martedì 11 agosto 2020

Dopo la Luisa ci rotoliamo nelle aiuole




La Luisa era un'osteria in via Ravecca. Non che lei fosse un'osteria e magari neanche lei era la Luisa, forse lo era sua madre o sua nonna. La Luisa ci dava asilo. Era piccola, con una specie di bar nella prima stanza lunga con di fronte tre o quattro tavolini. In fondo al balcone un arco nel muro conduceva alla sala del retro che era uguale e parallela a quella davanti. Qui i tavoli erano sei o sette. Per un po' di tempo era diventato il nostro covo. Un rifugio caldo, dove eravamo accolti con simpatia da quella donnona grassa e gioviale alla quale le creste e i chiodi non facevano nessun effetto. Ci dava da bere un onesto cancarone rosso o bianco, ci lasciava fare di colla e gridare quanto ci pareva. Luisa era una giusta. I nostri deliri non la spaventavano mai. Ci rideva sempre sopra. Poi di solito quando ce ne andavamo eravamo sempre sbronzissimi. Una sera io K. lo eravamo così tanto che abbiamo continuato a ridere e a sparare cazzate per tutto il percorso che ci separava dalla Vittoria. A un certo punto abbiamo perso  pure la strada. Era pomeriggio tardi d'inverno. Era buio e faceva freddo ma noi eravamo ben zuppi di vinaccia e godevamo come maiali . Come siamo finiti in cima alle caravelle nessuno lo può sapere. Il fatto è che era il vino a guidare i nostri passi in una sera vuota e senza futuro nella quale noi avevamo deciso di vivere ancora un po'. Le caravelle sono delle gradissime aiuole in discesa con delle grandi scalinate. Architettura fascista che finiva di decorare la prospettiva di quella piazza di travertino che era la nostra patria. Non so bene come ma ad un certo punto io e K. ci siamo messi a rotolare giù dalle aiuole. Ridevamo a crepapelle felici di aver scoperto quel gioco divertentissimo. Il guaio era che una volta in fondo abbiamo cominciato a sentire una gran puzza di merda e ci siamo accorti che avevamo pestato con tutto il corpo un sacco di merde di cane. I fiori nascondono sempre della merda! Che fare? Mica si può tornare a casa conciati in quel modo! Allora decidiamo di andare a Brignole a lavarci i chiodi nella fontana anche se li ci stanno i metallari e in questo periodo ci stiamo particolarmente sul cazzo. Per fortuna non ci troviamo nessuno e possiamo far pulizia. Alla meno peggio ci togliamo di dosso i regalini degli animali e contemporaneamente decidiamo di non andare a casa ma di rimanere in giro continuando a bere e parlare di cose meravigliose tipo il futuro pazzesco che ci spetta in quanto cantante degli Establishment lui e bassista dei Local Heroes io. La sera così passa in fretta e quando abbiamo sonno e non ci sono più autobus per tornare a casa cerchiamo asilo. Un Albergo nei vicoli potrebbe andare bene così finiamo in una doppia ammuffita in via Gramsci. Ci fanno un prezzo da puttane. Tutto è tranquillo. La tappezzeria bisunta sembra una carta geografica. Incastriamo una sedia sotto la maniglia della porta. Spariamo ancora un po' di cazzate mentre finiamo di lavarci. La mattina dopo ognuno se ne va per i cazzi suoi.

domenica 9 agosto 2020

La notte dell'ACI




Cazzo cos'erano quelli di Milano! Mi ricordo in particolare Jerry e Lo Scienziato. La Miriam anche era di Milano ma stava sempre a Genova che era la ragazza di Giacomino. Una volta che non c'erano i miei aveva dormito a casa mia e avevo fatto in modo che dormisse nel mio lettino da ragazzo. Era venuta sotto le coperte con le scarpe e mi aveva fatto passare ogni fantasia. Fra noi e quelli di Milano c'era una bella differenza. Noi sembravamo dei campagnoli mentre loro sembravano spuntare diretti da Londra. Poi da noi la cresta ce l'aveva solo Flash. Una volta la cresta non si sapeva neanche cosa fosse, poi tutto si è avariato, diciamo così. La politica ha preso il posto di una franca ribellione e l'anarchia irrazionale e genuina si è fatta asciutta, radicale e combattiva in barba al pacifismo che andava sbandierando. I Crass con le loro marcette marziali ne erano una spia. Li erano apparse le creste, come estremizzazione provocante dell'estremo. Qualcosa di più spinoso e minaccioso delle borchie, come gli aculei velenosi di certi pesci tropicali, che spesso però erano soltanto una bella (nel più sobrio dei casi) decorazione sopra la classica dotazione di chiodi, anfibi e pantaloni con le cerniere e i bondages. Estetica. Era un po' di tempo che fra una nostra “falange” pseudo intellettuale condotta da  Giacomino e dal Cinese e una più nutrita rappresentanza Milanese s'era creato una specie di sodalizio anarco-trasfertista. Loro venivano giù, a gruppetti di solito, e poi si andava al Black Hole a Recco, una piccola discoteca piazzata in un fondo di palazzo sotto l'autostrada che in inverno faceva una serata punk o due la settimana su iniziativa di Ennio, un “imprenditore “ sulla sfiga. La cosa buona era che si poteva andare anche in treno e per tornare qualche macchina la si trovava o si aspettava un treno alla mattina. Li dentro ci facevamo liberamente di colla e pogavamo di brutto. Se qualche volta era spuntato qualche fighetto a rompere il cazzo l'avevamo fatto scappare subito. Una sera addirittura io ne avevo inseguiti due su per le scale e questi erano scappati come conigli. Quel posto era nostro. Fanculo. Una sera da Milano erano venuti giù un sacco di punx ma non si sapeva cosa fare che tutti i posti dove andavamo di solito erano chiusi. Allora dalla piazza abbiamo pensato forse di andare al mare in una birreria che frequentavamo di solito d'estate e che più o meno ci tollerava. Andavamo a prendere qualche autobus verso la Foce dove ce n'erano un paio che andavano sulla costa verso levante. Per arrivare giù alla Foce dovevamo fare un bel po' di strada a piedi passando fra l'altro di fronte alla Questura dove ci conoscevano bene. Saremo stati almeno una quarantina fra noi e i milanesi. Mi ricordo che di noi c'erano fra gli atri la Vale, l'Ulrica, Goofy, Skinfy, Zoaglio, Rabbysh e Bob che erano sempre insieme.  Eravamo un mezzo esercito piuttosto pittoresco. Sulle teste di tutti svettavano diverse creste di milanesi, quella nera dello scenziato, sempre con gli occhialini da sole di metallo neri e rotondi (forse era per quelli che lo chiamavano lo scienziato), quella di Jerry colorata di biondo e rosso e quella corta di un'altro del quale non mi ricordo il nome ma che era l'unico simpatico. Io e qualcun altro eravamo rimasti indietro cazzeggiando. Le nostre quattro donne che veramente non si potevano dire delle gran fighe erano tutte a tacchinarsi i milanesi. In fondo era meglio così, tanto a noi ci avevan già trombati tutti. Tranne la Miriam di milanesi femmine non me ne ricordo neanche una, probabilmente perchè a parte la Miriam erano dei cessi. Miriam una notte aveva dormito a casa mia. L'avevo ospitata nel mio lettino e lei era venuta a dormire completamente vestita, pure con gli anfibi, cazzo! Se anche avessi voluto scoparci ci avrei messo un'ora a levarle la roba d'indosso! Ma l’avevo già detto. Facevamo un gran casino ma dalla Questura eravamo passati indenni, avevamo attraversato un paio di incroci e poi il benzinaio. Io con gli ultimi ero ancora davanti alle pompe quando dalla testa del gruppo si son sentiti oltre al solito gridare e cantare i pezzi dei Crass (che sarà ma a me facevano veramente schifo), un bordello di vetri infranti. Quando arriviamo noi ultimi davanti all'ACI la scena è da film. Le vetrine sono sfondate e un bel po' dei milanesi e dei nostri sono li dentro negli uffici illuminati solo dalle luci dei lampioni, ad aprire cassetti e a buttare la roba per aria. L'immagine che mi colpisce di più è quella di Rabbish che scavalca ridendo soddisfatto il davanzale di una vetrina esplosa con in braccio una pesante e ingombrante macchina da scrivere. E' una rivoluzione in miniatura! Mentre penso questo (e sono abbastanza sobrio per pensare, perchè non ci ho dato dentro per niente come invece hanno fatto quasi tutti) si  fa strada nel mio cervello  un pezzo dei Ruts che comincia a martellare. E’ Babylon's Burning, inizia con le sirene della polizia. Purtroppo però sono quelle vere che arrivano dalla questura li vicino. Rapidamente tutti ce l'hanno nelle orecchie e cominciano a scappare. Anche Rabbish si disfa dell'Olivetti che si sfascia con un gran bordello sull'asfalto del marciapiede. E' un gran casino. Molti fuggono cercando di raggiungere le strade laterali al grande viale che non offre alcun riparo, ma tanti altri sembra che se ne fottano e passeggiano tranquillamente continuando verso la Foce. Che teste di cazzo. Io vorrei correre veloce verso l'altro lato della strada ma sono ingombrato da Goofy che è grande e grosso e strafatto di colla e chissà cos'altro. Non lo mollo. Cerco di tirarmelo dietro come posso. Cazzo sarà almeno centoventi chili di muscoli incazzati. Comunque riesco ad allontanarmi abbastanza prima che una marea di volanti arrivi li. Hanno già iniziato a placcare la gente rimasta più indietro e in effetti questo ci permette di raggiungere una strada più buia li davanti. Ci infiliamo e camminiamo rasente i muri. Goofy ride rincoglionito e ogni tanto dice di tornare indietro a pestare qualche madama. Io gli giro i denti e siccome anche se era un gigante, non era cattivo, così riesco ogni volta a convincerlo, che sono troppi, che sono incazzati e che si vogliono divertire e che è un sacco di tempo che aspettano che facciamo qualche cazzata in modo da avere carta bianca con noi. Spazzoliamo i muri fino in corso Buenos Aires e ci rimettiamo nel vialone scendendo un po' verso la foce. L'intenzione è quella di prendere il 31 per andare a Quarto alla Polena, la birreria, ma anche di sbirciare cosa succedeva laggiù all'ACI. Si vedeva ancora qualche lampeggiante incrociare qua e la ma le sirene avevano smesso di ululare. I “presi” erano stati portati tutti in questura. La sera dopo mi avrebbero raccontato che quell'asina della Vale, che era strafatta, si era avvicinata a una pantera per chiedere dove portavano quelli che avevano preso e la madama le aveva risposto: - Vieni che te lo facciamo vedere!. Mentre scendevamo verso la fermata dell'autobus Goofy stava dando il suo meglio. C'erano un sacco i alberelli sul marciapiede dentro grandi vasi di cemento. Lui, passando, li prendeva uno ad uno per il fusto e li buttava in mezzo alla strada. Poi finiti gli alberelli si sfogava con i cassonetti della spazzatura. Le macchine dovevano scansarli ma nessuno si fermava per dirgli qualcosa. Vedere quella montagna umana in bomber verde, anfibi e cranio  rasato, sollevare quella roba pesantissima e gettarla lontano come se fosse stata di cartone, faceva passare la voglia di dir qualcosa a chiunque. Io continuavo ad arginarlo, a placcarlo e a spingerlo come potevo verso la fermata e fortunatamente l'autobus arrivò subito e ci raccolse. Credo che Goofy proiettasse la sua voglia di pestare le madame e distruggergli le volanti suigli alberelli e sui cassonetti. Tre o quattro fermate dopo, già in Corso Italia, saliva Skinfy. Anche lui era riuscito a scappare ma dalla parte opposta. Skinfy era un'altro skinhead della prima ora. Era grosso anche lui anche se un po' rotondo e faceva il fornaio. Con quelle due balie ti  sentivi al sicuro da qualsiasi cosa. Arrivati alla Polena ci abbiamo trovato Zoaglio che era un punk intellettuale così chiamato perchè era di Zoagli, un bel posto in riva al mare. Zoaglio stava sul cazzo a tutti perchè era sempre a far prediche anarchiche, stile comunità di vegetariani alla Crass. Il fatto che fosse già li significava che era scappato subito e per primo e questo ci dava fastidio. Doveva essere punito. Ci scoliamo in un minuto un boccalone di birra da un litro e poi andiamo dai cessi e ci pisciamo dentro tutti e tre. Torniamo al tavolo e offriamo il boccalone a Zoaglio facendogli capire che gli conviene bere alla salute  di quelli che in questo momento stanno venendo pestati a dovere in questura. Lui se la intaglia e rifiuta. Io ho il bicchiere in mano e glielo rovescio in testa. Lui se ne và borbottando e non mi ricordo d'averlo più visto. Erano un po' i vigliacchi in mezzo a noi ed erano quelli che di solito lanciavano la pietra e nascondevano la mano lasciando, risolvere le cose agli altri. La mattina dopo a lavorare il mio principale leggeva ad alta voce il giornale guardandomi fra una virgola e l'altra dell'articolo: - “Un nutrito gruppo di punks, ha sfondato, ieri sera intorno alle ventuno, le vetrine dell'Automobil Club in viale Brigata Bisagno. Una ventina di giovani sono stati condotti in questura per accertamenti e due di questi originari del milanese fermati per violazione di proprietà privata, vandalismo e furto. Si rilevano danni per oltre dieci milioni di lire.” Non ci sarai mica stato anche tu li in mezzo, eh?! - Io?

sabato 8 agosto 2020

Lo studente

Sono passati un po’ di anni da allora ma non dimenticherò tanto facilmente una faccenda così bizzarra. Juan Diego Hernandez era il miglior studente della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università. La sua famiglia era ricca e lui avrebbe potuto benissimo studiare negli States  ma la sua passione per l’arte l’aveva spinto ad insistere con i suoi genitori perché gli permettessero di trasferirsi in Italia. Al quinto anno di studi era tirocinante presso la divisione di Medicina Interna dell’ospedale S. Francesco. I medici, i chirurghi e gli anestesisti  della divisione non ricordavano a loro memoria uno studente così brillante, geniale e perspicace e si era ormai diffusa la voce  in tutto l’ospedale che diverse volte in sala operatoria Juan Diego aveva tolto dai casini qualche chirurgo e addirittura il Primario. Per lui l’ìntestino non aveva segreti… sembrava quasi che avesse partecipato col Padreterno al suo progetto. Pensate che prima di entrare in sala operatoria, soltanto con un’occhiata al paziente da operare, riusciva a capire quanto lunghe fossero le sue budella. Gli infermieri ed anche qualche medico avevano preso ormai l’abitudine di scommettere sui suoi pronostici con scarti di pochi centimetri. Si era creata in poco tempo una “lotteria del colon” (l’avevano chiamata proprio così) la cui eco era giunta anche alle orecchie del Direttore Sanitario il quale, senza prendere troppo sul serio la cosa, aveva suggerito al Primario di far cessare le voci di quella stronzata del totocrasso o cosa fosse. Al di fuori dell’ospedale e dell’università Juan Diego conduceva una vita piuttosto tranquilla. Viveva, come quasi tutti gli studenti, nel magnifico centro storico che era il cuore dell’antica città condividendo un piccolo appartamento con due belle ragazze allieve dell’accademia teatrale. Il fatto che fossero molto carine non lo sfiorava neppure. La sua unica passione era un determinato tipo d’arte figurativa. Egli era appassionato di pale d’altare e non v’era chiesa della città che non conoscesse fin negli angoli più remoti. Nei week end riempiva il suo zaino e con la fedele macchina fotografica appesa al collo prendeva il treno per visitare altre chiese in altre città. Non era assolutamente religioso, anzi, diverse volte si era definito ateo e spesso litigava con i parroci delle chiese che trovava chiuse o nelle quali si attardava a scoprirne i segreti.

Non si sa con precisione quando ebbe inizio la cosa. Di fatto, da un giorno all’altro accadde. Innanzi tutto cominciò ad arrivare in ritardo alle lezioni quando gli studenti stessi lo avevano veduto in perfetto orario ai giardinetti di fronte alla facoltà, e lo stesso accadeva all’ospedale. Juan Diego anziché entrare si aggirava per le aiuole come in cerca di qualcosa.  Soprattutto lo si sorprendeva sorridente all’arrivo di qualche bel cagnolino al guinzaglio. In breve la stima e la simpatia che tutti provavano per il giovane messicano svanì  per lasciare il posto ad una profonda repulsione. Infatti l’eccellente studente si era appassionato ad un intrattenimento  tutto suo che consisteva innanzitutto nel pedinare gli ignari cagnolini che si apprestavano ai bisogni. Una volta individuate le feci, inizialmente di nascosto ma con il passar del tempo senza più remore, il giovanotto balzava con un piede su di queste e trascinandolo sull’asfalto dei vialetti tracciava una croce, tornando ad inzuppare la suola appena questa difettava di materia. In breve quest’abitudine lo rese intollerabile in qualsiasi luogo chiuso mettesse piede. In pochi giorni il vizio fu palese e sulla bocca di tutti. Quello che non era di pubblico dominio era che  Juan Diego cercava qualcosa di sempre più grande. Non gli bastavano più i volpini, né i pastori né gli alani. Alle volte si indaffarava  per radunare le feci di più cani e fu allora che attirò l’attenzione dei vigili urbani che non sapevano di preciso per cosa multarlo.  Un giorno accadde il peggio.  Ci si preparava per una resezione intestinale e la caposala stava ordinando ad una giovane infermiera il clistere al paziente. Come normalmente pedinava i cani, Juan Diego si mise sulle tracce dell’infermiera. Il paziente era stato portato nel bagno e attendeva un po’ preoccupato che gli fosse fatto il lavaggio intestinale. Costui era enorme, evidentemente obeso ed era finito in pronto soccorso probabilmente dopo una colossale indigestione. La vista della graziosa ragazza e del dottorino sorridente che la seguiva confortarono il ciccione che salutò ambedue distintamente. L’infermiera si accorse del tirocinante ed ebbe il tempo di dire: “oh, dottor Hernandez  cosa….” In quel punto l’estintore le rovinò sulla testa lasciandola mezza morta sul pavimento. Il paziente stava per gridare qualcosa ma il bisturi guidato dalla mano esperta del messicano gli aveva aperto la gola da un orecchio all’altro. In un attimo gli aprì anche il ventre estraendone il suo organo preferito, se lo rigirò come una sciarpa intorno al collo e corse a precipizio lungo il corridoio tenendone stretti i due capi. Coloro che inorriditi lo videro passare o che, peggio, da lui furono scontrati testimoniavano alla polizia senza incertezze che sghignazzando egli ripeteva con enfasi : - dodici e trentadue. -  talvolta in italiano e talvolta in spagnolo. Quello che accadde dopo è sempre imbarazzante da raccontare… ma vedete, lui arrivò nel viale che conduce ai padiglioni sanitari e si mise a svuotare come una salsiccia il contenuto dell’intestino (il poveraccio non aveva fatto in tempo a svuotarsi). Si proprio dalla merda. Ci saltò sopra con un piede e tracciò la croce più grande della sua vita. Nessuno osava avvicinarsi, lo guardavano tutti a tratti affascinati e schifati, comunque raccapricciati. Qualcuno ebbe l’iniziativa di chiamare le guardie giurate del servizio di vigilanza che dopo un breve consulto fra di loro ebbero il buon senso di lasciargli   terminare l’opera. Allora si sedette affranto, come svuotato su una panchina li vicino e dopo pochi minuti i poliziotti che nel frattempo erano giunti, lo fecero caricare legato come un salame su di un’ambulanza. Fu condotto al reparto di psichiatria che  era qualche centinaio di metri più su lungo il viale. Lo legarono in un letto e lo imbottirono di roba…pare che da strafatto continuasse a ripetere che i crocefissi non lo lasciavano fotografare. 

La spada di Don Giovanni

Finalmente ero stato ingaggiato per interpretare un ruolo nel Don Giovanni in un vero teatro d’opera. La paga non era granchè e le recite erano pure poche. Ma l’idea di cantare Mozart con una vera orchestra, non una riduzione per canto e pianoforte o una trascrittura per piccoli ensemble strumentali, sentirsi galleggiare su quelle melodie veleggianti per terze, trasportati da quel mare armonico sulle cui onde dinamiche surfeggiavano le arie degli strumentini, capite,  non era Rossini, l’istrione d’abitudine, né quel gran confusionario di Donizetti o quel poverino di Pergolesi. Era il Dio in persona della musica assoluta. Il sempre sognato che si realizzava. E poi una produzione tradizionale con i costumi del Settecento e la macchina del fumo e le armi vere per gentile concessione del museo li vicino! E i cantanti, si, giovani, ma uno più bravo dell’altro ed entusiasti, non i vecchi disillusi che pensavano solo al cachet o i raccomandati, ma cantanti che cantavano perché godevano di cantare e recitavano dimenticando se stessi per tre ore intere. E le tre donne per una volta nel teatro lirico erano tre belle ragazze per le quali non ci voleva una grande fantasia per concedere che si potesse uccidere o bastonare  per loro. Io ero Masetto, giovanotto cornuto e incazzato, focoso e ingenuo, onesto e leale. L’ultima ruota del carro i cui brani solistici erano proprio pochini e di minor interesse ma che partecipava alla costruzione dei giardini armonici del Genio: i tre concertati, galassie fra le più brillanti del firmamento musicale di tutti i tempi che erano costruiti esattamente sulle fondamenta del mio canto!

Il mondo dell’opera oggi è guasto. Probabilmente è guasto fino al nocciolo. E’ guasto perché la gente non sa che cosa sia l’opera. L’opera oggi non è più un linguaggio comune come lo era un tempo, non fa più parte del nostro mondo. Hanno provato a tenerla in vita ma a me dà l’impressione che assomigli molto alla mia stufa che non funziona, Soffio, soffio ma la fiamma è sempre li moribonda e prontissima ad abbandonare la legna. E’ una stufa  cinese e quindi sostanzialmente è per questo che non funziona. Anche la legna non brucia. E’ legna da poco. Tutto nella mia famiglia è da poco. Ce l’abbiamo nel sangue. E’ da poco e deve durare tanto. Più tanto possibile. È il retaggio della povertà contadina. L’opera tenuta in vita ha una funzione importantissima: permettere che alcuni possano sopravvivere e pochi altri possano vivere bene e talvolta arricchirsi. Diventa un rifugio. Alcuni riescono a trovare rifugio in quest’ambiente perché riescono a mimetizzarcisi bene grazie anche alla miopia di chi è rimasto a fruirne. Di solito sono individui mediocri nel proprio mestiere, spesso privi di talento artistico ma buoni calcolatori. La gente non sa distinguere e il più delle volte si allinea ad un applauso come le pecore seguono il cane. Il cane mangia gli avanzi del pastore e guida le pecore.

Nel teatro in cui lavoravo in quel momento c’erano tre persone di questo tipo: il direttore artistico che era un vecchio finocchio che si dilettava a sbirciare nei camerini degli interpreti maschili. Costui aveva introdotto in quel suo regno un suo succedaneo che ne era diventato direttore musicale. Direttore d’orchestra, lo chiamavano, ma pareva che più che dirigere un’orchestra condisse energicamente una pastasciutta. Costui aveva introdotto nel regno del suo padrone la propria sorella, che oltre ad essere particolarmente brutta era pure una trombettista stonatissima colla quale avevo già fatto un concerto una volta e per la quale avremmo rischiato il linciaggio se appunto il pubblico ne avesse capito un po’ di più. Costei avrebbe dovuto ricoprire il compito di maestro rammentatore, ruolo che nei teatri lirici di solito è ricoperto da un maestro sostituto, figura altamente professionale. Questa donna tuttavia era li, e spesso più che essere d’aiuto a coloro che agivano in palcoscenico (che rischiavano di smarrirsi assai spesso grazie al conditore) finiva il lavoro del marito aiutando chiunque a perdersi inesorabilmente nei meandri dello spartito.

Io avevo impiegato tanti anni per essere li in quel momento e vedere che questi che mi dirigevano, ed ai quali avrei dovuto affidare la mia maturanda capacità artistica, erano dei benemeriti inetti diventavo triste più di quello che ero normalmente grazie alla mia indole malinconica la quale si tramutava in gioia soltanto nel momento in cui cantavo e recitavo. Nel trascorrere dei giorni di prova avevo così maturato un odio feroce verso codesti individui ed arrivati agli assiemi non sapevo più come frenarmi dal prenderli a calci fino a farli urlare e sanguinare. Soprattutto mi infastidiva da morire una cosa sulla quale si erano incuneati i due sfigati. A Lorenzo da Ponte, il librettista, era sfuggito un’infinitesimale lacuna non tanto nel suo lavoro quanto in quello del compositore che data la sua non totale dimestichezza con la lingua italiana aveva fatto si che, privilegiando la ritmica, ne venisse a soffrire la parola: ad un certo punto, nella sua aria, il buon Masetto dice: - faccia il nostro cavaliere cavaliera ancora te. - rivolgendosi alla sua fidanzata Zerlina. La ritmica, la sillabazione, la lunghezza delle note ma soprattutto l’abitudine dell’orecchio umano italiano a scartare l’ipotesi che una parola così usata al maschile come “cavaliere” possa essere declinata anche al femminile, per di più legata velocemente ad un’altra parola che inizia per a come ancora, fanno si che esso si sbrighi a riconoscere nel suono un semplice “cavaliere” con la e; fate voi la prova, provate a dirlo velocemente e sentirete la vostra lingua sbatacchiare nella bocca senza riuscire minimamente a convincere il cervello d’aver detto “cavaliera”! Il conditore fermò addirittura l’orchestra appena passato quel momento dove io ancora cercavo di domare e piegare la mia lingua per la loro soddisfazione. Come una mandria che esegue un ordine imprevisto tutti i professori d’orchestra come in un lento cascare di pedine di domino, si fermarono chi qua chi la lungo la partitura pressappoco dopo la parola incriminata. Dalla buca il capocuoco mi gridò: - Masetto, non ho sentito bene cavaliera, l’hai detto? Eh, stai attento, dillo bene, ca va lie ra, a! attento eh, a! - e si sforzava colla bocca in smorfie da cucina accompagnato dalla buca dalle smorfie di sua moglie. Ripartimmo, ma ormai la scena s’era raffreddata ed io sentivo montare in me ancora di più la furia contro quella cocciutaggine quando c’erano mille cose più importanti che non funzionavano. Terminata la scena uscii fra le quinte senza riuscire a togliermi dagli occhi la visione di quelle bocche che tentavano di dare forma ad una a inverosimile che nella mia mente diventava gigantesca e mi inseguiva e mi fagogitava come se fosse stata la spaventosa palla del “Prigioniero”. Così sovrappensiero, anziché scendere nei camerini, mi fermai nell’ammezzato in cui gli attrezzisti avevano allestito il tavolo con su l’attrezzeria per chi entrava da quella parte. Su quel pianerottolo c’era anche la porta che immetteva allo stretto e polveroso corridoio che conduceva al sottopalco e quindi alla buca del suggeritore. Sul tavolo, in primo piano, quasi galleggiando sugli altri oggetti, come un pugnale di Macbeth, c’era la spada del Commendatore. Era vera, pesante e lunga, d’acciaio. Ovviamente non era affilata e neanche appuntita, ma nella porta di fronte a quella del sottopalco c’era quella della carpenteria. Sbirciai dentro attraverso la porta accostata. Buio. Sulle scale nessuno. Presi la spada ed entrai nel laboratorio riaccostando la porta dietro di me. Li su un tavolo alla mia destra c’era una mola da banco, la intravedevo alla luce che filtrava dal pianerottolo attraverso la porta accostata. Azionai l’interruttore e guardai il disco di pietra che con una certa lentezza raggiungeva la velocità giusta. Avvicinai la punta della spada e con attenzione cominciai ad affilarla. Mille scintille schizzavano tutte intorno esaltate dall’oscurità. Sembrava un fuoco d’artificio. Ogni tanto ne carezzavo la lama  con le dita per saggiarne il filo. Vi dedicai parecchio tempo, tanto non dovevo tornare in scena  che molto più tardi. Quando fui soddisfatto spensi la mola e dopo essermi assicurato che nessuno passasse in quel momento per le scale uscii sul pianerottolo e subito infilai la porta del sottopalco. Feci attenzione a non sporcare il costume nel corridoio stretto stando attento soprattutto che calcinacci e ragnatele non mi facessero fare la figura del Marchese di Nanà. Dopo pochi passi nella penombra mi ritrovai praticamente sotto il centro del palco. Potevo sentire sopra di me i cigolii delle tavole e lo scalpiccio dei cantanti in quel momento in scena. Don Giovanni probabilmente, non trovando la spada, avrebbe dovuto mimarne l’uso, peccato perderselo. La poca luce che filtrava dalla buca e dalle fessure dall’assito mi permetteva a poco a poco di vedere nell’oscurità del sottopalco. Di fronte a me, a pochi passi di distanza, mezza figura umana si agitava dai piedi allo sterno in un movimento convulso che pochissimo aveva a che fare colla musica che si sentiva la dietro il tavolato del golfo mistico. La poveretta cercava di rimediare all’incapacità del marito non riuscendo che a peggiorare la situazione. Io avrei messo la parola fine a quello scempio. Avanzai. Avvicinandomi potevo adesso vedere l’ombelico della donna mentre la maglia che indossava si muoveva su e giù. Mi fermai a mezzo metro di distanza e respirai profondamente. Alzai la spada e ne puntai la lama tenendola inclinata verso l’alto a un palmo dallo sterno lievemente più in basso e con un’inclinazione verso l’alto tale da non incontra l’osso. Aspettai così fermo un paio di minuti fin che la musica non prese a crescere sempre di più. Alcune misure prima che raggiungesse l’apice, spinsi con tutta la  mia forza aumentata dal peso del mio corpo. Credo di averle infilzato il cuore come allo spiedo. Sicuramente la lama penetrò nella tavola di legno dietro a lei conficcandovisi. Per pochi secondi fu scossa da un susseguirsi di movimenti inconsulti quindi si rilassò accasciandosi e fu li che la spada si spezzò e ne lasciò precipitare il corpo giù. Stetti ad osservarla un po’. Mi sentivo sereno e finalmente in pace con Mozart. Sopra i cantanti terminarono finalmente a tempo. Perfetto. Era evidente che la spalla aveva comunque già preso la situazione in mano. Un altro brano attaccò ed io, gettato il pezzo di spada che ancora impugnavo sul corpo esanime della donna me ne sgusciai rapidamente in camerino.