Finalmente ero stato ingaggiato per interpretare un ruolo nel Don Giovanni in un vero teatro d’opera. La paga non era granchè e le recite erano pure poche. Ma l’idea di cantare Mozart con una vera orchestra, non una riduzione per canto e pianoforte o una trascrittura per piccoli ensemble strumentali, sentirsi galleggiare su quelle melodie veleggianti per terze, trasportati da quel mare armonico sulle cui onde dinamiche surfeggiavano le arie degli strumentini, capite, non era Rossini, l’istrione d’abitudine, né quel gran confusionario di Donizetti o quel poverino di Pergolesi. Era il Dio in persona della musica assoluta. Il sempre sognato che si realizzava. E poi una produzione tradizionale con i costumi del Settecento e la macchina del fumo e le armi vere per gentile concessione del museo li vicino! E i cantanti, si, giovani, ma uno più bravo dell’altro ed entusiasti, non i vecchi disillusi che pensavano solo al cachet o i raccomandati, ma cantanti che cantavano perché godevano di cantare e recitavano dimenticando se stessi per tre ore intere. E le tre donne per una volta nel teatro lirico erano tre belle ragazze per le quali non ci voleva una grande fantasia per concedere che si potesse uccidere o bastonare per loro. Io ero Masetto, giovanotto cornuto e incazzato, focoso e ingenuo, onesto e leale. L’ultima ruota del carro i cui brani solistici erano proprio pochini e di minor interesse ma che partecipava alla costruzione dei giardini armonici del Genio: i tre concertati, galassie fra le più brillanti del firmamento musicale di tutti i tempi che erano costruiti esattamente sulle fondamenta del mio canto!
Il mondo dell’opera oggi è guasto.
Probabilmente è guasto fino al nocciolo. E’ guasto perché la gente non sa che
cosa sia l’opera. L’opera oggi non è più un linguaggio comune come lo era un
tempo, non fa più parte del nostro mondo. Hanno provato a tenerla in vita ma a
me dà l’impressione che assomigli molto alla mia stufa che non funziona,
Soffio, soffio ma la fiamma è sempre li moribonda e prontissima ad abbandonare
la legna. E’ una stufa cinese e quindi
sostanzialmente è per questo che non funziona. Anche la legna non brucia. E’ legna
da poco. Tutto nella mia famiglia è da poco. Ce l’abbiamo nel sangue. E’ da
poco e deve durare tanto. Più tanto possibile. È il retaggio della povertà
contadina. L’opera tenuta in vita ha una funzione importantissima: permettere
che alcuni possano sopravvivere e pochi altri possano vivere bene e talvolta
arricchirsi. Diventa un rifugio. Alcuni riescono a trovare rifugio in
quest’ambiente perché riescono a mimetizzarcisi bene grazie anche alla miopia
di chi è rimasto a fruirne. Di solito sono individui mediocri nel proprio
mestiere, spesso privi di talento artistico ma buoni calcolatori. La gente non
sa distinguere e il più delle volte si allinea ad un applauso come le pecore
seguono il cane. Il cane mangia gli avanzi del pastore e guida le pecore.
Nel teatro in cui lavoravo in quel momento
c’erano tre persone di questo tipo: il direttore artistico che era un vecchio
finocchio che si dilettava a sbirciare nei camerini degli interpreti maschili.
Costui aveva introdotto in quel suo regno un suo succedaneo che ne era diventato
direttore musicale. Direttore d’orchestra, lo chiamavano, ma pareva che più che
dirigere un’orchestra condisse energicamente una pastasciutta. Costui aveva
introdotto nel regno del suo padrone la propria sorella, che oltre ad essere particolarmente
brutta era pure una trombettista stonatissima colla quale avevo già fatto un
concerto una volta e per la quale avremmo rischiato il linciaggio se appunto il
pubblico ne avesse capito un po’ di più. Costei avrebbe dovuto ricoprire il
compito di maestro rammentatore, ruolo che nei teatri lirici di solito è
ricoperto da un maestro sostituto, figura altamente professionale. Questa donna
tuttavia era li, e spesso più che essere d’aiuto a coloro che agivano in
palcoscenico (che rischiavano di smarrirsi assai spesso grazie al conditore)
finiva il lavoro del marito aiutando chiunque a perdersi inesorabilmente nei
meandri dello spartito.
Io avevo impiegato tanti anni per essere li
in quel momento e vedere che questi che mi dirigevano, ed ai quali avrei dovuto
affidare la mia maturanda capacità artistica, erano dei benemeriti inetti
diventavo triste più di quello che ero normalmente grazie alla mia indole
malinconica la quale si tramutava in gioia soltanto nel momento in cui cantavo
e recitavo. Nel trascorrere dei giorni di prova avevo così maturato un odio
feroce verso codesti individui ed arrivati agli assiemi non sapevo più come
frenarmi dal prenderli a calci fino a farli urlare e sanguinare. Soprattutto mi
infastidiva da morire una cosa sulla quale si erano incuneati i due sfigati. A
Lorenzo da Ponte, il librettista, era sfuggito un’infinitesimale lacuna non
tanto nel suo lavoro quanto in quello del compositore che data la sua non
totale dimestichezza con la lingua italiana aveva fatto si che, privilegiando
la ritmica, ne venisse a soffrire la parola: ad un certo punto, nella sua aria,
il buon Masetto dice: - faccia il nostro cavaliere cavaliera ancora te. -
rivolgendosi alla sua fidanzata Zerlina. La ritmica, la sillabazione, la
lunghezza delle note ma soprattutto l’abitudine dell’orecchio umano italiano a
scartare l’ipotesi che una parola così usata al maschile come “cavaliere” possa
essere declinata anche al femminile, per di più legata velocemente ad un’altra
parola che inizia per a come ancora, fanno si che esso si sbrighi a riconoscere
nel suono un semplice “cavaliere” con la e; fate voi la prova, provate a dirlo
velocemente e sentirete la vostra lingua sbatacchiare nella bocca senza
riuscire minimamente a convincere il cervello d’aver detto “cavaliera”! Il
conditore fermò addirittura l’orchestra appena passato quel momento dove io
ancora cercavo di domare e piegare la mia lingua per la loro soddisfazione.
Come una mandria che esegue un ordine imprevisto tutti i professori d’orchestra
come in un lento cascare di pedine di domino, si fermarono chi qua chi la lungo
la partitura pressappoco dopo la parola incriminata. Dalla buca il capocuoco mi
gridò: - Masetto, non ho sentito bene cavaliera, l’hai detto? Eh, stai attento,
dillo bene, ca va lie ra, a! attento eh, a! - e si sforzava colla bocca in
smorfie da cucina accompagnato dalla buca dalle smorfie di sua moglie.
Ripartimmo, ma ormai la scena s’era raffreddata ed io sentivo montare in me
ancora di più la furia contro quella cocciutaggine quando c’erano mille cose
più importanti che non funzionavano. Terminata la scena uscii fra le quinte
senza riuscire a togliermi dagli occhi la visione di quelle bocche che
tentavano di dare forma ad una a inverosimile che nella mia mente diventava
gigantesca e mi inseguiva e mi fagogitava come se fosse stata la spaventosa palla
del “Prigioniero”. Così sovrappensiero, anziché scendere nei camerini, mi
fermai nell’ammezzato in cui gli attrezzisti avevano allestito il tavolo con su
l’attrezzeria per chi entrava da quella parte. Su quel pianerottolo c’era anche
la porta che immetteva allo stretto e polveroso corridoio che conduceva al
sottopalco e quindi alla buca del suggeritore. Sul tavolo, in primo piano,
quasi galleggiando sugli altri oggetti, come un pugnale di Macbeth, c’era la
spada del Commendatore. Era vera, pesante e lunga, d’acciaio. Ovviamente non
era affilata e neanche appuntita, ma nella porta di fronte a quella del
sottopalco c’era quella della carpenteria. Sbirciai dentro attraverso la porta
accostata. Buio. Sulle scale nessuno. Presi la spada ed entrai nel laboratorio
riaccostando la porta dietro di me. Li su un tavolo alla mia destra c’era una
mola da banco, la intravedevo alla luce che filtrava dal pianerottolo
attraverso la porta accostata. Azionai l’interruttore e guardai il disco di
pietra che con una certa lentezza raggiungeva la velocità giusta. Avvicinai la
punta della spada e con attenzione cominciai ad affilarla. Mille scintille
schizzavano tutte intorno esaltate dall’oscurità. Sembrava un fuoco
d’artificio. Ogni tanto ne carezzavo la lama
con le dita per saggiarne il filo. Vi dedicai parecchio tempo, tanto non
dovevo tornare in scena che molto più
tardi. Quando fui soddisfatto spensi la mola e dopo essermi assicurato che
nessuno passasse in quel momento per le scale uscii sul pianerottolo e subito
infilai la porta del sottopalco. Feci attenzione a non sporcare il costume nel
corridoio stretto stando attento soprattutto che calcinacci e ragnatele non mi
facessero fare la figura del Marchese di Nanà. Dopo pochi passi nella penombra
mi ritrovai praticamente sotto il centro del palco. Potevo sentire sopra di me
i cigolii delle tavole e lo scalpiccio dei cantanti in quel momento in scena.
Don Giovanni probabilmente, non trovando la spada, avrebbe dovuto mimarne
l’uso, peccato perderselo. La poca luce che filtrava dalla buca e dalle fessure
dall’assito mi permetteva a poco a poco di vedere nell’oscurità del sottopalco.
Di fronte a me, a pochi passi di distanza, mezza figura umana si agitava dai
piedi allo sterno in un movimento convulso che pochissimo aveva a che fare colla
musica che si sentiva la dietro il tavolato del golfo mistico. La poveretta
cercava di rimediare all’incapacità del marito non riuscendo che a peggiorare
la situazione. Io avrei messo la parola fine a quello scempio. Avanzai.
Avvicinandomi potevo adesso vedere l’ombelico della donna mentre la maglia che
indossava si muoveva su e giù. Mi fermai a mezzo metro di distanza e respirai
profondamente. Alzai la spada e ne puntai la lama tenendola inclinata verso
l’alto a un palmo dallo sterno lievemente più in basso e con un’inclinazione
verso l’alto tale da non incontra l’osso. Aspettai così fermo un paio di minuti
fin che la musica non prese a crescere sempre di più. Alcune misure prima che
raggiungesse l’apice, spinsi con tutta la
mia forza aumentata dal peso del mio corpo. Credo di averle infilzato il
cuore come allo spiedo. Sicuramente la lama penetrò nella tavola di legno
dietro a lei conficcandovisi. Per pochi secondi fu scossa da un susseguirsi di
movimenti inconsulti quindi si rilassò accasciandosi e fu li che la spada si
spezzò e ne lasciò precipitare il corpo giù. Stetti ad osservarla un po’. Mi
sentivo sereno e finalmente in pace con Mozart. Sopra i cantanti terminarono
finalmente a tempo. Perfetto. Era evidente che la spalla aveva comunque già
preso la situazione in mano. Un altro brano attaccò ed io, gettato il pezzo di
spada che ancora impugnavo sul corpo esanime della donna me ne sgusciai
rapidamente in camerino.
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