sabato 30 novembre 2024

 

Superstitions

E’ un inverno bianco di nebbia e di neve. In gennaio nasceva e moriva il duca bianco. Chi ha paura di David Bowie? Io! Ma davvero? Nonostante che egli abbia rappresentato una gran parte dell’humus culturale in cui affondano le tue radici? Ma quale humus e quale cultura, ma fammi il piacere. Eppure non sei tu che ti suoni e ti canti tutti i giorni Ziggy Stardust strapazzandoti le corde vocali che dovrebbero servirti a ben altro? Momento, Ziggy Stardust mi è piaciuta perché l’ho sentita fatta dai Bauhaus e a cantarla era Peter Murphy. Neanche sapevo che esistesse Bowie o come cazzo si pronuncia, ba..bo..boh. Le corde vocali, poi, me le strappo perché a un bel momento, anche se qua e la è un po’ più bronzeo, Bowie è comunque un tenorello, d’accordo, anche Murphy lo è ma il bronzo in lui è molto maggiore. Una cosa hanno in comune oltre il fatto che cantano la stessa canzone: sono stonati tutti e due. Sicuramente Bowie lo è in una sua cover più recente del brano in questione. Nell’inverno del 1983 io e P., la mia ragazza di allora, andammo al cinema a vedere Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Era un film toccante, con una fotografia grigia, cupa che dipingeva quel mondo triste, squallido e senza speranza che vivevano molti di noi nelle città di quel tempo. Il film era accompagnato in parte da canzoni di Bowie e lui stesso, oltre che ad essere elemento catartico delle malinconie dei giovani protagonisti, appariva in concerto in una scena importante. La musica del Duca con il lacerante feedback della chitarra elettrica di Heroes accompagnava i viaggi di Christiane ed i nostri verso un mondo migliore, lontano da quello di cemento buio, acido e deprimente. Io non conoscevo Bowie allora, e neanche i Bauhaus. Ascoltavo I Pistols e i Clash e i più rustici fra noi si nutrivano dei suoni di queste ed altre band più o meno di quell’orbita. Bowie era per i più raffinati fra noi, per gli intellettuali, per gli esteti, come pure i Bauhaus. Roba che per me sarebbe arrivata anni dopo. La sorella di Patrizia aveva un disco doppio del Duca Bianco, il live “Station to Station” e me lo aveva prestato, probabilmente dopo aver visto il film glielo avevo chiesto. Non mi era dispiaciuto, anche se suonava ancora “lontano”. In qualche modo, comunque, la sua musica aveva aperto una breccia nel muro che circondava il mio inconscio. Il film, poi, parlava di tossicodipendenza e P., prima di mettersi con me, stava col suo fidanzatino storico che era un tossico e l’aveva lasciata. Lei era ancora innamoratissima di lui, molto più di quanto lo fosse di me. Così tutti questi elementi si intrecciavano nel mio cervellino finchè, qualche settimana dopo essere andati al cinema, P. mi disse che mi avrebbe lasciato. Io ci rimasi molto male e nella mia fantasia addolorata tutti gli eventi di quel periodo parvero trasformarsi in fantasmi alati che mi vorticavano intorno, alleatisi per infliggermi quella grande sofferenza. Soprattutto, in quelle prime notti tormentate e insonni, quel feedback lacerante di chitarra elettrica che era l’anima incandescente di Heroes mi trafiggeva il petto gonfiandomi il cuore di una nostalgia devastante. E la cercavo come un tossico cerca la roba. Poi, molto più tardi, tutto passò ed io non volli più sentir parlare di lui. Da quel tempo di resurrezione, ogniqualvolta il suo nome, la sua immagine o la sua musica arrivavano alle mie orecchie io mi toccavo i coglioni contando fino a undici, ovunque fossi e qualsiasi cosa stessi facendo. Oggi sono in pace col Duca. Lo amo, anche se non lo adoro. Sicuramente ancora non lo conosco. Le immagini create da me osservatore e frapposte alla cosa osservata, tuttavia, sono state demolite anche se resta talvolta un moto istintivo della mano che cerca di raggiungere i testicoli e mi fa sorridere. Sono in pace con Christiane, con David, con P. e il suo ex ragazzo, ora.

 

Images

Oggi è la ricorrenza della morte di John Lennon. Sono abbastanza convinto che Imagine sia la più bella canzone che abbia mai cullato la nostalgia, lo stato d’animo che agogna a qualcosa di lontano, un’utopia che a noi gente d’oggi non sarà concesso di vedere ma soltanto, appunto, immaginare. Fatta questa debita premessa e tralasciando quel che resta della monumentale storia artistica di John, voglio inoltrarmi nell’analisi di un paio di reazioni istintive che mi suscitano la vista di lui. Principalmente la sua faccia in filmati e fotografie mi muove una subitanea antipatia e mi domando dunque da dove provenga questa avversione assolutamente spontanea. E’ facile rispondere. La sua fisionomia appartiene (non uso il passato poiché la sua presenza nel mondo è assai più viva di quella di tanti esseri considerati viventi) appartiene ad un gruppo fisiognomico umano circoscritto nel mio schedario mnemonico, schedario paradossalmente de- materializzato e decantato in puri istinti. Chissà quale bambino, non della mia strada in quanto nessuno dei miei compagnucci abituali somigliava a lui, mi fece allora quel qualche dispetto per il quale quel viso, da li in poi, mi avrebbe generato alla sua vista quel vago malessere. Questa fantasia venne in seguito supportata da una nuova conoscenza postadolescenziale per la quale nutrii una nuova repulsione essendo costui il fidanzato che in ordine di tempo mi precedette nelle grazie di una fanciulla della quale ero particolarmente infatuato. Per la cronaca il tizio riusciva antipatico anche a lei, come ebbe occasione di confessarmi più volte. Ma come se non bastasse, tutta questa fantasia venne in seguito corroborata da una più concreta esperienza data dall’ascolto della registrazione di una lunga sessione di prove poi, per convenienza di molti, pubblicata. La band ripete fino alla nausea l’inizio di Stepping out. Come un mantra ruvido le parole Woke up this morning - blues around my head, ti circolano senza sosta nella testa. Non gli piace, si ferma, riparte, non gli piace, si ferma, ricomincia, intanto la impara, si ferma, riparte. Così per un’ora. Io sono un batterista. Se avessi avuto a che fare con un leader così legato a quei meccanismi pappagalleschi dovuti a chissà quali vizi o insicurezze, ma principalmente a quel meccanismo assicurato che tutti, comunque, sono li a tua totale disposizione, l’avrei mandato a quel paese. La dittatura sembrava uscirgli da tutti i pori. A John Lennon! Krishnamurti ci insegna a rilevare le immagini create dall’osservatore e proiettate sull’oggetto osservato. Cerca di dissuaderci con tenacia dal perseverare in questa abitudine distruttiva che sta alla base dell’incapacità umana di elevarsi dal fango della sua miseria e di sbocciare in quel meraviglioso fiore di loto che da quel fango dovrebbe trarre vivanda. Appurato dunque che la mia principale antipatia nei suoi confronti era mossa dall’immagine arcaica del bambino dispettoso e da quella del fidanzatino arrogante che mi precedeva nella lista degli amori della mia ragazza, non resta che demolire le immagini in questione. Il solo averne portato a galla l’origine dovrebbe averne già minato la consistenza. Epurate le immagini resta però la testimonianza sonora, e quella, nel limite sacrosanto della verità artificiale di una registrazione magnetica. Fatto! Anche questa si è praticamente auto smantellata soltanto ad evocarne la falsità. Nella registrazione di una voce, la verità corporea umana è ridotta al lumicino. Come dire: - Quello nella fotografia sono io? - tanto per concederci un termine di paragone. E chi di noi in gioventù non si è fatto una scorpacciata di risate ascoltando la propria voce registrata. Fra quelle risate persisteva nebulosa la fatidica domanda: - Ma quella voce è la mia? -. E questo paragone torna ulteriormente utile alla demolizione dell’immagine che si pone fra osservatore e cosa osservata. Quello nelle foto, indiscutibilmente, non è lui. Meditate gente, fate il vuoto e godetevelo, non fate il mio stesso errore.

 

Tripoli e la fontana d'agosto


Era agosto e faceva un caldo pazzesco e alle due in giro a Defe non c'era nessuno. Quel giorno non lavoravo. Avevo dormito fino a mezzogiorno. I miei erano andati in campagna e io ero rimasto a casa da solo a farmi i cazzi miei. Libertà totale! Appena sveglio mi ero sparato una caffettiera intera di caffè mentre mi sentivo Never mind the bollocks dei Pistols sparato a manetta dal mio stereo compatto comprato da poco in via Prè, dove quella roba te la tiravano dietro. Avevo solo quattro dischi allora: quello dei Sex Pistols, The crack dei Ruts, Machine Gun Etiquette dei Damned, The scream di Siouxsie e Capitol City dei Simple Minds, che era più da new waver, e poi in omaggio con Frigidaire avevo avuto il 45 Rosa Shoking dei Dirty Action, che erano gente di Defe, Roby, Ugo, Welcome, Bruzzo, Johnny e Matteo. Scendo a piedi e dal negozietto che c'è in cima alla crosa mi compro la focaccia e un succo di frutta alla pera (quello della focaccia coi succhi di frutta alla pera era un amore antico. Provate) che mi faccio fuori scendendo verso il porto: mangiando non corro come al solito per farmi rizzare il pelo dal precipitarmi di corsa a più non posso giù dalla discesa. Quando scendo dall'autobus il mondo è veramente deserto. L'unico movimento che c'è in piazza è quello della fontana che spruzza l'acqua verso l'alto. Passano poche macchine e qualche autobus. Qualche piccione viene a bere. Sul bordo di marmo della vasca si sta abbastanza freschi. Una volta ci avevo visto seduta una punk tedesca che si rinfrescava delle piaghe nelle gambe, era ridotta veramente male e faceva proprio schifo. Mi son sempre chiesto che cazzo ci poteva avere. Qualche malattia. Comunque li si stava bene, tanto che dopo un po' mi sdraio. E chi sta meglio di me oggi? Guardo le nuvole bianche che passano lentissime nel cielo azzurro nel cerchio formato dai tetti dei palazzi. Non mi accorgo neanche che è arrivato Tripoli. E' li seduto vicino a me e quando me ne accorgo mi fa ciao con la mano. Non parliamo. Tripoli è molto più vecchio di me, avrà almeno venticinque anni. Non è una merda come gli altri vecchi tipo Yuri o Bassetti che non ti cagano neanche di striscio se non per riderti dietro. Tripoli è simpatico. E' fuori lui. Dicono che una volta stava passando la frontiera da qualche parte che era andato all'estero e tornava con dei trip e per non farsi beccare alla dogana che controllavano, li aveva ingoiati tutti insieme e da allora si era un po' rintronato. Comunque lui era buono e simpatico. A un certo punto mi dice: -Vieni con me che andiamo a comprare una cosa. Io lo seguo felice che succeda qualcosa. Andiamo nei vicoli dove ci sono alcuni negozzietti aperti. In uno di questi che vende di tutto entriamo e ci godiamo l'ombra e il fresco dei muri vecchi, spessi e ammuffiti dei palazzoni del centro storico mentre lui sceglie una pattumiera di plastica abbastanza grossa, verde e arancione, con il pedale per aprire il coperchio. Da una tasca tira fuori i soldi che quello del negozio gli chiede e poi torniamo verso Defe. Da un'altra tasca, mentre camminiamo, tira fuori un pezzo di spago e mi fa cenno di autarlo. Incastra lo spago nella pattumiera in modo da renderla uno specie di zaino che poi si mette a tracolla alla rovescia, sulla pancia per capirci, anzichè sulla schiena. Gli domando a cosa serve ma lui non risponde e si limita a ridacchiare sotto i baffi che non ha mentre si avvia verso via XX con me appresso. Tripoli da ragazzino lavorava alla Job, la fabbrica di Nervi che fabbricava le cartine per farsi le canne, infatti si divertiva a dire ogni tanto che senza di lui la gente avrebbe potuto farsi soltanto degli svuotini. Quando arriviamo sotto i portici dal lato del cinema Olimpia, Tripoli comincia a fermare la gente rara. Si pianta davanti a chi passa costringendolo a fermarsi e a prestare attenzione alla pattumiera che con una mano fa aprire come una bocca affamata. Dice a chi ha fermato che siamo orfani e siccome siamo abbandonati a noi stessi deve provvedere a suo fratello piccolo, che sarei io, e darmi da mangiare. Appena ho capito il meccanismo sto subito al gioco e mi metto a recitare la parte del piccolo orfanello. Il costume mi sta a pennello: ho i calzoni di lana scozzese stretti che effettivamente tengono un caldo pazzesco d'estate, gli scarponi marroni da lavoro fregati a mio padre, l'impermeabile piccolo e bisunto che mi fa da giacchetta, ereditato dal signor Secco (che è un vecchietto sfrattato del comune, temporaneamente alloggiato nell'albergo dove lavoro), un lucchetto un po' sfigato al collo, ad imitazione di Sid Vicious, che penzola sul petto nudo e un'espressione da cucciolo ferocissimo. Quasi nessuno dice di no e in capo a mezz'ora siamo pieni di soldi. Credo che abbiamo tirato su almeno cinquantamila lire. A quel punto Tripoli decide che ne ha abbastanza, si passa la pattumiera dalla pancia sulla schiena e chiude il negozio. Ce ne andiamo all'olimpia e investiamo quasi tutto il patrimonio in tramezzini, panini e birre che infiliamo nella pattumiera. Andiamo a sederci sulla fontana e iniziamo il banchetto. La pattumiera ora ci fa da tavolino da picnic e da dispensa. In fondo la colletta è servita veramente a sfamarci. Dopo un po' siamo satolli e ruttiamo rutti di birra tonno e maionese, lui si carica la pattumiera sulla schiena e siccome ci sono ancora dei soldi andiamo a prenderci il caffè al Giavotto come i poeti e i punk fighetti. Poi Tripoli, si capisce, ha un'altra idea. C'ha ancora tre o quattromila lire. Parte verso i vicoli e io dietro. Torniamo nel negozietto di prima e compriamo un fustino di detersivo e torniamo in piazza. Ci risediamo sul bordo, lui si guarda intorno e a un certo punto toglie il tappo dal fustino e rovescia tutto il detersivo nella fontana e con mio sommo disappunto ci butta dietro anche il fustino che io mi ero già immaginato un bel tamburo per richiamare la gente allo spettacolo. Ce ne andiamo svelti ma facendo finta di niente. Facciamo un giretto in via XX e ritorniamo in piazza a vedere il risultato del misfatto. E' meraviglioso. La schiuma è già alta un metro e copre tutta la fontana e trabocca dal bordo e ogni tanto con un po' di vento si staccano dei pezzi che volano lontano e si formano anche delle bolle gigantesche e colorate che non ne vogliono sapere di scoppiare. C'è già un sacco di gente ferma a guardare lo spettacolo. Un cane insegue i pezzettoni di schiuma e i piccioni scappano dalle bolle. Arriva la madama. Si fermano a guardare anche loro e ridono insieme alla gente che ormai è un mucchio. Noi ruttiamo birra tonno e lattuga.