sabato 8 agosto 2020

La spada di Don Giovanni

Finalmente ero stato ingaggiato per interpretare un ruolo nel Don Giovanni in un vero teatro d’opera. La paga non era granchè e le recite erano pure poche. Ma l’idea di cantare Mozart con una vera orchestra, non una riduzione per canto e pianoforte o una trascrittura per piccoli ensemble strumentali, sentirsi galleggiare su quelle melodie veleggianti per terze, trasportati da quel mare armonico sulle cui onde dinamiche surfeggiavano le arie degli strumentini, capite,  non era Rossini, l’istrione d’abitudine, né quel gran confusionario di Donizetti o quel poverino di Pergolesi. Era il Dio in persona della musica assoluta. Il sempre sognato che si realizzava. E poi una produzione tradizionale con i costumi del Settecento e la macchina del fumo e le armi vere per gentile concessione del museo li vicino! E i cantanti, si, giovani, ma uno più bravo dell’altro ed entusiasti, non i vecchi disillusi che pensavano solo al cachet o i raccomandati, ma cantanti che cantavano perché godevano di cantare e recitavano dimenticando se stessi per tre ore intere. E le tre donne per una volta nel teatro lirico erano tre belle ragazze per le quali non ci voleva una grande fantasia per concedere che si potesse uccidere o bastonare  per loro. Io ero Masetto, giovanotto cornuto e incazzato, focoso e ingenuo, onesto e leale. L’ultima ruota del carro i cui brani solistici erano proprio pochini e di minor interesse ma che partecipava alla costruzione dei giardini armonici del Genio: i tre concertati, galassie fra le più brillanti del firmamento musicale di tutti i tempi che erano costruiti esattamente sulle fondamenta del mio canto!

Il mondo dell’opera oggi è guasto. Probabilmente è guasto fino al nocciolo. E’ guasto perché la gente non sa che cosa sia l’opera. L’opera oggi non è più un linguaggio comune come lo era un tempo, non fa più parte del nostro mondo. Hanno provato a tenerla in vita ma a me dà l’impressione che assomigli molto alla mia stufa che non funziona, Soffio, soffio ma la fiamma è sempre li moribonda e prontissima ad abbandonare la legna. E’ una stufa  cinese e quindi sostanzialmente è per questo che non funziona. Anche la legna non brucia. E’ legna da poco. Tutto nella mia famiglia è da poco. Ce l’abbiamo nel sangue. E’ da poco e deve durare tanto. Più tanto possibile. È il retaggio della povertà contadina. L’opera tenuta in vita ha una funzione importantissima: permettere che alcuni possano sopravvivere e pochi altri possano vivere bene e talvolta arricchirsi. Diventa un rifugio. Alcuni riescono a trovare rifugio in quest’ambiente perché riescono a mimetizzarcisi bene grazie anche alla miopia di chi è rimasto a fruirne. Di solito sono individui mediocri nel proprio mestiere, spesso privi di talento artistico ma buoni calcolatori. La gente non sa distinguere e il più delle volte si allinea ad un applauso come le pecore seguono il cane. Il cane mangia gli avanzi del pastore e guida le pecore.

Nel teatro in cui lavoravo in quel momento c’erano tre persone di questo tipo: il direttore artistico che era un vecchio finocchio che si dilettava a sbirciare nei camerini degli interpreti maschili. Costui aveva introdotto in quel suo regno un suo succedaneo che ne era diventato direttore musicale. Direttore d’orchestra, lo chiamavano, ma pareva che più che dirigere un’orchestra condisse energicamente una pastasciutta. Costui aveva introdotto nel regno del suo padrone la propria sorella, che oltre ad essere particolarmente brutta era pure una trombettista stonatissima colla quale avevo già fatto un concerto una volta e per la quale avremmo rischiato il linciaggio se appunto il pubblico ne avesse capito un po’ di più. Costei avrebbe dovuto ricoprire il compito di maestro rammentatore, ruolo che nei teatri lirici di solito è ricoperto da un maestro sostituto, figura altamente professionale. Questa donna tuttavia era li, e spesso più che essere d’aiuto a coloro che agivano in palcoscenico (che rischiavano di smarrirsi assai spesso grazie al conditore) finiva il lavoro del marito aiutando chiunque a perdersi inesorabilmente nei meandri dello spartito.

Io avevo impiegato tanti anni per essere li in quel momento e vedere che questi che mi dirigevano, ed ai quali avrei dovuto affidare la mia maturanda capacità artistica, erano dei benemeriti inetti diventavo triste più di quello che ero normalmente grazie alla mia indole malinconica la quale si tramutava in gioia soltanto nel momento in cui cantavo e recitavo. Nel trascorrere dei giorni di prova avevo così maturato un odio feroce verso codesti individui ed arrivati agli assiemi non sapevo più come frenarmi dal prenderli a calci fino a farli urlare e sanguinare. Soprattutto mi infastidiva da morire una cosa sulla quale si erano incuneati i due sfigati. A Lorenzo da Ponte, il librettista, era sfuggito un’infinitesimale lacuna non tanto nel suo lavoro quanto in quello del compositore che data la sua non totale dimestichezza con la lingua italiana aveva fatto si che, privilegiando la ritmica, ne venisse a soffrire la parola: ad un certo punto, nella sua aria, il buon Masetto dice: - faccia il nostro cavaliere cavaliera ancora te. - rivolgendosi alla sua fidanzata Zerlina. La ritmica, la sillabazione, la lunghezza delle note ma soprattutto l’abitudine dell’orecchio umano italiano a scartare l’ipotesi che una parola così usata al maschile come “cavaliere” possa essere declinata anche al femminile, per di più legata velocemente ad un’altra parola che inizia per a come ancora, fanno si che esso si sbrighi a riconoscere nel suono un semplice “cavaliere” con la e; fate voi la prova, provate a dirlo velocemente e sentirete la vostra lingua sbatacchiare nella bocca senza riuscire minimamente a convincere il cervello d’aver detto “cavaliera”! Il conditore fermò addirittura l’orchestra appena passato quel momento dove io ancora cercavo di domare e piegare la mia lingua per la loro soddisfazione. Come una mandria che esegue un ordine imprevisto tutti i professori d’orchestra come in un lento cascare di pedine di domino, si fermarono chi qua chi la lungo la partitura pressappoco dopo la parola incriminata. Dalla buca il capocuoco mi gridò: - Masetto, non ho sentito bene cavaliera, l’hai detto? Eh, stai attento, dillo bene, ca va lie ra, a! attento eh, a! - e si sforzava colla bocca in smorfie da cucina accompagnato dalla buca dalle smorfie di sua moglie. Ripartimmo, ma ormai la scena s’era raffreddata ed io sentivo montare in me ancora di più la furia contro quella cocciutaggine quando c’erano mille cose più importanti che non funzionavano. Terminata la scena uscii fra le quinte senza riuscire a togliermi dagli occhi la visione di quelle bocche che tentavano di dare forma ad una a inverosimile che nella mia mente diventava gigantesca e mi inseguiva e mi fagogitava come se fosse stata la spaventosa palla del “Prigioniero”. Così sovrappensiero, anziché scendere nei camerini, mi fermai nell’ammezzato in cui gli attrezzisti avevano allestito il tavolo con su l’attrezzeria per chi entrava da quella parte. Su quel pianerottolo c’era anche la porta che immetteva allo stretto e polveroso corridoio che conduceva al sottopalco e quindi alla buca del suggeritore. Sul tavolo, in primo piano, quasi galleggiando sugli altri oggetti, come un pugnale di Macbeth, c’era la spada del Commendatore. Era vera, pesante e lunga, d’acciaio. Ovviamente non era affilata e neanche appuntita, ma nella porta di fronte a quella del sottopalco c’era quella della carpenteria. Sbirciai dentro attraverso la porta accostata. Buio. Sulle scale nessuno. Presi la spada ed entrai nel laboratorio riaccostando la porta dietro di me. Li su un tavolo alla mia destra c’era una mola da banco, la intravedevo alla luce che filtrava dal pianerottolo attraverso la porta accostata. Azionai l’interruttore e guardai il disco di pietra che con una certa lentezza raggiungeva la velocità giusta. Avvicinai la punta della spada e con attenzione cominciai ad affilarla. Mille scintille schizzavano tutte intorno esaltate dall’oscurità. Sembrava un fuoco d’artificio. Ogni tanto ne carezzavo la lama  con le dita per saggiarne il filo. Vi dedicai parecchio tempo, tanto non dovevo tornare in scena  che molto più tardi. Quando fui soddisfatto spensi la mola e dopo essermi assicurato che nessuno passasse in quel momento per le scale uscii sul pianerottolo e subito infilai la porta del sottopalco. Feci attenzione a non sporcare il costume nel corridoio stretto stando attento soprattutto che calcinacci e ragnatele non mi facessero fare la figura del Marchese di Nanà. Dopo pochi passi nella penombra mi ritrovai praticamente sotto il centro del palco. Potevo sentire sopra di me i cigolii delle tavole e lo scalpiccio dei cantanti in quel momento in scena. Don Giovanni probabilmente, non trovando la spada, avrebbe dovuto mimarne l’uso, peccato perderselo. La poca luce che filtrava dalla buca e dalle fessure dall’assito mi permetteva a poco a poco di vedere nell’oscurità del sottopalco. Di fronte a me, a pochi passi di distanza, mezza figura umana si agitava dai piedi allo sterno in un movimento convulso che pochissimo aveva a che fare colla musica che si sentiva la dietro il tavolato del golfo mistico. La poveretta cercava di rimediare all’incapacità del marito non riuscendo che a peggiorare la situazione. Io avrei messo la parola fine a quello scempio. Avanzai. Avvicinandomi potevo adesso vedere l’ombelico della donna mentre la maglia che indossava si muoveva su e giù. Mi fermai a mezzo metro di distanza e respirai profondamente. Alzai la spada e ne puntai la lama tenendola inclinata verso l’alto a un palmo dallo sterno lievemente più in basso e con un’inclinazione verso l’alto tale da non incontra l’osso. Aspettai così fermo un paio di minuti fin che la musica non prese a crescere sempre di più. Alcune misure prima che raggiungesse l’apice, spinsi con tutta la  mia forza aumentata dal peso del mio corpo. Credo di averle infilzato il cuore come allo spiedo. Sicuramente la lama penetrò nella tavola di legno dietro a lei conficcandovisi. Per pochi secondi fu scossa da un susseguirsi di movimenti inconsulti quindi si rilassò accasciandosi e fu li che la spada si spezzò e ne lasciò precipitare il corpo giù. Stetti ad osservarla un po’. Mi sentivo sereno e finalmente in pace con Mozart. Sopra i cantanti terminarono finalmente a tempo. Perfetto. Era evidente che la spalla aveva comunque già preso la situazione in mano. Un altro brano attaccò ed io, gettato il pezzo di spada che ancora impugnavo sul corpo esanime della donna me ne sgusciai rapidamente in camerino.

Nessun commento:

Posta un commento