domenica 20 dicembre 2015

Il processo del Virus



La Fra mi dice che i Local Heroes sono rimasti senza bassista e gli ha detto che io il basso lo so suonare e con i First Revision sono scazzato perchè si sono lamentati di come suonavo la batteria. Si ma quella è gente della Vittoria io sto qui a Defe, li conosco ma non so mica. Dai vieni così ci vai a provare, sono tosti c'hanno anche la sala loro. La Fra era una bella fica e la sera prima mi aveva fatto omaggio sotto i portici intimi di palazzo ducale d'una bella pomiciata che m'aveva fatto bagnare le mutande. Aveva una maglietta a righe bianche e blu orizzontali tipo quelle dei marinai. Teneva i piedi un po' a Defe e un po' alla Vittoria. Conosceva tutti ed era un po' più vecchia di me. Cazzo, i Local Heroes eranno una band famosissima da noi e stavano incidendo un disco con altra gente tutta di Defe, i Six Ties, gli Alan Lads, e gli Scortilla. Poi la Vittoria era un po' sconosciuta ed esotica. I punks di li erano rozzi. Quelli di Defe, soprattutto i più anziani e per riflesso anche noi più giovani, li snobbavano per esempio perchè le borchie sui loro chiodi erano troppo grosse, le chiamavamo “i pomodori”, e poi perchè erano più straccioni di noi (però io ero straccione come loro!). Poi ho scoperto che quelli della Vittoria avevano pure le automobili mentre quelli di Defe se ne andavano in autobus. Ok, dai, digli che vado a provare! Solo che ho soltanto un basso Eko col manico corto che mi ha dato Nunni, vabbè chi se ne fotte, basta che suona. E cazzo loro suonavano per davvero, a parte la sala prove in campagna da Polpetta, il batterista, dove c'erano gli ampli una batteria della madonna e un mixer con una cassa  Trep. I muri erano foderati di cartoni di uova in abbondanza che Polpetta lavorava in una pasticceria e poteva procurarne un putiferio. L'ampli del basso era una merda di Davoli ma da 100 Watt, potenza inaudita, Kranz, il bassista che avevano prima l'aveva lasciato li perchè non sapeva dove metterselo, infatti era grosso come un frigo col freezer. Loro facevano musica loro. Erano molto feroci e potenti. Cantava un po' il Lercio e un po' Nespola un po' in inglese e un po' in italiano. Polpetta era impressionante per la potenza e la precisione. Il Lercio mi insegnava i giri di basso che tirava giù io poi mi ci sbizzarrivo un po' sopra. Era il tastierista e suonava un vecchio moog. Prima avevano una cantante che però si faceva e l'avevano persa per strada così adesso cantavano loro due. Una volta siamo anche andati con lei su a un vecchio forte in cima alle colline che circondano la città a fare delle foto. Le foto ce le faceva A. A. che era un fotografo professionista e lavorava in un giornale locale importante. Aveva deciso che gli interessavamo e si era avvicinato a noi con cautela. Per fotografarci era dovuto diventare nostro amico e noi lo avevamo accolto bene perchè comunque quello che faceva lo faceva per amore, un po' come noi suonavamo. Le foto erano bellissime. Erano in bianco e nero e il cielo era nuvoloso, un po' come noi. La Anna comunque non cantò mai più con noi, così io non suonai mai con lei. Il ricordo più bello che ho di quella ragazza non è di quel giorno nuvoloso, quando , dopo le foto, A. A. ci aveva offerto pane, salame e vino in un'osteria li nei monti, ma di una sera allo Psycho quando, seduti al primo tavolaccio a sinistra della sala vicino al cesso, Bob si era esibito nel suo gioco preferito, ovvero tirare un catarro senza sputarlo per davvero e farlo uscire e rientrare in bocca velocissimo, con un'espressione soddisfatta. Io e la Anna ridevamo come matti, fino alle lacrime e lui insisteva e non ci dava tregua. Cazzo, non ero mai riuscito a spiaccicare una parola con lei perchè era bellissima, tostissima e più grande e io ero troppo timido. Quella risata ci aveva avvicinato un po'. Con i Local Heroes avevamo fatto un po' di strada. Io ormai suonavo tutti i pezzi vecchi e ne aveamo già tirati giù tre o quattro nuovi. Avevamo fatto già tre o quattro concerti e ci  avevano invitati a suonare al Virus che era un centro sociale Punk di Milano. Cosa ci poteva essere di più Punk in Italia di un posto simile. Io c'ero già stato una volta che ero scappato di casa. Sapevo che li avrei trovato accoglienza, un tetto, forse del cibo e così mi ero imbarcato su un treno senza biglietto, senza una lira in tasca, senza futuro ma con un presente e un passato da lasciare il più indietro possibile. Ero arrivato di sera, era estate, era ancora chiaro. Domando all'autista del bus dov'è via Correggio e dopo un viaggio fin quasi in periferia mi sono ritrovato in mezzo a dei vecchi edifici semiabbandonati. Era tardi ed ero stanchissimo così mi sono cercato un posto dove dormire. Sono entrato dentro un palazzo fatiscente che sembrava abbandonato. In una stanza al pianoterra c'era una poltrona sfondata in mezzo a spazzatura e detriti. Non c'erano vetri alle finestre che penzolavano sui cardini. La tappezzeria pendeva dalle pareti ammuffite. Luce non ce n'era. Non c'era nessuno. Mi sono seduto e ho dormito fino alla mattina dopo. Quando s'è fatto giorno qualcuno cominciava a scendere le scale del caseggiato e ad uscire. Sembrava gente che andava a lavorare. Nessuno guardava dentro la mia stanza abbandonata. Mi son reso conto che quello era un palazzo occupato, squattato.  Allora io dormivo tranquillamente fino dopopranzo e poi anche tutto il pomeriggio se mi girava. Un po' perchè il mio corpo ci godeva come un porco a dormire e un po' perchè (mi avrebbero spiegato più avanti) ero depresso e dormendo fuggivo dalla realtà quotidiana. Cazzo se era vero, per tutte e due le ragioni! Fu verso mezzogiorno che qualcuno entrò a sbirciare nella stanza. Forse avevo fatto rumore mentre un tipo passava e così si era accorto che dentro, quella che in fin dei conti sembrava quel che restava di una portineria (lo potevo capire perchè mia madre faceva la portinaia), c'era qualcuno. Agli occupanti non andava giù che qualcuno occupasse dove occupavano loro e a me, che in realtà cercavo il Virus, non me ne fregava poi tanto che questo mi avesse pregato di andarmene. Il tipo mi aveva indicato come raggiungere il capannone e io sono andato la. Era chiuso  così siccome avevo fame sono andato in cerca di cibo. Allora non mi era difficile procurarmi dei soldi. Bastava chiederli alla gente, non era proprio elemosinare, era come chiedere le sigarette: - mi offrirebbe una sigaretta per favore? - Ha mica qualche spicciolo che le avanza? - e così ci si procurava da mangiare, da bere e da fumare. Per la verità questo lo facevo quando non lavoravo ancora, quando andavo ancora a scuola e soldi non se ne vedevano, ma adesso era un po' come allora. Eppure i soldi del mio lavoro li dovevo dare in casa, poi mia madre mi passava qualcosa. Forse anche questa era una delle ragioni per le quali non  intravedevo nella mia vita un straccio di futuro e cercavo ogni tre per due di evadere da quella condizione. Fottuta vita da poveracci. Nessuno che credesse veramente in qualcosa, manco in dio, o forse no: mio fratello era scappato in tempo per farsi una vita in piena regola; mio padre pensava solo ai soldi e a fare in modo che non gli rompessimo i coglioni, mia madre a lavorare e a far da serva e io alla musica che mi ha fatto scansare la roba per la quale metà della gente negli anni '80 finiva sottoterra. Era così. In piazza, soprattutto a Defe, chi non suonava si faceva. Purtroppo spesso si faceva pure chi suonava. Mentre ero per strada ho visto le cassette sul marciapiede di un bel fruttivendolo. Ho pensato che potevo rubare una mela. L'ho fatto e me la sono cavata bene. Quando andavo a scuola con Ivano, Duchi e Chiappini avevamo fondato una banda di ladri. Andavamo a rubare alla Standa e ci impossessavamo di tutto quello che capitava che fosse facilmente trafugabile. Non avevamo bisogno, era semplicemente una necessità, ci riusciva bene ed era veramente divertente. Quei cazzoni dei guardiani ci davano una caccia spietata ma non riuscivano a beccarci mai. Quella roba rubata aveva un valore molto più grande che se fosse stata comprata, così come quella mela sottratta dalla cassetta su un marciapiede della periferia di Milano era due volte più dolce! Ho girato per un paio d'ore nelle strade di quella zona chiedendo a chiunque incontravo qualche spicciolo per le sigarette e in mancanza di quelli una sigaretta. Alle volte dicendo che me la fumavo dopo arrivavo a riempire un pacchetto vuoto raccolto per strada. Era divertente vedere quante marche riuscivo a collezionare in quel pacchetto che spesso era di Marlboro ma quasi mai ce ne trovavi più di una o due. Comunque, grazie alla generosità dei milanesi di periferia, in capo a due ore avevo raccolto più di quattromila lire e un pacchetto di sigarette. Ci usciva una super colazione e anche un tubo di Pattex. In un bar che assomigliava di più a una bocciofila mi ero fatto fuori un cappuccino, tre brioches e due caffè mentre leggevo anche un po' di giornale. Leggere mi piaceva ma non i giornali. Mi piacevano le storie già da quando andavo a scuola. Avevo fatto solo le medie perchè non avevo voglia di studiare ma in italiano avevo sempre voti alti. Mi piacevano i promessi sposi e soltanto quando leggevano quella roba in classe stavo buono. Questo però succedeva nell'unico anno di superiori che avevano provato a farmi fare. C'era una professoressa che si chiamava Bosisio ed era milanese. Adesso mi stavo ricordando che un bel pezzo del romanzo era ambientato a Milano e mi sarebbe piaciuto vedere quei posti ma probabilmente non esistevano più dai tempi di Manzoni. Milano ora era la capitale d'Italia almeno per quanto riguardava i punks. Avevo già adocchiato un negozio di ferramenta mentre facevo colletta e mi ero messo in mente dove ritrovarlo. L'uomo al banco faceva scommesse con se stesso perchè quando gliel'ho chiesto, il Pattex ce l'aveva già in una mano e nell'altra aveva un bel sacchettino blu nuovo di zecca. Pago e mi da la mercanzia tutto soddisfatto. Io, più soddisfatto di lui, me ne vado e m'incammino verso il Virus. Quando arrivo li trovo finalmente il capannone giusto. É un'edificio basso in un cortile sterrato. Le serrande e quel che c'è intorno sono coperte di graffiti rozzi, non come quelli di oggi tutti laccati. Dentro non c'è un cazzo di nessuno, quattro gatti, e siccome sono timido e ho di meglio da fare me ne torno nella portineria del palazzo li vicino nonostante l'interdizione. Mi metto comodo nella poltrona che già m'aveva fatto da letto per la notte e mi preparo un bel viaggetto di circa tre ore che passano indisturbate. Eppure non posso non aver fatto casino. Mi ricordo che una volta io e Luigi ci siamo fatti di colla di domenica (eravamo stati previdenti e avevamo fatto la spesa il giorno prima) seduti attaccati alla serranda di un negozio chiuso di via San Vincenzo, vicino a dove l'estate prima, attaccato ad un'altra serranda l'Elisabetta mi aveva fatto il primo pompino della mia vita. Luigi era un mod. Non sapevo di preciso che cosa fosse un mod, allora. Di sicuro luigi era un ragazzo molto bello alto e magro, ma questo due anni prima. Quando ci facevamo di colla li in San Vincenzo lui aveva appena avuto un incidente con la vespa, forse dalle parti di Lucca, dove c'erano un sacco di mods con le loro lambrette e i parca e quello che era in vespa con lui era morto. Stava ingrassando Luigi, probabilmente perchè si beveva l'inverosimile. Mentre sniffavamo io non ero tranquillo perchè sapevo che lui aveva preso una zuccata colossale che l'aveva mezzo rimbambito e allora ero preoccupato che stesse male, così mi ero fatto, per quanto possibile, il viaggio con un occhio aperto. Ho visto bene cosa succede quando ci si fa di colla. In certi momenti Luigi staccava il culo da terra come se la sua pancia venisse risucchiata verso l'alto. Faceva leva sulle spalle e la testa appoggiate alla saracinesca e mentre si sollevava emetteva un suono acuto e inarticolato che mi faceva ridere. Li nella portineria dovevo aver fatto un po' così ma probabilmente mentre non passava nessuno perchè nessuno si era lamentato o era venuto a sloggiarmi, come era successo al cinema. Dopo il viaggio ho dormito un po e poi quando mi sono svegliato sono andato al Virus. Adesso c'era un bel po di gente e mi sono seduto a un tavolaccio. Mi sono comprato un bicchiere di vino e ho bevuto con due punks sfigati tipo noi di Genova. C'erano degli stranieri, dei tedeschi ed altra roba del genere. Poi sono rimasto da solo e non sapendo cosa fare e sentendomi stanco e depresso (anche se non sapevo ancora cosa voleva dire essere depressi) mi sono sdraiato sulla panca e ho dormito un bel po. Quando mi son svegliato c'era un gruppazzo che suonava della robaccia inascoltabile a un volume pazzesco. Io ero abituato agli Stranglers, ai Pistols e ai Clash. A malapena sentivamo i Crass o gli Exploited. Quelli erano veramente anarchici, anche nella musica! Fanculo. Comunque, non fosse altro che per far vedere che non ero morto, mi sono avvicinato al palco. Li in terra lungo una parete  c'era gettata una fila di materassi. Mi sono sdraiato in quello nell'angolo che era a riparo dalle casse dell'impianto che vomitava watts sul popolo inferocito dei punks poganti e ho provato a dormire. Credo che si siano susseguiti un bel po' di gruppi anche se la roba era sempre uguale. A un certo punto hanno smesso di suonare e anno cominciato a mettere dei dischi. Ho aperto un 'occhio e una tipa brutta che era sdraiata vicino a me mi fa: - Ma come cazzo fai a dormire con sto' casino? – Io le rispondo: - Boh - e mi giro dall'altra parte. Riapro un'altro occhio quando mi sento battere sulla spalla. Non c'è quasi più musica e un tizio mi dice che me ne devo andare. Gli dico che non so dove andare a dormire e lui mi dice che non gliene fotte un cazzo, li devono chiudere. Fanculo, me ne torno nella mia portineria. Dormo ancora qualche ora sulla poltrona amica mia e all'alba sono alla fermata ad aspettare l'autobus che va in centro. E' bella l'alba d'estate. Sono riposato e fresco come una rosa e penso che il Virus e Milano fanno veramente schifo. Me ne torno a casa, almeno li c'è il mare, gli amici, la musica. Treno. Ne cambio quattro. Il primo controllore mi caccia fuori a Pavia, il secondo a Serravalle, il terzo a Bolzaneto. Fra Serravalle e Bolzanetto faccio il viaggio con la Luvy che era una mia ex ragazza di quando andavo ancora  in discoteca. L'avevo mollata io quando uscivamo insieme, non perchè fosse proprio brutta, anche se assomigliava un po' a Olivia di Braccio di Ferro, ma perchè non si lasciava toccare da nessuna parte. Mi ricordo che cercavo di armeggiarle in tutti i modi sotto la gonna (una volta avevo anche scoperto che aveva delle calze autoreggenti e la cosa mi aveva fatto uscire di cranio) ma lei con quelle braccia lunghe arrivava dappertutto e mi respingeva prontamente. Allora un giorno le ho detto che io ero innamorato della batteria e la lasciavo per la musica, per di più stavo per diventare punk e non sarei mai più andato in discoteca. Non credo che abbia sofferto molto. C'è ancora una cosa da dire: prima di lei ero uscito con Mayla che era una ragazza punk a modo suo, tipo Blondie ma più figa ancora. Come facevo a stare con lei adesso? Ma si, molto meglio la batteria! Così sul treno abbiamo chiacchierato un po' anche se lei mi guardava di sbieco. Vebbeh che ero sporco e probabilmente puzzavo un po' di selvatico dopo il soggiorno milanese, ma il chiodo tedesco che avevo indosso era proprio messo male, poi le avevo spiegato subito che la salutavo in anticipo perchè viaggiavo a babbo e quando fosse passato il controllore mi avrebbe sloggiato. Comunque mi faceva godere essere come ero di fronte a quella persona semimorta. Per tornare c'ho impegato sei ore. Comunque chi cazzo se ne fregava, era peggio andare a lavorare. Quando sono arrivato alla Vittoria, siccome erano le due del pomeriggio e non c'era ancora nessuno, con gli ultimi soldi della colletta bauscia, sono andato al bar Cosmo a farmi un tramezzino al tonno e lattuga per i quali mi era venuta la scimmia e una birra, e avendo avanzato ancora un po' di spiccioli mi son fatto una decina di partite allo “sciatore” che ci avevo il record e facevo incazzare alcuni impiegati che non riuscivano a battermi. Quando torno in piazza c'è Polpetta che mi dice tutto soddisfatto che dobbiamo andare a suonare a Milano al Virus! Cazzo! Non ci posso credere! E' un posto di merda! E gli racconto. Qualche settimana dopo siamo tutti caricati sulla macchina di Nespola che non so come facciamo a starci con gli strumenti comunque stiamo andando a Milano e il viaggio fila liscio. Quando arriviamo al Virus sono le sette di sera e penso che ora in quel posto del cazzo ci entro come protagonista e non più come rifugiato semiclandestino. Purtroppo, come siamo dentro, una faccia di merda ci viene incontro e ci spiega che noi non possiamo suonare perchè abbiamo un contratto con la CGD, o una roba del genere. Effettivamente c'era un disco in ballo con altre tre band della nostra città. Era già stato registrato e doveva essere pubblicato prima o poi (più poi perchè non è mai uscito!). Alla faccia di merda se ne aggiunge una di cazzo che ci  dice che abbiamo firmato un contratto con una società multinazioonale o giù di li e nel loro centro sociale autogestito chi è intrallazzato coi padroni e gli industriali non suona anzi,  non ci entra proprio, e non si spiega come dei punks come sembriamo essere possano aver preso dei soldi in questo modo. Polpetta sta per tirargli un pugno in faccia che allora ci mettevamo poco e anche se non fa' in tempo a dirglielo, perchè il Lercio che è diplomatico lo ferma un po' alle brutte e comincia a parlare con quello li, già mi immagino cosa sta per dirgli: “ Oh testa di cazzo, io soldi non ne vedo se non quelli che mi guadagno lavorando come uno stronzo otto ore al  giorno e tu mi vieni a dire che io non posso suonare che è l'unica cosa che mi fa star bene nella vita!? Porco dio! che cazzo stai dicendo?!” Il lercio comunque, anche se parla soltanto e non è grosso come Polpetta, è abbastanza inquietante. Mentre gli spiega che siamo incazzati per aver fatto duecento chilometri a vuoto li guarda storto da sotto in su, dritto negli occhi e sembra che debba tirar fuori un cannone da un momento all'altro. Poi Nespola ha un'idea geniale, gli dice che stanno arrivando almeno una quarantina di amici, sempre da quei duecento chilomentri la, e siccome vengono per sentirci suonare e dei punks fricchettoni come loro ai nostri non glie ne frega un cazzo, faranno meglio a smetterla di sparar cazzate se non vogliono problemi. Questi già ce l'hanno che hanno la madama in casa un giorno si e l'altro pure, quindi! Gli intellettuali del cazzo prendono tempo e decidono di far riunione, intanto già più ragionevoli ci dicono di andarci a prendere da bere li al bancone. Siccome alcuni che contano non sono ancora arrivati noi facciamo in tempo a scolarci tre o quattro birrazze a spese loro, che, tutto sommato il viaggio ce lo hanno già pagato. E' passata mezz'ora e ci chiamano. Il portavoce, che è uno nuovo, mingherlino e con gli occhialetti rotondi, ci spiega che hanno deciso di concederci, dato che abbiamo fatto tanta strada e loro non hanno potuto avvisarci prima di partire, di suonare. Nespola prima che noi si possa rispondere qualcosa, gli risponde:  “col cazzo che suoniamo per voi, coglioni! Andatevene affanculo!” Quindi giriamo sui tacchi e portiamo via le palle. Tutto sommato Nespola ha interpretato il pensiero di tutti e quattro. Uscendo vedo dall'altra parte del cortile la mia portineria. Fanculo, che città del cazzo che è Milano.