lunedì 3 ottobre 2011

2 novembre

Swishhhh... paffff! Il pacco di sacchetti nuovi di zecca era passato sulla nostra testa, che con un lancio incredibile il padrone del negozio l'aveva fatto volare per tutto il locale finchè è attterrato sul marciapiede sotto il portico scivolando ancora qualche metro. Glielo menavamo tutti i giorni. Ogni giorno passavamo per tutti i negozi sotto i portici dal nostro lato della piazza a chiedere un sacchetto per farci di colla. Il ferramenta (lo spacciatore) aveva il negozio molto più lontano e non mi rircordo perchè non ci desse mai il sacchetto. Noi pagavamo in contanti il nostro sballo di Pattex ma il sacchetto era sempre un problema. Era un po' come avere il fumo ma non le cartine per rollare la canna. Quello della Wrangler non ne poteva più di vederci entrare nel suo negozio di merda a elemosinare il sacchetto. Quella sera così ce n'ha tirato un pacco gridandoci dietro di non farci più vedere. Io e Flash allora siamo corsi via scimmiati per andare subito a farci sotto l'arco. Quel posto era assurdo. Allora non sapevo niente di architettura fascista ma la nostra piazza era incredibile. Adesso penso che assomigliava più alla scenografia monumentale ancora in piedi di un film di fantascienza catastrofico. Noi ci eravamo ambientati bene, a metà strada fra l'emarginazione ed il centrocittà. Non ci stava nessun'altro li, solo corriere, uffici e negozi poco frequentati. Grandi aiuole, gigantesche colonne e cubi di pietra. Tutto indistruttibile. Poi li vicino c'era la questura che se davamo fastidio facevano presto a venire a darci due manganellate. Li c'era sempre qualcuno di noi. Quando uscivo da lavorare andavo alla Vittoria e trovavo sempre qualcuno con cui passare l'unico tempo che mi era concesso di vivere a modo mio. Non che ci fosse da sballare granchè, però tanta musica nella 500 del Lercio. Quella macchina, soprattutto d'inverno, diventava un rifugio dove il tempo passava rapido al ritmo degli Stranglers e dei Killing Joke che uscivano a manetta dall'autoradio. A pensarci bene allora eravamo più liberi di ammazzarci che oggi. La madama ci lasciava quietare abbastanza. Dentro quella macchina c'era una nebbia fitta di fumo di sigarette che le canne non ce le facevamo. Un po' perchè eravamo contro la droga un po' perchè, come me, erba, fumo, eroina e coca non sapevamo neanche cosa fossero. Però ci facevamo di brutto col pattex. Quella roba era pazzesca. Costava mille lire o poco di più e ti garantiva un viaggio di due o tre ore. Un viaggio vero con un bel po' di stadi diversi e soprattutto allucinazioni visive e acustiche incredibili. Ognuno di noi sarebbe stato d'accordo nel dire che il primo effetto che arrivava era quello del ronzio, lo “zzzzz “ forte e metallico, come di un motore elettrico su di giri o di un traliccio della corrente di notte nella nebbia. Poi arrivava l'eco. Non saprei se di suoni veri o che venivano dalla tua testa o forse l'una e l'altra cosa insieme, tante ripetizioni di suoni fantastici. A quel punto eri ancora in mezzo agli altri ma bello schizzato di nervi, carico e solido come un motore su di giri. Ma non durava tanto. Dopo un po' partivi per i cazzi tuoi. T'andavi a nascondere da qualche parte ed il tuo viaggio diventava privato. Iniziava il film! Quella sera mi ero accucciato sotto la base di una colonna proprio come un tossico. Avevo già da un pezzo passato la fase comunitaria dopo aver cominciato a sniffare di brutto, a grandi boccate dal sacchetto nuovo nuovo firmato Wrangler, primo sfilato dal pacco regalo. Le prime boccate sono fameliche. I polmoni ti si aprono, diventano grandi e assorbono quei vapori chimici freschissimi e pizzicanti dandoti una soddisfazione immensa già senza lo sballo che però non si fa aspettare. Ho fatto un po' di casino con gli altri e poi mi sono ritirato sotto l'arco. Il viaggio è iniziato. C'è stata una serie, che pareva infinita, di visioni pazzesche fra le quali ad un certo punto quella incredibile nella quale mezza siepe di quelle rotonde e gigantesche che stavano in mezzo ai quattro prati, si tagliava in due e una della due parti si alza facendo perno sul taglio per mettersi in piedi e togliermi la visuale dell'arco. Questa mi ricordo, e nient'altro, Senonchè a un certo punto è iniziata quell'altra. Dallo sballo della siepe impennata mi ha distrato una specie di mormorio che piano piano, ma con insistenza, mi ha cavato fuori dal tunnel di quella visione costringendomi ad aprire gli occhi. Veramente pensavo di averli aperti su un'altra dimensione irreale e sgranandoli nel buio cominciavo a mettere a fuoco un'immagine sfumata e scura ma che a poco a poco si faceva sempre più distinta. Vedevo in lontananza, verso i giardini della stazione, esattamente all'inizio della piazza, una fila di gente che sembrava avanzare verso l'arco di trionfo, sotto il quale io stavo più o meno beato a farmi di Pattex. Si tenevano per mano e sembrava che canticchiassero qualcosa. A un certo punto mi era sembrato che pregassero. Io continuavo a sgranare gli occhi. Non ci credevo. Un'allucinazione così intensa non mi era mai capitata. Ero sorpreso e felice e mi chiedevo chi potesse essere e cosa stesse combinando quella gente. Quando ho visto che qualcuno di loro teneva in mano una candela accesa ero quasi impazzito di gioia. Mi tirai su e un po' barcollando cominciai ad andargli incontro. Quando mi sentii più sicuro sulle gambe cominciai a correre saltellando e gridando qualcosa verso di loro. Li raggiunsi e iniziai a ballargli intorno cantando anch'io con loro contentissimo di condividere la mia felicità con quegli esseri soprannaturali scaturiti da qualche piega alla deriva del mio cervello fatto. Avanzammo così fin quasi alla base dell'arco. Le presenze sembravano comunque non cagarmi gran che, tanto che probabilmente cominciai a urlargli di tutto finchè una di loro si staccò dalla fila e cominciò a spingermi e a urlare anche lei. Ricordo che era un ometto basso, con baffi e barbetta neri ed un brutto vestito marrone indosso. Poi ricordo che dal cubo di pietra dove stavano gli altri ho visto arrivare Goofy e Skinfy che hanno cominciato a spintonare l'ometto mentre Nespola e qualcun'altro mi allontanavano dal mio sballo. Io protestavo. Volevo rimanere coi miei nuovi amici che ormai si stavano azzuffando con quelli vecchi. Nespola e gli altri devono avermi caricato sull'autobus che prima o poi mi ha portato a casa. Il giorno dopo qualcuno in piazza mi ha raccontato che la sera prima avevo combinato un casino della madonna. Gli altri avevano fatto una mezza rissa con gli uomini di quella fila che io credevo ectoplasmi fabbricati dalla mia testa fusa. Quella gente stava semplicemente commemorando i caduti della Grande Guerra a cui l'arco era dedicato. Era la sera del 2 novembre e io ho rischiato il linciaggio.

giovedì 16 giugno 2011

Due Bianchi

Libertà per i sensi
per l’occhio, ora,
martellato fra l’orbita e il muro bianco,
possa scivolare sul cuoio
fino alla carne bianca
ed alla spiaggia di velo, nero
al cuscino di riccioli, neri;
se risalgo è d’oro.
E allora su e giù fra il nero e l’oro.
Per il tatto adesso,
oh, è molto semplice,
per un attimo sono necessario, insostituibile
e vedo come di dentro.
O immagino?
Dov’è il confine?

Devo vedere il fuori per toccare il dentro.
Anch’io voglio il mio confine.
Dove posso trovarlo?
C’è un forza fra il più e il meno,
fra il bianco e il nero.
Bianco da solo non è sufficiente
come non lo sarebbe il nero,
vicini crepitano, scintillano e,
nell’attrito insostenibile si genera la forza.
L’archetto da solo non produce suono
come non ne produce la corda… ma sfregati,
come le pietre focaie (due bianchi)
generano la scintilla, producono la vibrazione necessaria al suono.

domenica 5 giugno 2011

La casa dei gatti finti

Cominciava a fare freddo. Non avevo scelto una buona stagione per scappare di casa ma se mi mettevo in testa una cosa doveva essere quella. Avevo litigato con i miei perchè non sopportavo più di fare la vita che facevo e litigando avevo minacciato di andarmene di casa appena infilate due cose in qualche borsa. Per questo dopo essermi tirato dietro la porta di camera mia sentii girare la chiave nella serratura. Mio padre mi aveva chiuso dentro! Cazzo! E allora? Io mi calo dalla finestra! Fortunatamente essendo previdente avevo già fregato ai miei centomila lire dal cassetto del comò. Infilo qualcosa da cambiarmi in una sacca. Allora non mi serviva niente, non ero inchiodato alle mie cose come oggi. Non possedevo niente tranne la mia gioventù e poco spirito libero. Fortunatamente abitavamo al primo piano e saltare di sotto non era altro che una sfida divertente. Comunque avevo pensato di provare a calarmi con qualcosa. Non si poteva mai sapere. Se mi rompevo una gamba ci facevo pure una figura di merda. Individuo un filo della luce di quelli vecchi e bianchi coi quali avevo collegato una cassa più lontano allo stereo. Mi sembrava abbastanza robusto provandolo. Lo lego stretto al fermo della finestra, butto la sacca sulla macchina posteggiata di sotto. Rotola giù, un po' più in la. Salgo sul davanzale e con prudenza comincio a strisciare contro il parapetto. Quando sono tutto lungo appeso alla mensola afferro il filo e comincio a calarmi un pugno dopo l'altro. A metà strada passando da una mano all'altra mi accorgo che ho fatto una giunta al filo. Mentre mi viene in testa questa cosa vedo il filo storcigliarsi e un secondo dopo sto rotolando all'indietro dal tetto della macchina. Non mi faccio niente. Mi cago solo un po'. Raccolgo la sacca e via , giù per la crosa. Una delle cose che mi piaceva fare di più appena uscito di casa era precipitarmi a rompicollo giù dalla discesa. Era una strada ripidissima fatta di ciottoli rotondi e mattoni rossi pieni. La pendenza era fortissima e io arrivavo fino al limite massimo al quale le mie gambe reggevano l'impatto col terreno sostenendo ancora il corpo. Bastava niente per finire in terra sfracellandosi. La velocità era pazzesca e quella sera mi dava un senso di libertà infinito. In due minuti d'orologio ero giù al porto. Siccome la sacca l'avevo riempita bene mi pesava e non avendo un luogo dove andare m'incamminai verso la stazione dove c'erano un mucchio di alberghi e pure quello dove lavoravo io fino al giorno prima (perchè era sottinteso che con la mia fuga da casa mi ero anche licenziato e senza dare gli otto giorni). Scelsi la pensione Stella che sembrava il posto più cesso di tutti (e quindi il più economico) e mi feci dare una stanza. Per prima cosa tiro fuori un mezzo tubo di Pattex avanzato e un sacchetto e me lo sniffo tutto. Sono strafatto ma riesco comunque a sentire a un certo punto qualcuno che bussa alla porta chiedendo se mi sento male. Probabilmente durante il viaggio devo aver fatto casino. Mi affaccio e dico che è tutto OK. Ci sono abituati ai casini li dentro e il tizio tranquillizzato se ne torna da dove è venuto. Appena mi sono ripreso dalla raffica di flash esco. Me ne vado subito in centro a vedere se trovo qualcuno ma in piazza non c'è un cane. Allora me ne vado ai giardini di plastica perchè il giorno prima avevo sentito dire che c'era una performance. Io allora non sapevo cos'era una performance. Non avendo studiato l'inglese non conoscevo neanche il significato più semplice della parola. Sapevo però che associato a quella parola c'erano degli intellettuali che facevano qualche spettacolo a me incomprensibile e sicuramente noioso. Quella sera infatti mi ricordo che c'era un laser ai giardini di plastica che proiettava da qualche parte in cielo un bel raggio verde. Poi c'era della musica New Wave ma in giro poche anime sconosciute. Mi venne in mente però che lo Psycho doveva essere aperto quella sera e dopo aver gironzolato un po' nei vicoli andai la. Mi ricordo che non c'era un cazzo di nessuno neanche li. Veramente quattro gatti che si facevano i cazzi loro. In mezzo alla pista una ragazza ballava da sola. Non era gran che. Anche un po' grassa e squinternata, ma visto che era l'unica ed era sola e la mia fame era cronica ed insaziabile allora, mi misi a ballare li vicino a lei. Dopo un po' ci avevamo preso gusto e continuavamo sempre più sciolti. Mi accorsi che in realtà era molto bella di viso e questo mi fece più convinto. Penso che ballammo così da sconosciuti per più di un'ora e poi ad un certo punto lei si sedette sul gradino che correva su un lato della pista. Era stanca e un po' sudata. Io mi sedetti vicino a lei e le dissi: - Hai mica un posto per dormire? - Lei mi rispose che se volevo potevo andare a stare da lei che tanto era sola. Che culo! Andiamo allora. Qualche minuto dopo siamo su un'autobus che va verso la stazione. Scendiamo e andiamo all'Hotel Stella dove pago la stanza e ritiro la mia sacca. Sull'uno vuoto la guardo un po' meglio e mi accorgo che è una bella figa anche se solo un po' grassa. Anzi, è proprio bellissima di viso. Ha gli occhi blu grandissimi ed un viso molto dolce. Le sorrido e provo a infilarle la lingua in bocca. Ci sta e ci baciamo un bel po' poi dopo un po' mi chiede se mi va di farmi una canna. Io non ho mai fumato fumo ma non mi va di far brutta figura e le dico che va bene. Lei tira fuori le cose e si mette a trafficare sapientemente. Qualche minuto dopo stiamo fumando beatamente sulla fila di sedili in fondo all'autobus. I pochi passeggeri di quell'ora si fanno i cazzi loro ed io sono felice perchè ho avuto una botta di culo incredibile. In una volta sola mi son fatto una ragazza che mi da da dormire e da fumare, è un po vecchia avrà forse anche venticinque anni ma è buona e simpatica, e poi mi son sempre ammazzato di seghe pensando alle vicine di casa di mia madre che erano tutte più vecchie di trentacinque anni. Mi sembra strano però che questa roba che fumiamo non mi fa nessun effetto. Un mucchio di gente che conosco ne dice di belle su sta roba ma io non sento niente e non mi interessa, forse non lo respiro bene. Siamo arrivati. Dall'altra parte della città. Abita vicino al mare. In pochi passi siamo dal portone di casa sua che è un grosso palazzo più grande e più bello del mio. Mi sembra che li ci deve abitare gente più ricca. Prendiamo l'ascensore e saliamo al quinto piano. Lei apre la porta e nella luce che entra dal pianerottolo nell'ingresso mi sembra di vedere due persone dentro e faccio a tempo a pensare che m'ha raccontato una balla, che non è sola e chissà dove cazzo m'ha portato. Mentre ragiono così accende la luce e le due persone che erano dentro eravamo noi due riflessi in un grande specchio che occupa tutta la parete dell'ingresso di fronte alla porta. Beh, ritiro il fiato. L'appartamento assomiglia a quello dei miei, in fondo, ma è grandissimo ed ogni cosa che ci sta dentro costa di sicuro molto di più di quelle che sono nel nostro. I quadri attaccati alle pareti sono belli per davvero, non come quelli che fa mia cognata e che credo che stiano appesi solo in casa nostra. Gli oggetti sui mobili sono tantissimi e certi non so neanche cosa siano. Di sicuro ci sono un sacco di gatti li nel corridoio, ma non vivi. Sono di porcellana, ceramica, metallo, disegnati, pitturati, scolpiti. 'Sta gente ama i gatti, sicuramente. Il corridoio è lungo e finisce in una specie di vano dove si aprono alcune stanze, una camera da letto, la cucina, un bagno (ce ne sono due!), un salotto. Qualcosa mi fa dirle che è una bella casa, come se me ne intendessi di case o di oggetti d'arte. Andiamo nel salottino. Lei accende una lampada. La luce è bassa e la stanza resta in penombra. Mette un disco su un piccolo stereo nero. Sono le Slits. Non le conoscevo se non per sentito dire ma la musica mi piace, è mezzo reggae e ska un po' intellettuale. Viene sul divano e cominciamo a ruscare di brutto che quasi le strappo i vestiti di dosso. Ora che ci penso mi viene in mente che in vita mia a quel tempo avrò scopato si e no venticinque volte di cui due con due puttane di cui un vecchia, una con Bellumaroccu, come la chiamava Ninni perchè era scura di pelle e con un gran nasone e il resto con Dada che fino a un po' di tempo prima era la mia ragazza, ma era una principiante.. Però con una femmina così non c'ero mai stato. Anche se ora uscivo con la Carla, che era pure carina e buona, quella era proprio una donna e quello che faceva lo faceva per davvero. Ad un certo punto però s'è fermata, si è tirata su a sedere sul divano e da un soprammobile di legno a forma di gatto che stava sul tavolino li davanti ha tirato fuori un pezzo di fumo, poi s'è alzata ed è andata a prendere le sigarette, le cartine e l'accendino nella tasca della sua giacca. Era rimasta con solo le mutande indosso e aveva un bel culo e le tette molto grandi. Fa una canna e fumiamo di nuovo. Ricominciamo a darci dentro e dopo un po' son mezzo nudo anch'io. Dopo un po' si ferma di nuovo e va a prendere da bere. Non mi ricordo cosa ma ci scommetterei che io ho chiesto qualche superalcolico per sembrare più uomo di quel che ero anche se credo che non stavo andando male tutto sommato. In fondo ero contento perchè avevo risolto i miei problemi e avevo trovato anche una ragazza ricchissima che mi offriva un sacco di cose fighe. Siamo rimasti un bel po' sul divano. Lei mi insegnava delle cose incredibili. Ancora di più della Vale, quando mi ha fatto sentire cosa succede infilandomi la sua lingua lunga nell'orecchio. Ci fermavamo dal quel baciarci e carezzarci continuo soltanto per bere o arrotolare e fumare una canna. Io stavo da dio e lei pure. Poi mi ha detto di aspettarla un po' che doveva fare qualcosa di la in cucina. Sono stato li sdraiato sul divano a guardarmi intorno per un po' mentre finivo di fumare lo spinello che mi aveva lasciato tutto per me. Guardavo per aria mentre sentivo la musica beato come un papa e i miei occhi ogni tanto si fermavano su qualcosa che attirava di più la mia attenzione. C'erano un sacco di quadri e quadretti appesi alle pareti. Disegni incorniciati, piccoli poster, quadretti ad olio, acquerelli , fotografie e anche piccoli oggetti diversi e penzolanti. Tutti gatti. Al centro del muro dietro al divano però c'era un quadro più grande, dipinto che a differenza delle altre cose era un albero. Brutto, rinsecchito e con un tronco enorme. Era scuro, come di notte. Il cielo dietro ai rami lunghi era nero e le sue ultime foglie volavano in mezzo a dei lampi. Faceva un po' paura. Ogni tanto mi ricordavo che io quella non sapevo neanche chi era e qualche giorno prima insieme a Nespola, Polpetta, il Lercio, la Jolanda e la Rosy eravamo andati al cinema a vedere un film di Dario Argento dove si squartavano tutti. Mi sono alzato e ho cominciato a girare per la casa. C'erano gatti finti dappertutto e la cosa anche se era un po' inquietante mi faceva un po' ridere. A un certo punto sono entrato in una camera piccola che sembrava quella di un bambino. C'era un lettino di legno dentro con le sponde alte e al suo interno c'era un cuscino grandissimo colla bandiera inglese. Mi piaceva quella bandiera, era un po' il nostro sogno l'Inghilterra. Gli altri qualche mese prima c'erano andati affittando un pullmino ma io non potevo perchè lavoravo e comunque non avevo mai un soldo. Mentre pensavo al culo che avevano avuto gli altri a fare quel viaggio (io fossi stato in loro sarei rimasto la a fare il cameriere da qualche parte e a suonare la batteria in qualche gruppo fino magari poi a fare solo quello) lei mi è arrivata da dietro e mi ha abbracciato. Sentivo le sue tette grosse e calde sulla schiena, poi la sua mano è passata davanti e ha cominciato ad accarezzarmi il cazzo e mentre lo faceva mi ha detto nell'orecchio (ricordandomi la sensazione che mi aveva dato la Vale leccandomelo) che quello era il lettino di suo figlio ma che adesso non c'era perchè glielo avevano tolto. Non capivo bene cosa significava, ma ero un po' sconvolto pensando che quella ragazza aveva un figlio. Non avevo nessuna amica che aveva un figlio. E me la stavo facendo o forse era più lei che si stava facendo me, a questo riuscivo ad arrivarci. - Gira pure se ti va – mi ha detto – io arrivo subito. - Così sono andato un po in giro per il resto dell'appartamento contando i gatti che scovavo ad ogni angolo e dopo un po', essendo che mi ero un po' perso sono arrivato in cucina quasi senza accorgermene. Lei era seduta su una sedia dietro al tavolo proprio di fronte a me. Aveva il braccio sinistro completamente allungato sul piano ben stretto da un laccio emostatico e si stava facendo una pera. Sono rimasto li fermo in piedi come un salame a fissarla affascinato. Dopo un po' ha alzato la testa e mi ha chiesto se volevo anch'io. Ho rifiutato ma solo perchè avevo dei pregiudizi che ci eravamo messi in testa in piazza che però rispecchiavano bene la realtà delle cose. Farsi le pere era farsi del male (anche le canne) I punks si facevano di gas colla e benzina come diceva la filastrocca cosi non crepavano facendo piacere ai padroni.(in realtà molti di noi si facevano di nascosto) - Scusa, ti aspetto di là. - dissi quando riuscii a riprendermi dal fascino di quella vista, e me ne tornai in salotto avendo la sensazione d'essere un imbecille. Mi stravaccai sul divano senza riuscire a togliermi dalla testa quell'immagine. L'abbandono di quel braccio sulla tavola era semplicemente bellissimo. Sono passati trent'anni da allora e non l'ho mai dimenticato. Mi eccitava, non so perchè, ma se poco prima desideravo quella ragazza adesso la volevo ancora di più. Mentre ragionavo così lei arrivò in salotto e prendendomi per una mano mi invitò a seguirla tirandomi dolcemente fino in camera da letto. Ricordo che ad un certo punto eravamo in piedi vicino al letto completamente nudi. Io l'abbracciavo dal di dietro premendo il mio corpo contro il suo. Con le mani le accarezzavo e strizzavo le tette grandi, sode e calde e mi sembrava di non aver mai toccato niente di più bello in vita mia. Abbiamo fatto l'amore per ore e lei mi ha dato tutto. Non scorderò mai quegli occhi che sembravano dei fanali viola soprattutto quando erano dilatati dal piacere e dalla roba insieme. Le avrò detto mille volte quant'era bella. Non sapevo dire altro. Più tardi mi disse che sarebbe partita per Londra quella mattina stessa. Poche ore dopo. Ma che se volevo potevo rimanere a casa sua. Mi avrebbe lasciato le chiavi e avrei potuto stare li quanto mi pareva basta che non rispondevo al telefono e mi facevo i cazzi miei. Non sapeva quando sarebbe tornata e aveva un biglietto d'aereo di sola andata. La invidiavo. Se fossi stato più grande sarei partito con lei, ma allora non ero niente, non ero nessuno. Mi sentii un po' tradito per questo. Ero già innamorato di quell'essere così libero ma fortunatamente avevo di che consolarmi per il culo di aver trovato un posto dove vivere, pensavo in quel momento, il resto della mia vita. La mia immaginazione, la vita, non me la figurava più in la di ventiquattr'ore, ma sarei stato come a casa mia. Ci avrei portato tutti gli altri, avremmo fatto delle feste e ci saremmo sbronzati di brutto. Mentre pensavo così ci siamo addormentati e credo che sia stata la prima volta in vita mia che ho dormito con una donna. Non passò molto tempo. Alle otto lei si era alzata. La sentivo trafficare silenziosamente nel dormiveglia. Poi è venuta a salutarmi con un bacio e se ne è andata via per sempre.
Dormii fino all'una, poi mi alzai e feci colazione. Ero solo. Padrone di quel grande appartamento bellissimo che stava all'ultimo piano di un palazzo e le cui finestre si affacciavano sul mare. Ricominciai ad andare a spasso per la casa ma questa volta niente mi poteva impedire di aprire cassetti, scatole, armadi o quanto mi veniva voglia di esplorare. Ora, ripensandoci, non pensavo di cercare cose preziose o soldi. In quel momento io ero ricchissimo perchè avevo ancora ottantamila lire in tasca, un pezzetto di fumo, sigarette e addirittura un frigo con dentro della roba e una dispensa piena di cose da mangiare. La più grande ricchezza però era quella di non dover andare a lavorare. Non c'era nessuno che potesse dirmi di alzarmi a una cert'ora e di andare a soffrire come un cane facendo qualcosa che non rientrava nella mia vita, oppresso da qualcun'altro che era più merda della merda. Ero libero! E così, in piena libertà me ne uscii di casa con il trofeo delle chiavi della mia nuova residenza per andarmene in piazza a divertirmi fino alla sera che era il punto più lontano dove l'orizzonte del mio futuro fosse visibile. Presi l'uno e andai in centro, che era molto lontano da li. L'autobus di giorno ci metteva quasi un'ora per arrivarci e poi toccava prenderne un altro o andare a piedi. Andai a piedi perchè mi piaceva godermela. Camminavo per le strade piene di gente come Sid Vicious in The Great Rock&Roll Swindle. Mi sentivo un mezzo dio e anche se i walkman non esistevano ancora la mia testa era piena di musica sparata a manetta. Quella sera provavamo e io me ne sarei sbattuto di tornare a casa per andare a lavorare il giorno dopo, anzi, dopo le prove avremmo potuto andare tutti a ubriacarci alla Panteca che era quasi sempre aperta. Avrei offerto io e fanculo! Passai tutto il pomeriggio in piazza a cazzeggiare. Il tempo era cambiato, era una bella giornata e faceva caldo. Avevamo comprato un bel po' di fustini di DAB alla spina da bere. Ci facevamo un buco e li facevamo girare ciucciando a più non posso prima di passarlo. Era calda la birra ma noi ce ne fottevamo, l'importante era che ubriacasse. Fumavamo sigarette e sentivamo le cassette nell'autoradio della 500 del Lercio col volume a stecca. Stranglers, Killing Joke e Damned! Aspettavamo che polpetta uscisse da lavorare per andare su a casa sua dove avevamo la sala prove gentilmente offerta dai suoi nella cantina che cosi potevano tenerlo d'occhio. Comunque una figata. Potevamo suonare per ore, di sera, tanto stavano in campagna.
Allora, anche se avevo scopato con quella della casa, io avevo una ragazza che si chiamava Carla e che aveva il culo grosso ma un viso bellissimo con un sorriso stupendo. Dovevo essere in un momento di buona perchè di solito era fame nera e mi ammazzavo di seghe. Avere due donne insieme beh, non era proprio la normalità. Non dissi niente agli altri, ovviamente ancora meno a Carla, Mio fratello che era più grande ed era una persona seria non aveva ancora iniziato ad indagare sulla mia fuga anche se prima o poi sarebbe arrivato in piazza a cercarmi per riportarmi a casa. Avevo detto agli altri che me ne ero andato di casa e stavo da un mio amico. Gli altri erano gente che sapeva farsi i cazzi propri e a rotazione scappavano tutti di casa. Che mi ricordi nessuno aveva già una casa propria ed erano pochi quelli che avevano un lavoro (dal quale fuggivano regolarmente) e ancora meno quelli che andavano a scuola. Quella poi era proprio un mondo sconosciuto. Con gli altri del gruppo più Carla e Bob che venivano a sentirci, siamo andati a prendere Polpetta che usciva da lavorare. Lui faceva l'aiuto pasticcere in una famosa pasticceria del centro e non dico qual'era perchè esiste ancora e lui nei dolci ci infilava le sue caccole di naso e tanta altra roba che non era peggio di quello che avrebbe dovuto metterci, almeno a sentir lui. Comunque, caccole o no, dal finestrino che dava sulla strada lui ci passava un mucchio di paste, tutte tranne i babà al rhum che diceva che quelle era proprio meglio lasciarle perdere. In sei dentro la cinquecento che starci col culo di Carla e gli schizzi di Bob che per noi era schizzofrenico, nel senso che aveva un tic che lo faceva schizzare ogni due per tre, ci si stava appena appena, anche se una volta ci siamo entrati in undici per vedere in quanti ci stavamo. Era stato un po' come quando avevamo messo i chiodi, le giacche e i cappotti di tutti (eravamo almeno una dozzina) indosso al Lercio che era diventato gigantesco e poi l'avevamo riempito di lordoni e calci fino a rintronalrlo. Ma li tornavamo dall' osteria della Luisa e quindi eravamo abbastanza fatti e ciucchi. Lo facevamo tutti a giro, era un po' come giocare ai cavalli marci ma le ragazze non partecipavano mai a questo gioco. Con il primo dei Killing a manetta siamo arrivati su in sala verso le 9 che c'era un viaggio di tre quarti d'ora per arrivare là in cima ai monti dove abitava Polpetta. Quella sera andavamo da dio! Non ci siamo messi a fare i nostri pezzi ma abbiamo cominciato a suonare uno dietro l'altro tutti i pezzi dei Killing. Allora c'era solo il primo LP in circolazione ed era miracoloso sentire come la musica ci arrivava nelle mani dalle nostre teste. Il Lercio cantava e suonava il moog e noi tre ci davamo dentro di brutto sbagliando poche cose. Il bello era che non l'avevamo mai suonati prima ma ce l'avevamo nel sangue a furia di sentirli e ballarli. Una vera wardance! Bob impazziva di goduria e schizzava ad ogni cambio della musica e la Carla, seduta tipo fachiro sulla lavatrice della mamma di Polpetta, mi guardava sorridendo (che sapeva che mi piaceva di più quando sorrideva) e il suo sorriso prometteva di darmela appena ci fossimo ritrovati soli. Polpetta pestava sui tamburi come solo lui sapeva fare. Aveva una forza ed una precisione pazzesche. La forza credo che gli venisse dall'impastare i dolci. Nespola, che era secchione faceva friggere acidamente la sua Stratocaster nera. Era un professionista. Quella fu la sera più memorabile che trascorremmo in saletta come L. H.. Alla fine il Lercio ci ha portati a me e la Carla giù a Sampe. Lei abitava li. Siamo stati sotto il portone di casa sua a ruscare un bel po'. Avevo provato a convincerla a venire a “casa mia” ma non ne aveva voluto sapere. Lei viveva con i suoi e non poteva stare in giro di notte. Sono andato a prendermi l'uno che andava tutta la notte e me ne sono andato a casa. Appena arrivato mi sono messo su un disco e mi sono buttato sul divano. Nella scatola-gatto di legno c'era ancora del fumo e più per noia che altro mi sono fatto le ultime due canne che avanzavano. Quella roba continuava a non farmi nessun effetto così che mi chiedevo come mai la gente ci buttasse dei soldi. A un certo punto devo essermi addormentato. Mi sono svegliato di soprassalto mezzo spaventato da un sacco di rumori che non avevo mai sentito. La musica non c'era più e non sapevo più dove cazzo ero! Poi pian piano mi ricordai. I rumori non erano poi così forti ma non smettevano mai. Era il vento, che essendo così in alto nel palazzo, faceva un gran casino. Mentre mi guardavo intorno per ritrovarmi, gli occhi mi erano caduti sul quadro pauroso appeso sopra il divano. Se gli mancava qualcosa, il tempo di fuori ce l'aveva messo, così le foglie volavano via e i lampi scoppiavano per davvero. Poi feci la scoperta che mi fa venire i brividi ancora adesso che son passati trent'anni: l'albero terribile aveva i baffi e gli occhi da gatto! Fanculo! Sono andato in cucina e frugando nei cassetti mi son preso il coltello più grosso che ho trovato. Poi nell'ingresso ho preso anche un ombrello grosso, robusto e abbastanza pesante che sembrava quasi un bastone. Sono andato in camera da letto e mi sono chiuso a chiave, ho guardato se sotto il letto c'era qualcuno e poi mi sono rattrappito appoggiato alla spalliera deciso a vender cara la pelle. Poi mi è passata. Mi son tranquillizzato e allora ho cominciato a curiosare. Ho aperto l'armadio che era gigantesco e strapieno di vestiti. Ho tirato qualche cassetto. Dentro era pieno di biancheria da femmina. C'ho affondato le mani e mi è rimasto attaccato un reggicalze color rosso e crema. Se c'era quello dovevano anche esserci delle calze e infatti dopo un po' di rovistare ne è spuntato un paio color carne. Allora mi sono spogliato e mi sono messo quelle cose indosso. Pensavo a quella ragazza che aveva fatto l'amore in quel letto con me solo poche ore prima, alle sue tette e ai suoi occhi, a quello che avremmo potuto fare con tutta quella biancheria. Fu una sega stupenda! Poi mi sono spogliato e me ne sono andato a dormire cullato dal vento e sognando occhi viola e gatti.

Il telefono suonava. Mi aveva svegliato. C'era il sole che entrava dalle tapparelle non del tutto chiuse e il vento era cessato. Il telefono continuava a squillare. Ho risposto. Sapevo di non doverlo fare ma ho risposto. Li per li pensavo che la mia amica e padrona di casa dovesse dirmi qualcosa, che si fosse dimenticata di darmi qualche dritta su qualcosa da fare. Dall'altra parte una voce di uomo mi chiede chi cazzo sono e dov'è lei. Rispondo che lei è partita per Londra e mi ha lasciato la casa. Rettifico, come per precisare che non me l'ha regalata, che me l'ha prestata per custodirla. Quello di là si incazza e comincia a dirmi che se non me ne vado mi manda i carabinieri, i pompieri, Ufo Robot e le Giovani Marmotte. Lo mando a fanculo e butto giù. Però non sono tranquillo. Ho paura che la mia fortuna sia finita. Faccio fagotto ma quando sono li per andarmene decido di portarmi via qualcosa. Così mi frego il giradischi (il Lercio, che era un po' un genio fra di noi, con il suo amplificatorino ci avrebbe fatto qualche giorno dopo un preampli per distribuire il suono in cuffia e registrarci in sala), Una vecchia macchina fotografica Yashica, un binocolo, qualche disco. Riesco a far stare tutto nel mio sacco. Chiudo la porta a chiave e me ne vado in piazza. Ricomincia tutto da capo, dove cazzo vado a dormire stanotte? Intanto mollo il malloppo al Lercio che mi tiene un po' di cose in macchina. Alla sera me ne torno allo Psycho e ci riprovo. C'è una ragazza da sola che beve e fuma attaccata a un tavolo. Non è proprio una ragazza. É un po' vecchia, avrà almeno trent'anni. Sarebbe carina se non sembrasse mezza fricchettona. Provo a chiederle se ha un posto per dormire. Mi guarda bene e dopo un po' mi dice di andare a casa sua. Quasi non ci posso credere. Se non è culo questo?! Questa però è povera, la casa è un cesso in centro storico ed è pure sporchissima, il fatto è che anche 'sta qui sembra sporca e in più ha una voce nasale strana come se ad ogni parola un catarro le impedisse di parlare. Forte! L'altra si faceva le pere però era pulitissima e profumata, questa sembra una zia suora ma è un cesso nel vero senso della parola. Mi offre del tè nel quale ci devo mettere del miele preso da un vasetto tanto sporco che non ci si vedeva dentro. Quando andiamo a dormire, nel suo letto matrimoniale, mi sembra che le piacerebbe di farmisi ma aspetta che sia io a saltarle sopra. Aspetta e spera. Mi giro di là e dormo fino a domani! La mattina dopo si sveglia presto e mi dice che devo alzarmi anch'io e andarmene, che lei deve andare a lavorare o che cazzo ne so. Pazienza. Purtroppo aveva l'aria di non volermi più per i coglioni. Di nuovo per strada, cazzo... chi se ne fotte! Stasera vado allo Psycho e mi trovo un'altro alloggio!

domenica 15 maggio 2011

Quando i piccioni dormono

Quando i piccioni dormono

Avevamo giocato a Defender con Roby quella sera. In piazza c'era poca gente, qualcuno dei più vecchi. Quelli facevano i fighi bevendosi delle malvasie al Javotto, come gli anarchici, gli artisti anziani e qualche barbone. Tanto che si andava al bar ci si fermava a pisciare contro le lamiere che transennavano la voragine del Carlo Felice bombardato. Era l'inverno del 1981.
Nella testa i Ruts e i Cocney Rejects, nei polmoni un po' di fumo di sigarette e l'aria fredda della fine di dicembre.
Defe era incredibile a quell'epoca. Quei due seduti sul bordo della fontana nonostante il freddo boia la rappresentavano bene: Max e Steve, i KopfKrank: due punks intellettuali: Max con un naso enorme alla Zanardi, con gli occhiali da sole notte e giorno piazzati sopra. Lui mi salutava e qualche volta sorrideva anche. Steve non sorrideva e non salutava mai, aveva sempre la giacca nera indosso e degli occhiali spessi di tartaruga che lo facevano assomigliare a Elvis Costello. Non li ho mai sentiti suonare. Ninni diceva che facevano musica intellettuale con i sinth. Dicono che Steve sia morto in India e Max non so che fine abbia fatto. Credo che si facessero. Comunque per capirci c'è una foto della rissa al cinemateatro Diana durante un concerto. In cinque o sei stiamo riempiendo Steve di pugni in testa. Credo che abbia detto qualche stronzata ed i rude boys, (ma anche qualche newwaver) senza lasciarsi scappare l'occasione, l'hanno pestato come un tamburo.
Qualcuno aveva dei Roipnol quella sera. Non ricordo chi ma insieme a Ettore e Arrigo li abbiamo comprati e ce li siamo presi. Arrigo non lo conoscevo. Era amico di Ettore forse, ed era venuto in piazza con lui quella sera. Era un po' fuori posto perchè se ne batteva il cazzo e diceva a tutti di essere un fascista. Io credo che allora non sapevo che differenza ci fosse anche se naturalmente avevo una falce e un martello nel DNA. Arrigo era anche vestito come un fascista. Aveva dei calzoni larghi con un cinturone infilati negli anfibi ed un bomber militare ma non era uno skinhead, a quei tempi non se ne vedevano ancora in circolazione. Aveva i capelli neri piuttosto lunghi lisciati con la brillantina. Adesso mi pare di ricordare che la roba che aveva indosso fosse roba figa, non era uno straccione come noi rude boys ma nemmeno un fighetto come i punks più vecchi tipo Ivan o Nassetti. La cosa incredibile era che Arrigo aveva una macchina, anzi una vera jeep e l'aveva posteggiata sull'aiuola. Non sapevamo cosa fare. Non c'era assolutamente niente da fare. Non un buco di sala prove dove andare a suonare. Di locali dove ci facevano entrare c'era solo lo Psycho allora ed era chiuso. Siamo andati in giro per via XX fumando sigarette e sparando cazzate aspettando che il Roipnol facesse effetto e ci portasse un po via di li. Poi guardando per aria abbiamo visto i piccioni ed abbiamo scoperto così che quelli si mettevano il pigiama gonfiando le piume e andavano a dormire sui cornicioni sotto i portici. Erano tutti in fila e non ci cagavano nemmeno di striscio. Gli urlavamo delle stronzate e questi se ne battevano il cazzo e continuavano a dormire. Mentre eravamo li a menarcelo così mi sono ricordato che in tasca avevo degli spiccioli. Li ho tirati fuori e abbiamo cominciato a tirarli a quegli stronzi. Quando li colpivamo si svegliavano di soprassalto e precipitavano quasi fino in terra prima di riprendersi e volare via rintronati dal sonno e dallo spavento. Ci siamo stati un bel po', poi ce ne siamo andati ai giardini di plastica a vedere se c'era qualcosa da fare. Non c'era nessuno, neanche un fricchettone, però qualcosa da fare l'abbiamo trovata. Sotto al pavimento dei giardinetti c'era il parcheggio e nelle strade che passavano in mezzo alle aiuole e ai prati c'erano un sacco di griglie che facevano vedere il parcheggio di sotto dove le macchine erano posteggiate ma dieci metri più in basso. Era illuminato da delle lampade giallastre la sotto e chi non c'era mai passato su quelle griglie gli friggevano un po' i coglioni dalle vertigini. Io avevo pensato che potevamo divertirci un po' guardando di sotto ma non faceva effetto perchè le conoscevamo bene, allora ho cominciato a prendere la rincorsa da lontano, poi saltavo in aria guardando su e quando stavo per atterrare sulla griglia all'improvviso guardavo giu. Cazzo se faceva effetto così, sembrava di essere al luna park e per di più gratis. Anche Ettore e Arrigo ci davano dentro. In più con le corse le chicche cominciavano a fare effetto e la sensazione si amplificava. Urlavamo di goduria! Dopo un po' ci siamo annoiati e allora abbiamo iniziato a saltare dentro i cespugli sempre con la rincorsa. Bisognava chiudere gli occhi e ammucchiarsi bene saltando perchè i rami facevano un po male . Poi dopo un po' ce lo siamo menato anche così. Allora abbiamo continuato il giro. Ettore che era pratico ci ha portato giù in via Madre di Dio dove c'erano un sacco di palazzi ancora mezzi sbagasciati dalla guerra. Io non c'ero mai stato ed era un mondo nuovo e impressionante. La gente ci abitava. Erano tutti poveracci senza un lavoro e con un mucchio di bambini e dei vecchi ma io non lo sapevo ancora. Si passava sotto un ponte vecchissimo che faceva un po' a pugni con i Giardini di Plastica. Era alto e con grandi arcate. Correvamo e ridevamo sparando cazzate a tutto spiano. Ad un certo punto Arrigo è entrato in un portone che era aperto perchè proprio il portone non c'era. Forse la dentro potevamo trovare qualcosa di divertente. E infatti c'era. Posteggiato vicino alle scale c'era un bel passeggino di quelli per i bambini piccoli. Io e Arrigo ci siamo guardati un secondo e poi senza dire niente siamo corsi fuori con quello, siamo saltati addosso a Ettore che era piccoletto, ce l'abbiamo incastrato dentro di forza e abbiamo cominciato a spingerlo per la via più veloce che potevamo. Subito Ettore protestava ma poi ci ha preso gusto e rideva come un matto. A un certo punto all'ultimo piano del palazzo s'è aperta una finestra e s'è affacciata una donna che ha cominciato a gridarci di tutto mentre nelle scale si sentiva qualcuno che correva giù di brutto. A quel punto Ettore è saltato fuori e il passeggino se n'è andato per i fatti suoi giù per la via in discesa. Noi siamo scappati a gambe levate gridando e ridendo felici.
Non mi ricordo cosa abbiamo fatto dopo, ma non c'era proprio niente da fare per noi. Siamo andati a dormire. Ettore se n'è andato a casa. Io sono andato con Arrigo a casa sua con la jeep, lui se n'è andato a dormire in casa in via Assarotti, una strada di ricchi e mi ha lasciato dormire sulla macchina. Ho dormito malissimo e alla mattina me ne sono andato a dormire di nuovo a casa mia.

Epilogo

Lavoravo in un albergo ristorante a quei tempi. Facevo il cameriere, il lavapiatti, il portinaio, lo sguattero e tutto questo con un libretto di lavoro dove sopra c'era scritto “aiuto cuoco”. Quando finivo di lavorare ero stanchissimo anche perchè tante volte non dormivo neanche, però andavo sempre in giro di sera. Era passato un po' di tempo da quella notte passata con Ettore e Arrigo. L'albergo s'era riempito di sfrattati del comune ai quali il municipio pagava la sistamazione e agli albergatori non gli pareva vero di riempire un bel po' di camere in inverno. Era gente sola, famiglie intere e vecchi mezzi malati. Il principale li aveva sistemati all'ultimo piano dove le stanze erano le più sfigate e dove non potevano dare tanto fastidio. Io ero amico di tutti ed ero simpatico a tutti, forse perchè mi vedevano un po sfigato come loro. C'erano due famiglie coi bambini e se i genitori andavano da qualche parte qualche volta li lasciavano li da me in portineria. Erano bravi quei bambini soprattutto i figli della Maria, Mauro, Loris e non mi ricordo la ragazzina come si chiamava. Loris era il mio preferito, biondino, pallidissimo, magro e cogli occhi celesti. Mauro era un po' grasso e sua sorella era come lui. Se non c'era il principale tante volte giocavo con loro anche nel vicolo di fuori. Fra gli altri c'erano la signorina Fiorazzi che era anche una bella fica coi capelli neri lunghi e un culo bellissimo dietro alla quale mi sono ammazzato un po' di seghe e la sua camera era piena zeppa di vestiti e roba da donna da non riuscire ad entrarci dentro. Poi c'era Secco, un vecchio piccoletto e magro che mi ha regalato un suo impermeabile bisunto ma punkissimo che mi piaceva un casino e mi faceva da giacchetta. C'era Mia... Bah! che era anche lui un vecchietto ma più vecchio di Secco. Mia... Bah! non parlava mai, diceva solo: - mia...bah! Così con Vito che era l'altro cameriere l'abbiamo soprannominato Mia... Bah! Un giorno con Vito siamo andati a spiarlo che aveva lasciato la porta della camera aperta. Era tutto nudo e mi sono rimaste impresse le palle che gli penzolavano fino ai ginocchi secchi. Un giorno che mi avevano mandato su ai piani a pulire i vetri delle finestre, essendo che mi appostavo nel buio per spaventare le cameriere, avevo visto da sotto la signorina Fiorazzi scendere le scale perchè l'ascensore era pieno di lenzuola sporche che le ragazze avevano cambiato nelle stanze. Era tutta in tiro, col culo fasciato in una gonna corta che mentre faceva i gradini si vedeva spuntare il bordo delle calze nere e il reggicalze. Io allora non ero mai stato con una donna fino in fondo e la mia fantasia galoppava già abbastanza da sola, per di più con lo stress di quella vita da sfigati che facevo, strozzarsi l'uccello una mezza dozzina di volte al giorno era una regola, tanto di energia non ne mancava mai. Vedere per un momento l'interno delle cosce della signorina Fiorazzi e sentire frusciare così vicino quelle calze mi aveva eccitato di brutto e mi aveva fatto venire un'idea. Pensavo di ficcarmi in camera sua, di aprire il cassetto dove teneva le sue mutande e farmici una sega inginocchiato davanti e poi venirci dentro. Mi sembrava una bella idea. Andai nel guardaroba e fregai il passpartout alle cameriere che in quel momento non c'erano. Quando entrai nella stanza fui investito da una marea di profumo da donna che non fece altro che eccitarmi ancora di più. Un po' di furia, anche perchè qualcuno poteva venire a cercarmi, aprii l'armadio e tutti i cassetti fin chè non trovai quello delle mutande. C'era un mucchio di roba fighissima di pizzo soprattutto nera e rossa, reggiseni e calze anche a rete, bustini e mutandine, tutto gettato in disordine. Ci affondai le mani dentro e mi gettai tutto addosso e per aria, poi misi mano all'arnese e in una ventina di secondi avevo asperso quello che era rimasto nel cassetto. Dopo aver preso un po' fiato raccolsi tutta la biancheria che era finita sul pavimento e la rimisi dentro. Fra le altre cose c'era un costume da bagno di leopardo finto. Un lampo di genio mi disse che quello sarebbe stato il mio paraculetto punkissimo che avrebbe penzolatto dai miei bondages! Lo intascai e richiusi l'armadio e la porta della camera. Riportai la chiave in gurdaroba ed essendo quasi ora di smontare recuperai gli stracci e lo spruzzino e, siccome le donne l'avevano sgombrato, chiamai l'ascensore. Nel frattempo la mamma dell'altra famiglia sfollata li da noi, che era una donnona alta e massiccia, stava uscendo dalla sua camera. L'aspettai e scendemmo insieme. Era in vena di chiacchierare: - Lo so sai che sei un punk! Tu sei un bravo ragazzo ma a me i punks mi stanno antipatici perchè una notte, dal portone dove abitavamo, mi hanno rubato il passeggino dei bambini e me l'hanno scassato tutto. Ci facevano gli autoscontri. Mio marito li ha rincorsi ma non è riuscito a prenderli.... ma se li prendeva.....
Ettore è morto di roba e Arrigo non l'ho mai più visto dopo quella notte.