giovedì 16 giugno 2011

Due Bianchi

Libertà per i sensi
per l’occhio, ora,
martellato fra l’orbita e il muro bianco,
possa scivolare sul cuoio
fino alla carne bianca
ed alla spiaggia di velo, nero
al cuscino di riccioli, neri;
se risalgo è d’oro.
E allora su e giù fra il nero e l’oro.
Per il tatto adesso,
oh, è molto semplice,
per un attimo sono necessario, insostituibile
e vedo come di dentro.
O immagino?
Dov’è il confine?

Devo vedere il fuori per toccare il dentro.
Anch’io voglio il mio confine.
Dove posso trovarlo?
C’è un forza fra il più e il meno,
fra il bianco e il nero.
Bianco da solo non è sufficiente
come non lo sarebbe il nero,
vicini crepitano, scintillano e,
nell’attrito insostenibile si genera la forza.
L’archetto da solo non produce suono
come non ne produce la corda… ma sfregati,
come le pietre focaie (due bianchi)
generano la scintilla, producono la vibrazione necessaria al suono.

domenica 5 giugno 2011

La casa dei gatti finti

Cominciava a fare freddo. Non avevo scelto una buona stagione per scappare di casa ma se mi mettevo in testa una cosa doveva essere quella. Avevo litigato con i miei perchè non sopportavo più di fare la vita che facevo e litigando avevo minacciato di andarmene di casa appena infilate due cose in qualche borsa. Per questo dopo essermi tirato dietro la porta di camera mia sentii girare la chiave nella serratura. Mio padre mi aveva chiuso dentro! Cazzo! E allora? Io mi calo dalla finestra! Fortunatamente essendo previdente avevo già fregato ai miei centomila lire dal cassetto del comò. Infilo qualcosa da cambiarmi in una sacca. Allora non mi serviva niente, non ero inchiodato alle mie cose come oggi. Non possedevo niente tranne la mia gioventù e poco spirito libero. Fortunatamente abitavamo al primo piano e saltare di sotto non era altro che una sfida divertente. Comunque avevo pensato di provare a calarmi con qualcosa. Non si poteva mai sapere. Se mi rompevo una gamba ci facevo pure una figura di merda. Individuo un filo della luce di quelli vecchi e bianchi coi quali avevo collegato una cassa più lontano allo stereo. Mi sembrava abbastanza robusto provandolo. Lo lego stretto al fermo della finestra, butto la sacca sulla macchina posteggiata di sotto. Rotola giù, un po' più in la. Salgo sul davanzale e con prudenza comincio a strisciare contro il parapetto. Quando sono tutto lungo appeso alla mensola afferro il filo e comincio a calarmi un pugno dopo l'altro. A metà strada passando da una mano all'altra mi accorgo che ho fatto una giunta al filo. Mentre mi viene in testa questa cosa vedo il filo storcigliarsi e un secondo dopo sto rotolando all'indietro dal tetto della macchina. Non mi faccio niente. Mi cago solo un po'. Raccolgo la sacca e via , giù per la crosa. Una delle cose che mi piaceva fare di più appena uscito di casa era precipitarmi a rompicollo giù dalla discesa. Era una strada ripidissima fatta di ciottoli rotondi e mattoni rossi pieni. La pendenza era fortissima e io arrivavo fino al limite massimo al quale le mie gambe reggevano l'impatto col terreno sostenendo ancora il corpo. Bastava niente per finire in terra sfracellandosi. La velocità era pazzesca e quella sera mi dava un senso di libertà infinito. In due minuti d'orologio ero giù al porto. Siccome la sacca l'avevo riempita bene mi pesava e non avendo un luogo dove andare m'incamminai verso la stazione dove c'erano un mucchio di alberghi e pure quello dove lavoravo io fino al giorno prima (perchè era sottinteso che con la mia fuga da casa mi ero anche licenziato e senza dare gli otto giorni). Scelsi la pensione Stella che sembrava il posto più cesso di tutti (e quindi il più economico) e mi feci dare una stanza. Per prima cosa tiro fuori un mezzo tubo di Pattex avanzato e un sacchetto e me lo sniffo tutto. Sono strafatto ma riesco comunque a sentire a un certo punto qualcuno che bussa alla porta chiedendo se mi sento male. Probabilmente durante il viaggio devo aver fatto casino. Mi affaccio e dico che è tutto OK. Ci sono abituati ai casini li dentro e il tizio tranquillizzato se ne torna da dove è venuto. Appena mi sono ripreso dalla raffica di flash esco. Me ne vado subito in centro a vedere se trovo qualcuno ma in piazza non c'è un cane. Allora me ne vado ai giardini di plastica perchè il giorno prima avevo sentito dire che c'era una performance. Io allora non sapevo cos'era una performance. Non avendo studiato l'inglese non conoscevo neanche il significato più semplice della parola. Sapevo però che associato a quella parola c'erano degli intellettuali che facevano qualche spettacolo a me incomprensibile e sicuramente noioso. Quella sera infatti mi ricordo che c'era un laser ai giardini di plastica che proiettava da qualche parte in cielo un bel raggio verde. Poi c'era della musica New Wave ma in giro poche anime sconosciute. Mi venne in mente però che lo Psycho doveva essere aperto quella sera e dopo aver gironzolato un po' nei vicoli andai la. Mi ricordo che non c'era un cazzo di nessuno neanche li. Veramente quattro gatti che si facevano i cazzi loro. In mezzo alla pista una ragazza ballava da sola. Non era gran che. Anche un po' grassa e squinternata, ma visto che era l'unica ed era sola e la mia fame era cronica ed insaziabile allora, mi misi a ballare li vicino a lei. Dopo un po' ci avevamo preso gusto e continuavamo sempre più sciolti. Mi accorsi che in realtà era molto bella di viso e questo mi fece più convinto. Penso che ballammo così da sconosciuti per più di un'ora e poi ad un certo punto lei si sedette sul gradino che correva su un lato della pista. Era stanca e un po' sudata. Io mi sedetti vicino a lei e le dissi: - Hai mica un posto per dormire? - Lei mi rispose che se volevo potevo andare a stare da lei che tanto era sola. Che culo! Andiamo allora. Qualche minuto dopo siamo su un'autobus che va verso la stazione. Scendiamo e andiamo all'Hotel Stella dove pago la stanza e ritiro la mia sacca. Sull'uno vuoto la guardo un po' meglio e mi accorgo che è una bella figa anche se solo un po' grassa. Anzi, è proprio bellissima di viso. Ha gli occhi blu grandissimi ed un viso molto dolce. Le sorrido e provo a infilarle la lingua in bocca. Ci sta e ci baciamo un bel po' poi dopo un po' mi chiede se mi va di farmi una canna. Io non ho mai fumato fumo ma non mi va di far brutta figura e le dico che va bene. Lei tira fuori le cose e si mette a trafficare sapientemente. Qualche minuto dopo stiamo fumando beatamente sulla fila di sedili in fondo all'autobus. I pochi passeggeri di quell'ora si fanno i cazzi loro ed io sono felice perchè ho avuto una botta di culo incredibile. In una volta sola mi son fatto una ragazza che mi da da dormire e da fumare, è un po vecchia avrà forse anche venticinque anni ma è buona e simpatica, e poi mi son sempre ammazzato di seghe pensando alle vicine di casa di mia madre che erano tutte più vecchie di trentacinque anni. Mi sembra strano però che questa roba che fumiamo non mi fa nessun effetto. Un mucchio di gente che conosco ne dice di belle su sta roba ma io non sento niente e non mi interessa, forse non lo respiro bene. Siamo arrivati. Dall'altra parte della città. Abita vicino al mare. In pochi passi siamo dal portone di casa sua che è un grosso palazzo più grande e più bello del mio. Mi sembra che li ci deve abitare gente più ricca. Prendiamo l'ascensore e saliamo al quinto piano. Lei apre la porta e nella luce che entra dal pianerottolo nell'ingresso mi sembra di vedere due persone dentro e faccio a tempo a pensare che m'ha raccontato una balla, che non è sola e chissà dove cazzo m'ha portato. Mentre ragiono così accende la luce e le due persone che erano dentro eravamo noi due riflessi in un grande specchio che occupa tutta la parete dell'ingresso di fronte alla porta. Beh, ritiro il fiato. L'appartamento assomiglia a quello dei miei, in fondo, ma è grandissimo ed ogni cosa che ci sta dentro costa di sicuro molto di più di quelle che sono nel nostro. I quadri attaccati alle pareti sono belli per davvero, non come quelli che fa mia cognata e che credo che stiano appesi solo in casa nostra. Gli oggetti sui mobili sono tantissimi e certi non so neanche cosa siano. Di sicuro ci sono un sacco di gatti li nel corridoio, ma non vivi. Sono di porcellana, ceramica, metallo, disegnati, pitturati, scolpiti. 'Sta gente ama i gatti, sicuramente. Il corridoio è lungo e finisce in una specie di vano dove si aprono alcune stanze, una camera da letto, la cucina, un bagno (ce ne sono due!), un salotto. Qualcosa mi fa dirle che è una bella casa, come se me ne intendessi di case o di oggetti d'arte. Andiamo nel salottino. Lei accende una lampada. La luce è bassa e la stanza resta in penombra. Mette un disco su un piccolo stereo nero. Sono le Slits. Non le conoscevo se non per sentito dire ma la musica mi piace, è mezzo reggae e ska un po' intellettuale. Viene sul divano e cominciamo a ruscare di brutto che quasi le strappo i vestiti di dosso. Ora che ci penso mi viene in mente che in vita mia a quel tempo avrò scopato si e no venticinque volte di cui due con due puttane di cui un vecchia, una con Bellumaroccu, come la chiamava Ninni perchè era scura di pelle e con un gran nasone e il resto con Dada che fino a un po' di tempo prima era la mia ragazza, ma era una principiante.. Però con una femmina così non c'ero mai stato. Anche se ora uscivo con la Carla, che era pure carina e buona, quella era proprio una donna e quello che faceva lo faceva per davvero. Ad un certo punto però s'è fermata, si è tirata su a sedere sul divano e da un soprammobile di legno a forma di gatto che stava sul tavolino li davanti ha tirato fuori un pezzo di fumo, poi s'è alzata ed è andata a prendere le sigarette, le cartine e l'accendino nella tasca della sua giacca. Era rimasta con solo le mutande indosso e aveva un bel culo e le tette molto grandi. Fa una canna e fumiamo di nuovo. Ricominciamo a darci dentro e dopo un po' son mezzo nudo anch'io. Dopo un po' si ferma di nuovo e va a prendere da bere. Non mi ricordo cosa ma ci scommetterei che io ho chiesto qualche superalcolico per sembrare più uomo di quel che ero anche se credo che non stavo andando male tutto sommato. In fondo ero contento perchè avevo risolto i miei problemi e avevo trovato anche una ragazza ricchissima che mi offriva un sacco di cose fighe. Siamo rimasti un bel po' sul divano. Lei mi insegnava delle cose incredibili. Ancora di più della Vale, quando mi ha fatto sentire cosa succede infilandomi la sua lingua lunga nell'orecchio. Ci fermavamo dal quel baciarci e carezzarci continuo soltanto per bere o arrotolare e fumare una canna. Io stavo da dio e lei pure. Poi mi ha detto di aspettarla un po' che doveva fare qualcosa di la in cucina. Sono stato li sdraiato sul divano a guardarmi intorno per un po' mentre finivo di fumare lo spinello che mi aveva lasciato tutto per me. Guardavo per aria mentre sentivo la musica beato come un papa e i miei occhi ogni tanto si fermavano su qualcosa che attirava di più la mia attenzione. C'erano un sacco di quadri e quadretti appesi alle pareti. Disegni incorniciati, piccoli poster, quadretti ad olio, acquerelli , fotografie e anche piccoli oggetti diversi e penzolanti. Tutti gatti. Al centro del muro dietro al divano però c'era un quadro più grande, dipinto che a differenza delle altre cose era un albero. Brutto, rinsecchito e con un tronco enorme. Era scuro, come di notte. Il cielo dietro ai rami lunghi era nero e le sue ultime foglie volavano in mezzo a dei lampi. Faceva un po' paura. Ogni tanto mi ricordavo che io quella non sapevo neanche chi era e qualche giorno prima insieme a Nespola, Polpetta, il Lercio, la Jolanda e la Rosy eravamo andati al cinema a vedere un film di Dario Argento dove si squartavano tutti. Mi sono alzato e ho cominciato a girare per la casa. C'erano gatti finti dappertutto e la cosa anche se era un po' inquietante mi faceva un po' ridere. A un certo punto sono entrato in una camera piccola che sembrava quella di un bambino. C'era un lettino di legno dentro con le sponde alte e al suo interno c'era un cuscino grandissimo colla bandiera inglese. Mi piaceva quella bandiera, era un po' il nostro sogno l'Inghilterra. Gli altri qualche mese prima c'erano andati affittando un pullmino ma io non potevo perchè lavoravo e comunque non avevo mai un soldo. Mentre pensavo al culo che avevano avuto gli altri a fare quel viaggio (io fossi stato in loro sarei rimasto la a fare il cameriere da qualche parte e a suonare la batteria in qualche gruppo fino magari poi a fare solo quello) lei mi è arrivata da dietro e mi ha abbracciato. Sentivo le sue tette grosse e calde sulla schiena, poi la sua mano è passata davanti e ha cominciato ad accarezzarmi il cazzo e mentre lo faceva mi ha detto nell'orecchio (ricordandomi la sensazione che mi aveva dato la Vale leccandomelo) che quello era il lettino di suo figlio ma che adesso non c'era perchè glielo avevano tolto. Non capivo bene cosa significava, ma ero un po' sconvolto pensando che quella ragazza aveva un figlio. Non avevo nessuna amica che aveva un figlio. E me la stavo facendo o forse era più lei che si stava facendo me, a questo riuscivo ad arrivarci. - Gira pure se ti va – mi ha detto – io arrivo subito. - Così sono andato un po in giro per il resto dell'appartamento contando i gatti che scovavo ad ogni angolo e dopo un po', essendo che mi ero un po' perso sono arrivato in cucina quasi senza accorgermene. Lei era seduta su una sedia dietro al tavolo proprio di fronte a me. Aveva il braccio sinistro completamente allungato sul piano ben stretto da un laccio emostatico e si stava facendo una pera. Sono rimasto li fermo in piedi come un salame a fissarla affascinato. Dopo un po' ha alzato la testa e mi ha chiesto se volevo anch'io. Ho rifiutato ma solo perchè avevo dei pregiudizi che ci eravamo messi in testa in piazza che però rispecchiavano bene la realtà delle cose. Farsi le pere era farsi del male (anche le canne) I punks si facevano di gas colla e benzina come diceva la filastrocca cosi non crepavano facendo piacere ai padroni.(in realtà molti di noi si facevano di nascosto) - Scusa, ti aspetto di là. - dissi quando riuscii a riprendermi dal fascino di quella vista, e me ne tornai in salotto avendo la sensazione d'essere un imbecille. Mi stravaccai sul divano senza riuscire a togliermi dalla testa quell'immagine. L'abbandono di quel braccio sulla tavola era semplicemente bellissimo. Sono passati trent'anni da allora e non l'ho mai dimenticato. Mi eccitava, non so perchè, ma se poco prima desideravo quella ragazza adesso la volevo ancora di più. Mentre ragionavo così lei arrivò in salotto e prendendomi per una mano mi invitò a seguirla tirandomi dolcemente fino in camera da letto. Ricordo che ad un certo punto eravamo in piedi vicino al letto completamente nudi. Io l'abbracciavo dal di dietro premendo il mio corpo contro il suo. Con le mani le accarezzavo e strizzavo le tette grandi, sode e calde e mi sembrava di non aver mai toccato niente di più bello in vita mia. Abbiamo fatto l'amore per ore e lei mi ha dato tutto. Non scorderò mai quegli occhi che sembravano dei fanali viola soprattutto quando erano dilatati dal piacere e dalla roba insieme. Le avrò detto mille volte quant'era bella. Non sapevo dire altro. Più tardi mi disse che sarebbe partita per Londra quella mattina stessa. Poche ore dopo. Ma che se volevo potevo rimanere a casa sua. Mi avrebbe lasciato le chiavi e avrei potuto stare li quanto mi pareva basta che non rispondevo al telefono e mi facevo i cazzi miei. Non sapeva quando sarebbe tornata e aveva un biglietto d'aereo di sola andata. La invidiavo. Se fossi stato più grande sarei partito con lei, ma allora non ero niente, non ero nessuno. Mi sentii un po' tradito per questo. Ero già innamorato di quell'essere così libero ma fortunatamente avevo di che consolarmi per il culo di aver trovato un posto dove vivere, pensavo in quel momento, il resto della mia vita. La mia immaginazione, la vita, non me la figurava più in la di ventiquattr'ore, ma sarei stato come a casa mia. Ci avrei portato tutti gli altri, avremmo fatto delle feste e ci saremmo sbronzati di brutto. Mentre pensavo così ci siamo addormentati e credo che sia stata la prima volta in vita mia che ho dormito con una donna. Non passò molto tempo. Alle otto lei si era alzata. La sentivo trafficare silenziosamente nel dormiveglia. Poi è venuta a salutarmi con un bacio e se ne è andata via per sempre.
Dormii fino all'una, poi mi alzai e feci colazione. Ero solo. Padrone di quel grande appartamento bellissimo che stava all'ultimo piano di un palazzo e le cui finestre si affacciavano sul mare. Ricominciai ad andare a spasso per la casa ma questa volta niente mi poteva impedire di aprire cassetti, scatole, armadi o quanto mi veniva voglia di esplorare. Ora, ripensandoci, non pensavo di cercare cose preziose o soldi. In quel momento io ero ricchissimo perchè avevo ancora ottantamila lire in tasca, un pezzetto di fumo, sigarette e addirittura un frigo con dentro della roba e una dispensa piena di cose da mangiare. La più grande ricchezza però era quella di non dover andare a lavorare. Non c'era nessuno che potesse dirmi di alzarmi a una cert'ora e di andare a soffrire come un cane facendo qualcosa che non rientrava nella mia vita, oppresso da qualcun'altro che era più merda della merda. Ero libero! E così, in piena libertà me ne uscii di casa con il trofeo delle chiavi della mia nuova residenza per andarmene in piazza a divertirmi fino alla sera che era il punto più lontano dove l'orizzonte del mio futuro fosse visibile. Presi l'uno e andai in centro, che era molto lontano da li. L'autobus di giorno ci metteva quasi un'ora per arrivarci e poi toccava prenderne un altro o andare a piedi. Andai a piedi perchè mi piaceva godermela. Camminavo per le strade piene di gente come Sid Vicious in The Great Rock&Roll Swindle. Mi sentivo un mezzo dio e anche se i walkman non esistevano ancora la mia testa era piena di musica sparata a manetta. Quella sera provavamo e io me ne sarei sbattuto di tornare a casa per andare a lavorare il giorno dopo, anzi, dopo le prove avremmo potuto andare tutti a ubriacarci alla Panteca che era quasi sempre aperta. Avrei offerto io e fanculo! Passai tutto il pomeriggio in piazza a cazzeggiare. Il tempo era cambiato, era una bella giornata e faceva caldo. Avevamo comprato un bel po' di fustini di DAB alla spina da bere. Ci facevamo un buco e li facevamo girare ciucciando a più non posso prima di passarlo. Era calda la birra ma noi ce ne fottevamo, l'importante era che ubriacasse. Fumavamo sigarette e sentivamo le cassette nell'autoradio della 500 del Lercio col volume a stecca. Stranglers, Killing Joke e Damned! Aspettavamo che polpetta uscisse da lavorare per andare su a casa sua dove avevamo la sala prove gentilmente offerta dai suoi nella cantina che cosi potevano tenerlo d'occhio. Comunque una figata. Potevamo suonare per ore, di sera, tanto stavano in campagna.
Allora, anche se avevo scopato con quella della casa, io avevo una ragazza che si chiamava Carla e che aveva il culo grosso ma un viso bellissimo con un sorriso stupendo. Dovevo essere in un momento di buona perchè di solito era fame nera e mi ammazzavo di seghe. Avere due donne insieme beh, non era proprio la normalità. Non dissi niente agli altri, ovviamente ancora meno a Carla, Mio fratello che era più grande ed era una persona seria non aveva ancora iniziato ad indagare sulla mia fuga anche se prima o poi sarebbe arrivato in piazza a cercarmi per riportarmi a casa. Avevo detto agli altri che me ne ero andato di casa e stavo da un mio amico. Gli altri erano gente che sapeva farsi i cazzi propri e a rotazione scappavano tutti di casa. Che mi ricordi nessuno aveva già una casa propria ed erano pochi quelli che avevano un lavoro (dal quale fuggivano regolarmente) e ancora meno quelli che andavano a scuola. Quella poi era proprio un mondo sconosciuto. Con gli altri del gruppo più Carla e Bob che venivano a sentirci, siamo andati a prendere Polpetta che usciva da lavorare. Lui faceva l'aiuto pasticcere in una famosa pasticceria del centro e non dico qual'era perchè esiste ancora e lui nei dolci ci infilava le sue caccole di naso e tanta altra roba che non era peggio di quello che avrebbe dovuto metterci, almeno a sentir lui. Comunque, caccole o no, dal finestrino che dava sulla strada lui ci passava un mucchio di paste, tutte tranne i babà al rhum che diceva che quelle era proprio meglio lasciarle perdere. In sei dentro la cinquecento che starci col culo di Carla e gli schizzi di Bob che per noi era schizzofrenico, nel senso che aveva un tic che lo faceva schizzare ogni due per tre, ci si stava appena appena, anche se una volta ci siamo entrati in undici per vedere in quanti ci stavamo. Era stato un po' come quando avevamo messo i chiodi, le giacche e i cappotti di tutti (eravamo almeno una dozzina) indosso al Lercio che era diventato gigantesco e poi l'avevamo riempito di lordoni e calci fino a rintronalrlo. Ma li tornavamo dall' osteria della Luisa e quindi eravamo abbastanza fatti e ciucchi. Lo facevamo tutti a giro, era un po' come giocare ai cavalli marci ma le ragazze non partecipavano mai a questo gioco. Con il primo dei Killing a manetta siamo arrivati su in sala verso le 9 che c'era un viaggio di tre quarti d'ora per arrivare là in cima ai monti dove abitava Polpetta. Quella sera andavamo da dio! Non ci siamo messi a fare i nostri pezzi ma abbiamo cominciato a suonare uno dietro l'altro tutti i pezzi dei Killing. Allora c'era solo il primo LP in circolazione ed era miracoloso sentire come la musica ci arrivava nelle mani dalle nostre teste. Il Lercio cantava e suonava il moog e noi tre ci davamo dentro di brutto sbagliando poche cose. Il bello era che non l'avevamo mai suonati prima ma ce l'avevamo nel sangue a furia di sentirli e ballarli. Una vera wardance! Bob impazziva di goduria e schizzava ad ogni cambio della musica e la Carla, seduta tipo fachiro sulla lavatrice della mamma di Polpetta, mi guardava sorridendo (che sapeva che mi piaceva di più quando sorrideva) e il suo sorriso prometteva di darmela appena ci fossimo ritrovati soli. Polpetta pestava sui tamburi come solo lui sapeva fare. Aveva una forza ed una precisione pazzesche. La forza credo che gli venisse dall'impastare i dolci. Nespola, che era secchione faceva friggere acidamente la sua Stratocaster nera. Era un professionista. Quella fu la sera più memorabile che trascorremmo in saletta come L. H.. Alla fine il Lercio ci ha portati a me e la Carla giù a Sampe. Lei abitava li. Siamo stati sotto il portone di casa sua a ruscare un bel po'. Avevo provato a convincerla a venire a “casa mia” ma non ne aveva voluto sapere. Lei viveva con i suoi e non poteva stare in giro di notte. Sono andato a prendermi l'uno che andava tutta la notte e me ne sono andato a casa. Appena arrivato mi sono messo su un disco e mi sono buttato sul divano. Nella scatola-gatto di legno c'era ancora del fumo e più per noia che altro mi sono fatto le ultime due canne che avanzavano. Quella roba continuava a non farmi nessun effetto così che mi chiedevo come mai la gente ci buttasse dei soldi. A un certo punto devo essermi addormentato. Mi sono svegliato di soprassalto mezzo spaventato da un sacco di rumori che non avevo mai sentito. La musica non c'era più e non sapevo più dove cazzo ero! Poi pian piano mi ricordai. I rumori non erano poi così forti ma non smettevano mai. Era il vento, che essendo così in alto nel palazzo, faceva un gran casino. Mentre mi guardavo intorno per ritrovarmi, gli occhi mi erano caduti sul quadro pauroso appeso sopra il divano. Se gli mancava qualcosa, il tempo di fuori ce l'aveva messo, così le foglie volavano via e i lampi scoppiavano per davvero. Poi feci la scoperta che mi fa venire i brividi ancora adesso che son passati trent'anni: l'albero terribile aveva i baffi e gli occhi da gatto! Fanculo! Sono andato in cucina e frugando nei cassetti mi son preso il coltello più grosso che ho trovato. Poi nell'ingresso ho preso anche un ombrello grosso, robusto e abbastanza pesante che sembrava quasi un bastone. Sono andato in camera da letto e mi sono chiuso a chiave, ho guardato se sotto il letto c'era qualcuno e poi mi sono rattrappito appoggiato alla spalliera deciso a vender cara la pelle. Poi mi è passata. Mi son tranquillizzato e allora ho cominciato a curiosare. Ho aperto l'armadio che era gigantesco e strapieno di vestiti. Ho tirato qualche cassetto. Dentro era pieno di biancheria da femmina. C'ho affondato le mani e mi è rimasto attaccato un reggicalze color rosso e crema. Se c'era quello dovevano anche esserci delle calze e infatti dopo un po' di rovistare ne è spuntato un paio color carne. Allora mi sono spogliato e mi sono messo quelle cose indosso. Pensavo a quella ragazza che aveva fatto l'amore in quel letto con me solo poche ore prima, alle sue tette e ai suoi occhi, a quello che avremmo potuto fare con tutta quella biancheria. Fu una sega stupenda! Poi mi sono spogliato e me ne sono andato a dormire cullato dal vento e sognando occhi viola e gatti.

Il telefono suonava. Mi aveva svegliato. C'era il sole che entrava dalle tapparelle non del tutto chiuse e il vento era cessato. Il telefono continuava a squillare. Ho risposto. Sapevo di non doverlo fare ma ho risposto. Li per li pensavo che la mia amica e padrona di casa dovesse dirmi qualcosa, che si fosse dimenticata di darmi qualche dritta su qualcosa da fare. Dall'altra parte una voce di uomo mi chiede chi cazzo sono e dov'è lei. Rispondo che lei è partita per Londra e mi ha lasciato la casa. Rettifico, come per precisare che non me l'ha regalata, che me l'ha prestata per custodirla. Quello di là si incazza e comincia a dirmi che se non me ne vado mi manda i carabinieri, i pompieri, Ufo Robot e le Giovani Marmotte. Lo mando a fanculo e butto giù. Però non sono tranquillo. Ho paura che la mia fortuna sia finita. Faccio fagotto ma quando sono li per andarmene decido di portarmi via qualcosa. Così mi frego il giradischi (il Lercio, che era un po' un genio fra di noi, con il suo amplificatorino ci avrebbe fatto qualche giorno dopo un preampli per distribuire il suono in cuffia e registrarci in sala), Una vecchia macchina fotografica Yashica, un binocolo, qualche disco. Riesco a far stare tutto nel mio sacco. Chiudo la porta a chiave e me ne vado in piazza. Ricomincia tutto da capo, dove cazzo vado a dormire stanotte? Intanto mollo il malloppo al Lercio che mi tiene un po' di cose in macchina. Alla sera me ne torno allo Psycho e ci riprovo. C'è una ragazza da sola che beve e fuma attaccata a un tavolo. Non è proprio una ragazza. É un po' vecchia, avrà almeno trent'anni. Sarebbe carina se non sembrasse mezza fricchettona. Provo a chiederle se ha un posto per dormire. Mi guarda bene e dopo un po' mi dice di andare a casa sua. Quasi non ci posso credere. Se non è culo questo?! Questa però è povera, la casa è un cesso in centro storico ed è pure sporchissima, il fatto è che anche 'sta qui sembra sporca e in più ha una voce nasale strana come se ad ogni parola un catarro le impedisse di parlare. Forte! L'altra si faceva le pere però era pulitissima e profumata, questa sembra una zia suora ma è un cesso nel vero senso della parola. Mi offre del tè nel quale ci devo mettere del miele preso da un vasetto tanto sporco che non ci si vedeva dentro. Quando andiamo a dormire, nel suo letto matrimoniale, mi sembra che le piacerebbe di farmisi ma aspetta che sia io a saltarle sopra. Aspetta e spera. Mi giro di là e dormo fino a domani! La mattina dopo si sveglia presto e mi dice che devo alzarmi anch'io e andarmene, che lei deve andare a lavorare o che cazzo ne so. Pazienza. Purtroppo aveva l'aria di non volermi più per i coglioni. Di nuovo per strada, cazzo... chi se ne fotte! Stasera vado allo Psycho e mi trovo un'altro alloggio!