggiato. Comunque mi faceva godere essere come ero di fronte a quella persona
semimorta. Per tornare c'ho impegato sei ore. Comunque chi cazzo se ne fregava,
era peggio andare a lavorare. Quando sono arrivato alla Vittoria, siccome erano
le due del pomeriggio e non c'era ancora nessuno, con gli ultimi soldi della
colletta bauscia, sono andato al bar Cosmo a farmi un tramezzino al tonno e
lattuga per i quali mi era venuta la scimmia e una birra, e avendo avanzato
ancora un po' di spiccioli mi son fatto una decina di partite allo “sciatore”
che ci avevo il record e facevo incazzare alcuni impiegati che non riuscivano a
battermi. Quando torno in piazza c'è Polpetta che mi dice tutto soddisfatto che
dobbiamo andare a suonare a Milano al Virus! Cazzo! Non ci posso credere! E' un
posto di merda! E gli racconto. Qualche settimana dopo siamo tutti caricati
sulla macchina di Nespola che non so come facciamo a starci con gli strumenti comunque
stiamo andando a Milano e il viaggio fila liscio. Quando arriviamo al Virus
sono le sette di sera e penso che ora in quel posto del cazzo ci entro come
protagonista e non più come rifugiato semiclandestino. Purtroppo, come siamo
dentro, una faccia di merda ci viene incontro e ci spiega che noi non possiamo
suonare perchè abbiamo un contratto con la CGD, o una roba del genere.
Effettivamente c'era un disco in ballo con altre tre band della nostra città.
Era già stato registrato e doveva essere pubblicato prima o poi (più poi perchè
non è mai uscito!). Alla faccia di merda se ne aggiunge una di cazzo che
ci dice che abbiamo firmato un contratto
con una società multinazioonale o giù di li e nel loro centro sociale autogestito
chi è intrallazzato coi padroni e gli industriali non suona anzi, non ci entra proprio, e non si spiega come
dei punks come sembriamo essere possano aver preso dei soldi in questo modo.
Polpetta sta per tirargli un pugno in faccia che allora ci mettevamo poco e
anche se non fa' in tempo a dirglielo, perchè il Lercio che è diplomatico lo
ferma un po' alle brutte e comincia a parlare con quello li, già mi immagino
cosa sta per dirgli: “ Oh testa di cazzo, io soldi non ne vedo se non quelli
che mi guadagno lavorando come uno stronzo otto ore al giorno e tu mi vieni a dire che io non posso
suonare che è l'unica cosa che mi fa star bene nella vita!? Porco dio! che
cazzo stai dicendo?!” Il lercio comunque, anche se parla soltanto e non è
grosso come Polpetta, è abbastanza inquietante. Mentre gli spiega che siamo
incazzati per aver fatto duecento chilometri a vuoto li guarda storto da sotto
in su, dritto negli occhi e sembra che debba tirar fuori un cannone da un
momento all'altro. Poi Nespola ha un'idea geniale, gli dice che stanno arrivando
almeno una quarantina di amici, sempre da quei duecento chilomentri la, e
siccome vengono per sentirci suonare e dei punks fricchettoni come loro ai
nostri non glie ne frega un cazzo, faranno meglio a smetterla di sparar cazzate
se non vogliono problemi. Questi già ce l'hanno che hanno la madama in casa un
giorno si e l'altro pure, quindi! Gli intellettuali del cazzo prendono tempo e
decidono di far riunione, intanto già più ragionevoli ci dicono di andarci a
prendere da bere li al bancone. Siccome alcuni che contano non sono ancora
arrivati noi facciamo in tempo a scolarci tre o quattro birrazze a spese loro,
che, tutto sommato il viaggio ce lo hanno già pagato. E' passata mezz'ora e ci
chiamano. Il portavoce, che è uno nuovo, mingherlino e con gli occhialetti
rotondi, ci spiega che hanno deciso di concederci, dato che abbiamo fatto tanta
strada e loro non hanno potuto avvisarci prima di partire, di suonare. Nespola
prima che noi si possa rispondere qualcosa, gli risponde: “col cazzo che suoniamo per voi, coglioni!
Andatevene affanculo!” Quindi giriamo sui tacchi e portiamo via le palle. Tutto
sommato Nespola ha interpretato il pensiero di tutti e quattro. Uscendo vedo
dall'altra parte del cortile la mia portineria. Fanculo, che città del cazzo
che è Milano.