martedì 11 agosto 2020
Dopo la Luisa ci rotoliamo nelle aiuole
domenica 9 agosto 2020
La notte dell'ACI
sabato 8 agosto 2020
Lo studente
Sono passati un po’ di anni da allora ma non dimenticherò tanto facilmente una faccenda così bizzarra. Juan Diego Hernandez era il miglior studente della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università. La sua famiglia era ricca e lui avrebbe potuto benissimo studiare negli States ma la sua passione per l’arte l’aveva spinto ad insistere con i suoi genitori perché gli permettessero di trasferirsi in Italia. Al quinto anno di studi era tirocinante presso la divisione di Medicina Interna dell’ospedale S. Francesco. I medici, i chirurghi e gli anestesisti della divisione non ricordavano a loro memoria uno studente così brillante, geniale e perspicace e si era ormai diffusa la voce in tutto l’ospedale che diverse volte in sala operatoria Juan Diego aveva tolto dai casini qualche chirurgo e addirittura il Primario. Per lui l’ìntestino non aveva segreti… sembrava quasi che avesse partecipato col Padreterno al suo progetto. Pensate che prima di entrare in sala operatoria, soltanto con un’occhiata al paziente da operare, riusciva a capire quanto lunghe fossero le sue budella. Gli infermieri ed anche qualche medico avevano preso ormai l’abitudine di scommettere sui suoi pronostici con scarti di pochi centimetri. Si era creata in poco tempo una “lotteria del colon” (l’avevano chiamata proprio così) la cui eco era giunta anche alle orecchie del Direttore Sanitario il quale, senza prendere troppo sul serio la cosa, aveva suggerito al Primario di far cessare le voci di quella stronzata del totocrasso o cosa fosse. Al di fuori dell’ospedale e dell’università Juan Diego conduceva una vita piuttosto tranquilla. Viveva, come quasi tutti gli studenti, nel magnifico centro storico che era il cuore dell’antica città condividendo un piccolo appartamento con due belle ragazze allieve dell’accademia teatrale. Il fatto che fossero molto carine non lo sfiorava neppure. La sua unica passione era un determinato tipo d’arte figurativa. Egli era appassionato di pale d’altare e non v’era chiesa della città che non conoscesse fin negli angoli più remoti. Nei week end riempiva il suo zaino e con la fedele macchina fotografica appesa al collo prendeva il treno per visitare altre chiese in altre città. Non era assolutamente religioso, anzi, diverse volte si era definito ateo e spesso litigava con i parroci delle chiese che trovava chiuse o nelle quali si attardava a scoprirne i segreti.
Non si sa
con precisione quando ebbe inizio la cosa. Di fatto, da un giorno all’altro
accadde. Innanzi tutto cominciò ad arrivare in ritardo alle lezioni quando gli
studenti stessi lo avevano veduto in perfetto orario ai giardinetti di fronte
alla facoltà, e lo stesso accadeva all’ospedale. Juan Diego anziché entrare si
aggirava per le aiuole come in cerca di qualcosa. Soprattutto lo si sorprendeva sorridente all’arrivo
di qualche bel cagnolino al guinzaglio. In breve la stima e la simpatia che
tutti provavano per il giovane messicano svanì
per lasciare il posto ad una profonda repulsione. Infatti l’eccellente
studente si era appassionato ad un intrattenimento tutto suo che consisteva innanzitutto nel
pedinare gli ignari cagnolini che si apprestavano ai bisogni. Una volta
individuate le feci, inizialmente di nascosto ma con il passar del tempo senza
più remore, il giovanotto balzava con un piede su di queste e trascinandolo
sull’asfalto dei vialetti tracciava una croce, tornando ad inzuppare la suola
appena questa difettava di materia. In breve quest’abitudine lo rese
intollerabile in qualsiasi luogo chiuso mettesse piede. In pochi giorni il
vizio fu palese e sulla bocca di tutti. Quello che non era di pubblico dominio
era che Juan Diego cercava qualcosa di
sempre più grande. Non gli bastavano più i volpini, né i pastori né gli alani.
Alle volte si indaffarava per radunare
le feci di più cani e fu allora che attirò l’attenzione dei vigili urbani che
non sapevano di preciso per cosa multarlo.
Un giorno accadde il peggio. Ci
si preparava per una resezione intestinale e la caposala stava ordinando ad una
giovane infermiera il clistere al paziente. Come normalmente pedinava i cani,
Juan Diego si mise sulle tracce dell’infermiera. Il paziente era stato portato
nel bagno e attendeva un po’ preoccupato che gli fosse fatto il lavaggio
intestinale. Costui era enorme, evidentemente obeso ed era finito in pronto
soccorso probabilmente dopo una colossale indigestione. La vista della graziosa
ragazza e del dottorino sorridente che la seguiva confortarono il ciccione che
salutò ambedue distintamente. L’infermiera si accorse del tirocinante ed ebbe
il tempo di dire: “oh, dottor Hernandez
cosa….” In quel punto l’estintore le rovinò sulla testa lasciandola
mezza morta sul pavimento. Il paziente stava per gridare qualcosa ma il bisturi
guidato dalla mano esperta del messicano gli aveva aperto la gola da un
orecchio all’altro. In un attimo gli aprì anche il ventre estraendone il suo
organo preferito, se lo rigirò come una sciarpa intorno al collo e corse a
precipizio lungo il corridoio tenendone stretti i due capi. Coloro che
inorriditi lo videro passare o che, peggio, da lui furono scontrati
testimoniavano alla polizia senza incertezze che sghignazzando egli ripeteva
con enfasi : - dodici e trentadue. -
talvolta in italiano e talvolta in spagnolo. Quello che accadde dopo è
sempre imbarazzante da raccontare… ma vedete, lui arrivò nel viale che conduce
ai padiglioni sanitari e si mise a svuotare come una salsiccia il contenuto
dell’intestino (il poveraccio non aveva fatto in tempo a svuotarsi). Si proprio
dalla merda. Ci saltò sopra con un piede e tracciò la croce più grande della
sua vita. Nessuno osava avvicinarsi, lo guardavano tutti a tratti affascinati e
schifati, comunque raccapricciati. Qualcuno ebbe l’iniziativa di chiamare le
guardie giurate del servizio di vigilanza che dopo un breve consulto fra di
loro ebbero il buon senso di lasciargli
terminare l’opera. Allora si sedette affranto, come svuotato su una
panchina li vicino e dopo pochi minuti i poliziotti che nel frattempo erano
giunti, lo fecero caricare legato come un salame su di un’ambulanza. Fu
condotto al reparto di psichiatria che
era qualche centinaio di metri più su lungo il viale. Lo legarono in un
letto e lo imbottirono di roba…pare che da strafatto continuasse a ripetere che
i crocefissi non lo lasciavano fotografare.
La spada di Don Giovanni
Finalmente ero stato ingaggiato per interpretare un ruolo nel Don Giovanni in un vero teatro d’opera. La paga non era granchè e le recite erano pure poche. Ma l’idea di cantare Mozart con una vera orchestra, non una riduzione per canto e pianoforte o una trascrittura per piccoli ensemble strumentali, sentirsi galleggiare su quelle melodie veleggianti per terze, trasportati da quel mare armonico sulle cui onde dinamiche surfeggiavano le arie degli strumentini, capite, non era Rossini, l’istrione d’abitudine, né quel gran confusionario di Donizetti o quel poverino di Pergolesi. Era il Dio in persona della musica assoluta. Il sempre sognato che si realizzava. E poi una produzione tradizionale con i costumi del Settecento e la macchina del fumo e le armi vere per gentile concessione del museo li vicino! E i cantanti, si, giovani, ma uno più bravo dell’altro ed entusiasti, non i vecchi disillusi che pensavano solo al cachet o i raccomandati, ma cantanti che cantavano perché godevano di cantare e recitavano dimenticando se stessi per tre ore intere. E le tre donne per una volta nel teatro lirico erano tre belle ragazze per le quali non ci voleva una grande fantasia per concedere che si potesse uccidere o bastonare per loro. Io ero Masetto, giovanotto cornuto e incazzato, focoso e ingenuo, onesto e leale. L’ultima ruota del carro i cui brani solistici erano proprio pochini e di minor interesse ma che partecipava alla costruzione dei giardini armonici del Genio: i tre concertati, galassie fra le più brillanti del firmamento musicale di tutti i tempi che erano costruiti esattamente sulle fondamenta del mio canto!
Il mondo dell’opera oggi è guasto.
Probabilmente è guasto fino al nocciolo. E’ guasto perché la gente non sa che
cosa sia l’opera. L’opera oggi non è più un linguaggio comune come lo era un
tempo, non fa più parte del nostro mondo. Hanno provato a tenerla in vita ma a
me dà l’impressione che assomigli molto alla mia stufa che non funziona,
Soffio, soffio ma la fiamma è sempre li moribonda e prontissima ad abbandonare
la legna. E’ una stufa cinese e quindi
sostanzialmente è per questo che non funziona. Anche la legna non brucia. E’ legna
da poco. Tutto nella mia famiglia è da poco. Ce l’abbiamo nel sangue. E’ da
poco e deve durare tanto. Più tanto possibile. È il retaggio della povertà
contadina. L’opera tenuta in vita ha una funzione importantissima: permettere
che alcuni possano sopravvivere e pochi altri possano vivere bene e talvolta
arricchirsi. Diventa un rifugio. Alcuni riescono a trovare rifugio in
quest’ambiente perché riescono a mimetizzarcisi bene grazie anche alla miopia
di chi è rimasto a fruirne. Di solito sono individui mediocri nel proprio
mestiere, spesso privi di talento artistico ma buoni calcolatori. La gente non
sa distinguere e il più delle volte si allinea ad un applauso come le pecore
seguono il cane. Il cane mangia gli avanzi del pastore e guida le pecore.
Nel teatro in cui lavoravo in quel momento
c’erano tre persone di questo tipo: il direttore artistico che era un vecchio
finocchio che si dilettava a sbirciare nei camerini degli interpreti maschili.
Costui aveva introdotto in quel suo regno un suo succedaneo che ne era diventato
direttore musicale. Direttore d’orchestra, lo chiamavano, ma pareva che più che
dirigere un’orchestra condisse energicamente una pastasciutta. Costui aveva
introdotto nel regno del suo padrone la propria sorella, che oltre ad essere particolarmente
brutta era pure una trombettista stonatissima colla quale avevo già fatto un
concerto una volta e per la quale avremmo rischiato il linciaggio se appunto il
pubblico ne avesse capito un po’ di più. Costei avrebbe dovuto ricoprire il
compito di maestro rammentatore, ruolo che nei teatri lirici di solito è
ricoperto da un maestro sostituto, figura altamente professionale. Questa donna
tuttavia era li, e spesso più che essere d’aiuto a coloro che agivano in
palcoscenico (che rischiavano di smarrirsi assai spesso grazie al conditore)
finiva il lavoro del marito aiutando chiunque a perdersi inesorabilmente nei
meandri dello spartito.
Io avevo impiegato tanti anni per essere li
in quel momento e vedere che questi che mi dirigevano, ed ai quali avrei dovuto
affidare la mia maturanda capacità artistica, erano dei benemeriti inetti
diventavo triste più di quello che ero normalmente grazie alla mia indole
malinconica la quale si tramutava in gioia soltanto nel momento in cui cantavo
e recitavo. Nel trascorrere dei giorni di prova avevo così maturato un odio
feroce verso codesti individui ed arrivati agli assiemi non sapevo più come
frenarmi dal prenderli a calci fino a farli urlare e sanguinare. Soprattutto mi
infastidiva da morire una cosa sulla quale si erano incuneati i due sfigati. A
Lorenzo da Ponte, il librettista, era sfuggito un’infinitesimale lacuna non
tanto nel suo lavoro quanto in quello del compositore che data la sua non
totale dimestichezza con la lingua italiana aveva fatto si che, privilegiando
la ritmica, ne venisse a soffrire la parola: ad un certo punto, nella sua aria,
il buon Masetto dice: - faccia il nostro cavaliere cavaliera ancora te. -
rivolgendosi alla sua fidanzata Zerlina. La ritmica, la sillabazione, la
lunghezza delle note ma soprattutto l’abitudine dell’orecchio umano italiano a
scartare l’ipotesi che una parola così usata al maschile come “cavaliere” possa
essere declinata anche al femminile, per di più legata velocemente ad un’altra
parola che inizia per a come ancora, fanno si che esso si sbrighi a riconoscere
nel suono un semplice “cavaliere” con la e; fate voi la prova, provate a dirlo
velocemente e sentirete la vostra lingua sbatacchiare nella bocca senza
riuscire minimamente a convincere il cervello d’aver detto “cavaliera”! Il
conditore fermò addirittura l’orchestra appena passato quel momento dove io
ancora cercavo di domare e piegare la mia lingua per la loro soddisfazione.
Come una mandria che esegue un ordine imprevisto tutti i professori d’orchestra
come in un lento cascare di pedine di domino, si fermarono chi qua chi la lungo
la partitura pressappoco dopo la parola incriminata. Dalla buca il capocuoco mi
gridò: - Masetto, non ho sentito bene cavaliera, l’hai detto? Eh, stai attento,
dillo bene, ca va lie ra, a! attento eh, a! - e si sforzava colla bocca in
smorfie da cucina accompagnato dalla buca dalle smorfie di sua moglie.
Ripartimmo, ma ormai la scena s’era raffreddata ed io sentivo montare in me
ancora di più la furia contro quella cocciutaggine quando c’erano mille cose
più importanti che non funzionavano. Terminata la scena uscii fra le quinte
senza riuscire a togliermi dagli occhi la visione di quelle bocche che
tentavano di dare forma ad una a inverosimile che nella mia mente diventava
gigantesca e mi inseguiva e mi fagogitava come se fosse stata la spaventosa palla
del “Prigioniero”. Così sovrappensiero, anziché scendere nei camerini, mi
fermai nell’ammezzato in cui gli attrezzisti avevano allestito il tavolo con su
l’attrezzeria per chi entrava da quella parte. Su quel pianerottolo c’era anche
la porta che immetteva allo stretto e polveroso corridoio che conduceva al
sottopalco e quindi alla buca del suggeritore. Sul tavolo, in primo piano,
quasi galleggiando sugli altri oggetti, come un pugnale di Macbeth, c’era la
spada del Commendatore. Era vera, pesante e lunga, d’acciaio. Ovviamente non
era affilata e neanche appuntita, ma nella porta di fronte a quella del
sottopalco c’era quella della carpenteria. Sbirciai dentro attraverso la porta
accostata. Buio. Sulle scale nessuno. Presi la spada ed entrai nel laboratorio
riaccostando la porta dietro di me. Li su un tavolo alla mia destra c’era una
mola da banco, la intravedevo alla luce che filtrava dal pianerottolo
attraverso la porta accostata. Azionai l’interruttore e guardai il disco di
pietra che con una certa lentezza raggiungeva la velocità giusta. Avvicinai la
punta della spada e con attenzione cominciai ad affilarla. Mille scintille
schizzavano tutte intorno esaltate dall’oscurità. Sembrava un fuoco
d’artificio. Ogni tanto ne carezzavo la lama
con le dita per saggiarne il filo. Vi dedicai parecchio tempo, tanto non
dovevo tornare in scena che molto più
tardi. Quando fui soddisfatto spensi la mola e dopo essermi assicurato che
nessuno passasse in quel momento per le scale uscii sul pianerottolo e subito
infilai la porta del sottopalco. Feci attenzione a non sporcare il costume nel
corridoio stretto stando attento soprattutto che calcinacci e ragnatele non mi
facessero fare la figura del Marchese di Nanà. Dopo pochi passi nella penombra
mi ritrovai praticamente sotto il centro del palco. Potevo sentire sopra di me
i cigolii delle tavole e lo scalpiccio dei cantanti in quel momento in scena.
Don Giovanni probabilmente, non trovando la spada, avrebbe dovuto mimarne
l’uso, peccato perderselo. La poca luce che filtrava dalla buca e dalle fessure
dall’assito mi permetteva a poco a poco di vedere nell’oscurità del sottopalco.
Di fronte a me, a pochi passi di distanza, mezza figura umana si agitava dai
piedi allo sterno in un movimento convulso che pochissimo aveva a che fare colla
musica che si sentiva la dietro il tavolato del golfo mistico. La poveretta
cercava di rimediare all’incapacità del marito non riuscendo che a peggiorare
la situazione. Io avrei messo la parola fine a quello scempio. Avanzai.
Avvicinandomi potevo adesso vedere l’ombelico della donna mentre la maglia che
indossava si muoveva su e giù. Mi fermai a mezzo metro di distanza e respirai
profondamente. Alzai la spada e ne puntai la lama tenendola inclinata verso
l’alto a un palmo dallo sterno lievemente più in basso e con un’inclinazione
verso l’alto tale da non incontra l’osso. Aspettai così fermo un paio di minuti
fin che la musica non prese a crescere sempre di più. Alcune misure prima che
raggiungesse l’apice, spinsi con tutta la
mia forza aumentata dal peso del mio corpo. Credo di averle infilzato il
cuore come allo spiedo. Sicuramente la lama penetrò nella tavola di legno
dietro a lei conficcandovisi. Per pochi secondi fu scossa da un susseguirsi di
movimenti inconsulti quindi si rilassò accasciandosi e fu li che la spada si
spezzò e ne lasciò precipitare il corpo giù. Stetti ad osservarla un po’. Mi
sentivo sereno e finalmente in pace con Mozart. Sopra i cantanti terminarono
finalmente a tempo. Perfetto. Era evidente che la spalla aveva comunque già
preso la situazione in mano. Un altro brano attaccò ed io, gettato il pezzo di
spada che ancora impugnavo sul corpo esanime della donna me ne sgusciai
rapidamente in camerino.