sabato 30 novembre 2024

 

Superstitions

E’ un inverno bianco di nebbia e di neve. In gennaio nasceva e moriva il duca bianco. Chi ha paura di David Bowie? Io! Ma davvero? Nonostante che egli abbia rappresentato una gran parte dell’humus culturale in cui affondano le tue radici? Ma quale humus e quale cultura, ma fammi il piacere. Eppure non sei tu che ti suoni e ti canti tutti i giorni Ziggy Stardust strapazzandoti le corde vocali che dovrebbero servirti a ben altro? Momento, Ziggy Stardust mi è piaciuta perché l’ho sentita fatta dai Bauhaus e a cantarla era Peter Murphy. Neanche sapevo che esistesse Bowie o come cazzo si pronuncia, ba..bo..boh. Le corde vocali, poi, me le strappo perché a un bel momento, anche se qua e la è un po’ più bronzeo, Bowie è comunque un tenorello, d’accordo, anche Murphy lo è ma il bronzo in lui è molto maggiore. Una cosa hanno in comune oltre il fatto che cantano la stessa canzone: sono stonati tutti e due. Sicuramente Bowie lo è in una sua cover più recente del brano in questione. Nell’inverno del 1983 io e P., la mia ragazza di allora, andammo al cinema a vedere Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Era un film toccante, con una fotografia grigia, cupa che dipingeva quel mondo triste, squallido e senza speranza che vivevano molti di noi nelle città di quel tempo. Il film era accompagnato in parte da canzoni di Bowie e lui stesso, oltre che ad essere elemento catartico delle malinconie dei giovani protagonisti, appariva in concerto in una scena importante. La musica del Duca con il lacerante feedback della chitarra elettrica di Heroes accompagnava i viaggi di Christiane ed i nostri verso un mondo migliore, lontano da quello di cemento buio, acido e deprimente. Io non conoscevo Bowie allora, e neanche i Bauhaus. Ascoltavo I Pistols e i Clash e i più rustici fra noi si nutrivano dei suoni di queste ed altre band più o meno di quell’orbita. Bowie era per i più raffinati fra noi, per gli intellettuali, per gli esteti, come pure i Bauhaus. Roba che per me sarebbe arrivata anni dopo. La sorella di Patrizia aveva un disco doppio del Duca Bianco, il live “Station to Station” e me lo aveva prestato, probabilmente dopo aver visto il film glielo avevo chiesto. Non mi era dispiaciuto, anche se suonava ancora “lontano”. In qualche modo, comunque, la sua musica aveva aperto una breccia nel muro che circondava il mio inconscio. Il film, poi, parlava di tossicodipendenza e P., prima di mettersi con me, stava col suo fidanzatino storico che era un tossico e l’aveva lasciata. Lei era ancora innamoratissima di lui, molto più di quanto lo fosse di me. Così tutti questi elementi si intrecciavano nel mio cervellino finchè, qualche settimana dopo essere andati al cinema, P. mi disse che mi avrebbe lasciato. Io ci rimasi molto male e nella mia fantasia addolorata tutti gli eventi di quel periodo parvero trasformarsi in fantasmi alati che mi vorticavano intorno, alleatisi per infliggermi quella grande sofferenza. Soprattutto, in quelle prime notti tormentate e insonni, quel feedback lacerante di chitarra elettrica che era l’anima incandescente di Heroes mi trafiggeva il petto gonfiandomi il cuore di una nostalgia devastante. E la cercavo come un tossico cerca la roba. Poi, molto più tardi, tutto passò ed io non volli più sentir parlare di lui. Da quel tempo di resurrezione, ogniqualvolta il suo nome, la sua immagine o la sua musica arrivavano alle mie orecchie io mi toccavo i coglioni contando fino a undici, ovunque fossi e qualsiasi cosa stessi facendo. Oggi sono in pace col Duca. Lo amo, anche se non lo adoro. Sicuramente ancora non lo conosco. Le immagini create da me osservatore e frapposte alla cosa osservata, tuttavia, sono state demolite anche se resta talvolta un moto istintivo della mano che cerca di raggiungere i testicoli e mi fa sorridere. Sono in pace con Christiane, con David, con P. e il suo ex ragazzo, ora.

 

Images

Oggi è la ricorrenza della morte di John Lennon. Sono abbastanza convinto che Imagine sia la più bella canzone che abbia mai cullato la nostalgia, lo stato d’animo che agogna a qualcosa di lontano, un’utopia che a noi gente d’oggi non sarà concesso di vedere ma soltanto, appunto, immaginare. Fatta questa debita premessa e tralasciando quel che resta della monumentale storia artistica di John, voglio inoltrarmi nell’analisi di un paio di reazioni istintive che mi suscitano la vista di lui. Principalmente la sua faccia in filmati e fotografie mi muove una subitanea antipatia e mi domando dunque da dove provenga questa avversione assolutamente spontanea. E’ facile rispondere. La sua fisionomia appartiene (non uso il passato poiché la sua presenza nel mondo è assai più viva di quella di tanti esseri considerati viventi) appartiene ad un gruppo fisiognomico umano circoscritto nel mio schedario mnemonico, schedario paradossalmente de- materializzato e decantato in puri istinti. Chissà quale bambino, non della mia strada in quanto nessuno dei miei compagnucci abituali somigliava a lui, mi fece allora quel qualche dispetto per il quale quel viso, da li in poi, mi avrebbe generato alla sua vista quel vago malessere. Questa fantasia venne in seguito supportata da una nuova conoscenza postadolescenziale per la quale nutrii una nuova repulsione essendo costui il fidanzato che in ordine di tempo mi precedette nelle grazie di una fanciulla della quale ero particolarmente infatuato. Per la cronaca il tizio riusciva antipatico anche a lei, come ebbe occasione di confessarmi più volte. Ma come se non bastasse, tutta questa fantasia venne in seguito corroborata da una più concreta esperienza data dall’ascolto della registrazione di una lunga sessione di prove poi, per convenienza di molti, pubblicata. La band ripete fino alla nausea l’inizio di Stepping out. Come un mantra ruvido le parole Woke up this morning - blues around my head, ti circolano senza sosta nella testa. Non gli piace, si ferma, riparte, non gli piace, si ferma, ricomincia, intanto la impara, si ferma, riparte. Così per un’ora. Io sono un batterista. Se avessi avuto a che fare con un leader così legato a quei meccanismi pappagalleschi dovuti a chissà quali vizi o insicurezze, ma principalmente a quel meccanismo assicurato che tutti, comunque, sono li a tua totale disposizione, l’avrei mandato a quel paese. La dittatura sembrava uscirgli da tutti i pori. A John Lennon! Krishnamurti ci insegna a rilevare le immagini create dall’osservatore e proiettate sull’oggetto osservato. Cerca di dissuaderci con tenacia dal perseverare in questa abitudine distruttiva che sta alla base dell’incapacità umana di elevarsi dal fango della sua miseria e di sbocciare in quel meraviglioso fiore di loto che da quel fango dovrebbe trarre vivanda. Appurato dunque che la mia principale antipatia nei suoi confronti era mossa dall’immagine arcaica del bambino dispettoso e da quella del fidanzatino arrogante che mi precedeva nella lista degli amori della mia ragazza, non resta che demolire le immagini in questione. Il solo averne portato a galla l’origine dovrebbe averne già minato la consistenza. Epurate le immagini resta però la testimonianza sonora, e quella, nel limite sacrosanto della verità artificiale di una registrazione magnetica. Fatto! Anche questa si è praticamente auto smantellata soltanto ad evocarne la falsità. Nella registrazione di una voce, la verità corporea umana è ridotta al lumicino. Come dire: - Quello nella fotografia sono io? - tanto per concederci un termine di paragone. E chi di noi in gioventù non si è fatto una scorpacciata di risate ascoltando la propria voce registrata. Fra quelle risate persisteva nebulosa la fatidica domanda: - Ma quella voce è la mia? -. E questo paragone torna ulteriormente utile alla demolizione dell’immagine che si pone fra osservatore e cosa osservata. Quello nelle foto, indiscutibilmente, non è lui. Meditate gente, fate il vuoto e godetevelo, non fate il mio stesso errore.

 

Tripoli e la fontana d'agosto


Era agosto e faceva un caldo pazzesco e alle due in giro a Defe non c'era nessuno. Quel giorno non lavoravo. Avevo dormito fino a mezzogiorno. I miei erano andati in campagna e io ero rimasto a casa da solo a farmi i cazzi miei. Libertà totale! Appena sveglio mi ero sparato una caffettiera intera di caffè mentre mi sentivo Never mind the bollocks dei Pistols sparato a manetta dal mio stereo compatto comprato da poco in via Prè, dove quella roba te la tiravano dietro. Avevo solo quattro dischi allora: quello dei Sex Pistols, The crack dei Ruts, Machine Gun Etiquette dei Damned, The scream di Siouxsie e Capitol City dei Simple Minds, che era più da new waver, e poi in omaggio con Frigidaire avevo avuto il 45 Rosa Shoking dei Dirty Action, che erano gente di Defe, Roby, Ugo, Welcome, Bruzzo, Johnny e Matteo. Scendo a piedi e dal negozietto che c'è in cima alla crosa mi compro la focaccia e un succo di frutta alla pera (quello della focaccia coi succhi di frutta alla pera era un amore antico. Provate) che mi faccio fuori scendendo verso il porto: mangiando non corro come al solito per farmi rizzare il pelo dal precipitarmi di corsa a più non posso giù dalla discesa. Quando scendo dall'autobus il mondo è veramente deserto. L'unico movimento che c'è in piazza è quello della fontana che spruzza l'acqua verso l'alto. Passano poche macchine e qualche autobus. Qualche piccione viene a bere. Sul bordo di marmo della vasca si sta abbastanza freschi. Una volta ci avevo visto seduta una punk tedesca che si rinfrescava delle piaghe nelle gambe, era ridotta veramente male e faceva proprio schifo. Mi son sempre chiesto che cazzo ci poteva avere. Qualche malattia. Comunque li si stava bene, tanto che dopo un po' mi sdraio. E chi sta meglio di me oggi? Guardo le nuvole bianche che passano lentissime nel cielo azzurro nel cerchio formato dai tetti dei palazzi. Non mi accorgo neanche che è arrivato Tripoli. E' li seduto vicino a me e quando me ne accorgo mi fa ciao con la mano. Non parliamo. Tripoli è molto più vecchio di me, avrà almeno venticinque anni. Non è una merda come gli altri vecchi tipo Yuri o Bassetti che non ti cagano neanche di striscio se non per riderti dietro. Tripoli è simpatico. E' fuori lui. Dicono che una volta stava passando la frontiera da qualche parte che era andato all'estero e tornava con dei trip e per non farsi beccare alla dogana che controllavano, li aveva ingoiati tutti insieme e da allora si era un po' rintronato. Comunque lui era buono e simpatico. A un certo punto mi dice: -Vieni con me che andiamo a comprare una cosa. Io lo seguo felice che succeda qualcosa. Andiamo nei vicoli dove ci sono alcuni negozzietti aperti. In uno di questi che vende di tutto entriamo e ci godiamo l'ombra e il fresco dei muri vecchi, spessi e ammuffiti dei palazzoni del centro storico mentre lui sceglie una pattumiera di plastica abbastanza grossa, verde e arancione, con il pedale per aprire il coperchio. Da una tasca tira fuori i soldi che quello del negozio gli chiede e poi torniamo verso Defe. Da un'altra tasca, mentre camminiamo, tira fuori un pezzo di spago e mi fa cenno di autarlo. Incastra lo spago nella pattumiera in modo da renderla uno specie di zaino che poi si mette a tracolla alla rovescia, sulla pancia per capirci, anzichè sulla schiena. Gli domando a cosa serve ma lui non risponde e si limita a ridacchiare sotto i baffi che non ha mentre si avvia verso via XX con me appresso. Tripoli da ragazzino lavorava alla Job, la fabbrica di Nervi che fabbricava le cartine per farsi le canne, infatti si divertiva a dire ogni tanto che senza di lui la gente avrebbe potuto farsi soltanto degli svuotini. Quando arriviamo sotto i portici dal lato del cinema Olimpia, Tripoli comincia a fermare la gente rara. Si pianta davanti a chi passa costringendolo a fermarsi e a prestare attenzione alla pattumiera che con una mano fa aprire come una bocca affamata. Dice a chi ha fermato che siamo orfani e siccome siamo abbandonati a noi stessi deve provvedere a suo fratello piccolo, che sarei io, e darmi da mangiare. Appena ho capito il meccanismo sto subito al gioco e mi metto a recitare la parte del piccolo orfanello. Il costume mi sta a pennello: ho i calzoni di lana scozzese stretti che effettivamente tengono un caldo pazzesco d'estate, gli scarponi marroni da lavoro fregati a mio padre, l'impermeabile piccolo e bisunto che mi fa da giacchetta, ereditato dal signor Secco (che è un vecchietto sfrattato del comune, temporaneamente alloggiato nell'albergo dove lavoro), un lucchetto un po' sfigato al collo, ad imitazione di Sid Vicious, che penzola sul petto nudo e un'espressione da cucciolo ferocissimo. Quasi nessuno dice di no e in capo a mezz'ora siamo pieni di soldi. Credo che abbiamo tirato su almeno cinquantamila lire. A quel punto Tripoli decide che ne ha abbastanza, si passa la pattumiera dalla pancia sulla schiena e chiude il negozio. Ce ne andiamo all'olimpia e investiamo quasi tutto il patrimonio in tramezzini, panini e birre che infiliamo nella pattumiera. Andiamo a sederci sulla fontana e iniziamo il banchetto. La pattumiera ora ci fa da tavolino da picnic e da dispensa. In fondo la colletta è servita veramente a sfamarci. Dopo un po' siamo satolli e ruttiamo rutti di birra tonno e maionese, lui si carica la pattumiera sulla schiena e siccome ci sono ancora dei soldi andiamo a prenderci il caffè al Giavotto come i poeti e i punk fighetti. Poi Tripoli, si capisce, ha un'altra idea. C'ha ancora tre o quattromila lire. Parte verso i vicoli e io dietro. Torniamo nel negozietto di prima e compriamo un fustino di detersivo e torniamo in piazza. Ci risediamo sul bordo, lui si guarda intorno e a un certo punto toglie il tappo dal fustino e rovescia tutto il detersivo nella fontana e con mio sommo disappunto ci butta dietro anche il fustino che io mi ero già immaginato un bel tamburo per richiamare la gente allo spettacolo. Ce ne andiamo svelti ma facendo finta di niente. Facciamo un giretto in via XX e ritorniamo in piazza a vedere il risultato del misfatto. E' meraviglioso. La schiuma è già alta un metro e copre tutta la fontana e trabocca dal bordo e ogni tanto con un po' di vento si staccano dei pezzi che volano lontano e si formano anche delle bolle gigantesche e colorate che non ne vogliono sapere di scoppiare. C'è già un sacco di gente ferma a guardare lo spettacolo. Un cane insegue i pezzettoni di schiuma e i piccioni scappano dalle bolle. Arriva la madama. Si fermano a guardare anche loro e ridono insieme alla gente che ormai è un mucchio. Noi ruttiamo birra tonno e lattuga.

mercoledì 27 marzo 2024

666

 

666



Errare, da una fede all’altra

Eredi d’un futuro che non ci appartiene

Burattini nelle mani oziose del demonio

E’ forse tempo di spegnere l’ultima sigaretta


Amore e razzi: The dog-end of a day gone by. Bel lavoretto quello di suonare contemporaneamente il Monologue e il tamburello mentre sto cantando. Mi sembro una scimmia ammaestrata o uno di quei giocolieri da semaforo con tre arance in mano che ti mettono in imbarazzo agli incroci. Andreino Cancello una volta si era rotto un gomito. Aveva conosciuto in teatro una ragazza speciale, Alessia che era una mima, una ballerina e un’acrobata, e si era lasciato contaminare dalle sue doti sovra fisiche. Così, oltre a far turbinare nell’aria arance e quant’altro, si era lanciato nell’arte della deambulazione sui trampoli ed era caduto. E niente, tutto ciò per dire che alle volte, noi musicisti, sembriamo delle foche ammaestrate. Love and Rockets sono la deriva psichedelica dei Tones on Tail che furono già l’evoluzione surrealista dei Bauhaus senza Murphy. I Bauhaus senza Murphy non sarebbero stati nulla. Probabilmente non avrebbero mai avuto quel successo enorme quanto circoscritto che ebbero grazie alla voce incredibile di Peter. Oggi amo molto i Love and Rockets, non ascolto i Tones on Tail e non ascolto più i Bauhaus anche se me li canto e me li suono. Evidentemente il mio animo si è fatto un po’ meno acido e un po’ più hippie. Quando approdai a Defe da gagno, mi guardavo intorno e vedevo della gente strana assai. Io scendevo in piazza con Ninni, il mio mentore di allora. Avevo un orologio al quarzo. E nel salotto di casa sua, sprofondati nelle poltrone verdi che più tardi avrei ereditato, aspettavamo che finisse di registrarsi la cassetta compilation sulla quale mi stava mettendo le hit dei suoi quattro dischi. Fu un momento folgorante. Indimenticabile. Quando la piastra fece sklack il mio orologio segnava le 19 e 11. Obsessed dei 999 aveva finito di galoppare nel salotto mentre Franco, il patrigno di Ninni, riponeva una bottiglia di Martini nel mobile bar. Ci aveva preparato un Negroni. Il primo. Bello carico. Che figata. Alle 19 e 11 di un giorno imprecisato del 1980 ero diventato punk bevendo il mio primo cocktail. Armato di una cassetta C60 che sembrava strombazzare e vibrare in fondo alla tasca del vecchio impermeabile bisunto del signor Secco, di cui ero stato fatto omaggio due giorni prima, arrivo in piazza e la prima cosa che vedo è l’Enrica appoggiata ad una delle colonne dell’accademia che chiacchiera con la Maria Grazia. La Grazia è una figa pazzesca e l’Enrica è una guerriera. Hanno tutt’e due gli occhi verdi e chiacchierano e fumano beatamente. Per rompere il ghiaccio scrocco una sigaretta. Belin, ‘ste due sono donne, non sono ragazzine, e la sanno lunga. Mi sento disarmato, nudo, nei miei sedici anni ma il lucchetto che penzola dalla catena che ho al collo, l’impermeabile verdognolo del vecchio, gli scarponi della ferrovia di mio padre ai piedi ma, soprattutto, la cassetta roboante che ho in tasca sono il passaporto per l’isola del dottor Moreau. Quante bestie bislacche che vidi da allora in poi. In mezzo ai punks più vecchi e più giovani c’erano degli altri personaggi ancor più bizzarri. Era gente che Ninni non poteva definire bene se non con una parola: New Wavers. Era gente intellettuale (parola incomprensibile ma che definiva bene quella specie). Erano gli amanti di Siouxsie and the Banshees, dei Bauhaus, dei Simple Minds e quant’altro. Erano molto decisi e molto preparati nella loro materia. Vedo ancora, come se fosse adesso, Steve (non quello dei Kopfkrank, quello più giovane, del ponente) che si allontana e attraversa la strada per andare a prendere l’autobus dai portici dell’Accademia. Ha un paio di calzoni neri molto aderenti, le scarpe da tennis, nere anche quelle, e sopra una specie di barracuda beige con stampato sulla schiena un grosso pipistrello nero. Che sia un seguace di Batman? mi domando. Allora la parola dark non circolava, almeno nel mio immaginario. Sarebbe venuta fuori qualche anno appresso e qualche anno appresso, più maturo, più intellettuale, il mio animo s’era aperto completamente alla mestizia. Veniva tutto dalla letteratura. Bram Stocker, Oscar Wilde e via così. Mi sentivo vampiro, mi figuravo un dandy, timbravo il cartellino nell’impresa di pulizie e, trasformandomi al calar delle tenebre esattamente come il Conte Dracula, me ne andavo a zonzo per la città avvolto in un pastrano da donna usato e nero (che donna doveva essere, era immenso quel paltò) l’impermeabile del veglio gettato in un cassonetto, riposto il lucchetto, girata la cassetta. Suonava altra musica in tasca, ora. Così partiamo per Barcellona, io Manuel e la Monica. Manuel ha avuto in prestito da suo padre una Simca 1000 che doveva essere appartenuta a Phantomas quando girava in incognito. Era tutta bardata Carpigiani Macchine per Gelato e con questa fastosa berlina inforchiamo l’autostrada una bella sera di agosto, diretti nel Far West. Un rockabilly, una skinhead e un dark. Un cono a tre gusti sul carretto dei gelati. Io sono il cioccolato. Manuel e Monica stanno insieme. Lui è l’unico ad avere la patente. Io non guido neanche il Ciao però ho una bici da corsa che mi sono comprato con il mio primo stipendio serio. Mi è costata 350 mila lire, usata, una Guazzini di Busalla, grigia, col cambio Campagnolo. Ho iniziato a lavorare a maggio, due mesi dopo il congedo dalla naia. In realtà ero tornato a fare un po’ di servizio nell’albergo di prima, dato che era necessario a livello burocratico per fare un passaggio diretto con l’impresa che mi avrebbe assunto. Il 5 maggio, data altisonante, che dà il la a quella poesia di merda che ci hanno inflitto alle elementari e che getta una luce sinistra su tutta la poetica italiana dell’Ottocento, mio padre sarebbe andato in pensione ed io gli sarei succeduto. Detto fatto. Ad agosto avevo già accumulato un po’ di giorni di ferie che unite a due di riposo e a un permesso facevano più di una settimana. Finalmente si fa una vacanza degna di questo nome. Roba mai vista. E per di più con un bel po’ di soldi in tasca. Potrà sembrare strano che quelle quattro manciate di palanche paressero una specie di Perù ma bisogna considerare che si era abituati a delle ristrettezze economiche che manco un curato di campagna. Inoltre un anno di naia con lo stipendio di 2400 lire al giorno, in quanto caporal maggiore se no erano solo 2000, aveva accentuato la mia già endemica frugalità. E così, dotato di qualche soldo e di molta fantasia, eccomi correre sull’autostrada. Mi colpisce la suggestiva vista delle vele di Villeneuve Lubet al tramonto. Cosa potrebbe esserci di più esotico? Poco più di 100 km e siamo già in Amazzonia. A Nizza ero già stato, ma non l’avevo oltrepassata. Allora avevamo fatto una macchinata con Marco, Alfredo, Bob e Roberto. Ci eravamo imbarcati sulla 128 Sport di Marco alla volta della capitale della Costa Azzurra perché la c’era un negozio che vendeva le Creepers. Io avrei voluto comprarle e mi ero fatto dare un po’ di soldi da mia madre che insieme a quelli che avevo in tasca avrebbero potuto essere abbastanza. Ma non fu così. Costavano troppo. Roberto invece li aveva i soldi. Il problema era che non c’era il suo numero di piede. Che fare? Aspettare un’altra occasione che chissà quando sarebbe arrivata o prendere quel meraviglioso paio di blue suede shoes due numeri più grandi? Roberto girò per anni con quelle zeppe ai piedi imbottite di cotone sulle punte. Ma l’asfalto si srotola e ad un certo punto, all’alba del nuovo giorno, un immenso toro di cartone si staglia sulle colline davanti a noi. Siamo in Perù, o sul monte di Machu Picchu. Da qui in la c’è l’Africa coi mulini a vento e Don Chisciotte con gli anfibi e la cresta. E poi Barcellona. A Barcellona Pozzo di Gotto ho fatto un concerto nel 2000 ma questa è Barcellona quella vera, la capitale della Spagna, la capitale dell’Europa, il capoluogo del mondo intero. La città più a sud che esista e che se ne sbatte del sud e del nord e come un’ostrica rinchiude la sua perla magnifica: il 666! Smetto di scrivere che devo andare al funerale di mio zio. Ok, adesso mio zio è sotto terra, il suo corpo spento definitivamente. Lui chissà dov’è? Magari si è reincarnato in questa mosca che mi sta ronzando intorno, l’ultima sopravvissuta a questo, come avevo pronosticato, buon autunno. Ora la schiaccio così si può reincarnare in qualcos’altro di meno fastidioso. No, non vale. Cicalina ha detto che una volta che ci si reincarna in un essere umano non si può più tornare indietro. Resti umano e son tutti cazzi tuoi, un’altra volta. Resti umano. Saliamo in taxi eccitati. La macchina dei gelati l’abbiamo lasciata parcheggiata in un vicolo vicino alla stamberga in cui alloggiamo. Chi se la prende? I taxi qui costan poco e poi sono neri e ciò è di buon auspicio. Caje de Llull, dico all’autista in quanto interprete del gruppo data la frequentazione iberica dell’albergo. Lui risponde 666 con una esse finale per ogni sei. Siamo a cavallo! Tutto fila dritto. L’auto lascia il barrio gotico e si infila nelle vie caotiche che a poco a poco diventano periferia urbana, grigia e desolata come a Milano o a Torino. Venti minuti dopo l’autista ci scarica davanti al tempio assoluto del dark europeo. La facciata è quella d’una grande officina elegante incastonata fra altri palazzi. Tre piani di vetrate oscure dietro le quali ti figuri assiepati greggi di zombie e di vampiri che ti aspettano. I taxi neri scaricano senza sosta equipaggi di giovanotti vestiti di nero calzanti creepers, boots, stivaletti coi tacchi a spillo, anche per qualche maschio alla maniera di Lux Interior, fanciulle con testoni di capelli cotonati come Siousie Sioux, mezzi dandies dai favoriti appuntiti alla Peter Murphy, o con vistose mesches bianche (su un solo lato) alla Dave Vanian o alla Morticia Addams. Quelle che senti vociare sul marciapiedi, di fronte al vasto ingresso in stile cinema, sono tutte le lingue del vecchio continente accompagnate da un lieve clangore sinistro di catene, anelli, borchie e badges ispirate a questa e a quello, e quella che si sente strabordare da dentro è indiscutibilmente Seven Hail Marys dei Flash for Lulù. Aria di casa. Non c’è biglietto, solo consumazione obbligatoria con timbro da mostrare all’uscita. Dentro è buio pesto. A poco a poco gli occhi si abituano e cominciano a scorgere il bar protetto da una elaborata inferriata che ricorda le ringhiere intorno alle tombe. C’è una pista da ballo ma è difficile distinguerla se non dal movimento dei bondages di metallo che oscillano e lampeggiano appesi ai ballerini. Poi, qua e la, si palesano fuoruscenti dal pavimento alcune lapidi sbrecciate illuminate da un lieve lucore fluorescente lilla o rosa. Bisogna stare attenti a non inciamparci dentro. Dopo un po’ gli occhi si sono abituati al buio e cominciano a scorgere gli avventori. Sono tutti vestiti di nero, la situazione ricorda un po’ la scena della cripta parigina del romanzo della Rice, il Teatro dei Vampiri, dipinto nella singolare intervista. Fra le ombre scorgo vicino a me tre ragazze: una è altissima coi capelli neri cotonati alla Robert Smith, si muove male, impacciata dalla sua statura. Un’altra è alta un metro ed è praticamente immobile, come imbambolata, la terza è un po’ rotondetta ed ha, per quel che se ne vede, un viso molto grazioso, il resto degli avventori sono solo ectoplasmi indistinti. Ballo un po’ e poi vado a prendermi da bere, la solita media chiara. Con Manuel e Monica decidiamo di andare alla scoperta del locale. Di fianco al “cimitero” si innalza un’ampia scala che conduce verso l’ignoto, coi bicchieri in mano ci inerpichiamo stando attenti a non incespicare. Mentre saliamo il suono pesante della balera comincia a trasformarsi. Archi e cembalo emergono dal basso e dalla batteria di India e la voce ruvida di Richard Butler, la più bella di tutte, si fonde ad un oboe lasciandogli pieno campo una volta giunti al piano superiore. Una grande sala si apre alla vista. Al centro c’è una consolle da DJ in cui un tizio segaligno e barbuto dai capelli lunghi e l’aria mesta mescola musiche colte diffuse ad un volume più intimo. Qui la luce è un po’ più intensa che di sotto e proviene da delle lampade poste sui tavolini di una serie di separé disposti a cerchio lungo le pareti dell’edificio. C’è poca gente, per lo più coppiette di tristanzuoli che sorseggiano silenziosi il loro drink a momenti sospirando, a momenti guardandosi negli occhi colti da chissà quale tenebroso rapimento estatico. Quel che bevono quei due li è chiaramente assenzio i cui riflessi verdi, scaturenti dai bicchieri di cristallo, perforano il giallo opaco diffuso dalle candele finte. Noi tre che ormai facciamo da un po’ di tempo coppia fissa, ci avviciniamo ad uno dei boudoir mignon che con nostra sorpresa si rivela essere una sorta di divano di pelle che circonda ciò che a prima vista, nella luminaria crepuscolare della sala, sembrava essere un tavolino rettangolare oblungo. Sono casse da morto. Su ognuna di esse, presso la croce, è posato un lume da loculo. I miei due compari sono colpiti dalla scenografia ma soprattutto ne sono divertiti. Io, invece, provo una sorta di commozione gioiosa nel veder realizzate le scene adatte ad ospitare il microdramma della mia fantasia che da un po’ di tempo coltivo. La mia fantasia che si è fatta fosca e malinconica e vorrebbe vivere a tutti i costi, estratta dall’arcobaleno che maschera il grigiore quotidiano, una tragediuola continua e senza giorno. Notturna, perenne, vorrebbe essere la mia esistenza, stanca di quel diurno piatto e intonacato come un affresco medievale privo di prospettiva. Meglio cadavere che vivo così. Noi tre era il titolo di un film di Pupi Avati, che di oscuro se ne intendeva, e raccontava la storia di un Mozart appena adolescente che viene in Italia accompagnato da suo padre per studiare contrappunto a Bologna presso Padre Martini. Sono ospiti d’una famiglia nobilissima il cui capostipite, a tavola, prima di assaggiare qualsiasi cibo, ingoia un cucchiaino di terra dei suoi possedimenti e spiega agli ospiti che lo fa per prepararsi a ciò che tutti diventiamo, un po’ come se noi, strumento musicale, ci si accordasse alla grandiosa decomposizione universale. Questa scena enigmaticamente barocca mi si confonde spesso in testa con quella iniziale de’ “I Vicerè”, il romanzo di De Roberto in cui, nella sala immensa troneggia il catafalco immane della Principessa Uzeda intorno al quale sono raccolti gli eredi rosi dalle ambasce ereditarie. Cosa c’è di più gotico? Il tempo perde il suo abito e non si riconosce più. Tutti vivono disperatamente nel passato scorgendo spaventosamente nel futuro solo vermi, ombre e gelo. Nel presente regna il dolore, l’incertezza, l’insoddisfazione in un amplesso di sofferenze inenarrabile. Indossiamo dunque parrucche, pizzi, nastri e danziamo, colla terra in bocca e lo jabot al collo fino, all’ottundimento.. Mi alzo e raggiungo il mesto. Ho una richiesta musicale da fargli. Toccata e fuga di Johann Sebastian Bach. Non conosco altro, per ora, del passato musicale profondo ma partecipo come posso al teatrino. Berrò anche un bicchierino di assenzio, dopo.

Salgo una seconda scala che dal salone mortuario si inerpica alla video cave. Non è veramente una grotta ma è sicuramente una sala da proiezioni. Qui l’ambiente si fa più sobrio. È un grande parallelepipedo rettangolare le cui pareti sono bianche. Il lato lungo è attraversato per tre quarti della sua lunghezza da una pedana anch’essa bianca di circa un metro di larghezza ed un metro d’altezza. Mi domando se facciano sfilate di moda gotica, li sopra. Lungo la pedana sono allineate due file di sedie pieghevoli e dove essa termina si erge uno schermo da proiezione da quattro metri di larghezza per tre di altezza. Ci sono solo due o tre persone, anche qui c’è un bar. Prendo un’altra birra che va a diluire l’assenzio come il cinema diluisce il teatro. Questa nuova sala mi ricorda lo Psycho Club di Genova. Ha lo stesso colore bianco sporco che ha la mente illuminata da un apparente chiarore intellettuale. Qui le ragnatele attecchiscono solo nei film proiettati sullo schermo. Peter Murphy illustra She’s in parties, il suo alito si condensa nel gelo e le ombre grigie paiono filtrare dallo schermo all’aria della sala come il fumo di un qualche cinema catalano dei tempi di Franco. Quella luce si spegne subito. Anch’io, come quasi tutti, necessito di vita, di movimento, guai a fermarsi, soprattutto a vent’anni. Fuggo dal voyeurismo della video cave e mi precipito per le scale. Al piano di sotto Manuel e Monica sono ancora stravaccati sulla bara e si stanno baciando dimentichi di quel mondo bizzarro che non gli appartiene. Osservandoli fluttuo per un momento su un trio di Schubert e mi rituffo nel buio e nel suono poderoso del cimitero sottostante. Sembra che una vecchia, gigantesca, locomotiva stia risalendo le scale sbuffando vapore, e stridendo ferro. Si sente anche il fischio della vecchia sirena che strazia l’aria penetrando con la forza d’un geyser il fragile trio del povero Franz scartabellandogli le centinaia di fogli di musica sul pianoforte. Dietro alla locomotiva è incatenata una possente chitarra elettrica che, come il motore di mille vetuste Royal Enfield sferraglianti, sprizza scintille dalle rotaie che caparbie stuprano la giungla. Di sotto è il caos, la rivoluzione. Quelle anime perdute si ravvivano, proprio come un vampiro ebbro appena abbeveratosi. Saltano come canguri neri. Nella scarsa visibilità si urtano in una sorta di danza tribale a paragone della quale il pogo è soltanto un minuetto o al più una pavanella. Ma cos’è questa musica? Io non l’ho mai sentita, anche se la voce del cantante mi sembra di conoscerla. È una voce poco robusta, un po’ soffiata che galleggia come una nebbia sui suoni potenti degli altri strumenti. E poi, a un certo punto, il delirio. Al momento del ritornello la folla dei canguri si unisce in coro urlando “Uh uh…” insieme al cantante come in quel pezzo degli Stones, ma non sono certo loro, ovvio. Mi rammenta l’urlo di Pandorino, cazzo! E’ il Kundalini Express. Attraversa la foresta dove sono acquattate le tigri, si arrampica su immensi ponti di legno e di ferro, sbuffa fumo nero contro la luna immensa e tutti gli animali lo seguono ballando scatenati, gorilla, elefanti, zebre, serpenti, balene, pipistrelli, gatti, coccinelle…. Ma sono tutti neri come i canguri: - All aboard the express Kundalini… Closer to Nirvana!!! Una forza irresistibile mi afferra e mi trascina nel bel mezzo del cimitero in mezzo allo zoo scatenato. Salto e ululo con tutti gli animali, animale anch’io. Saette distanti di luci stroboscopiche stagliano sagome di alberi morti e steli sepolcrali lungo l’orrido campo e come un lampo mi sovviene di una notte in un cimitero della Val Polcevera. Siamo saliti sulla collina attratti forse dalle orbite di villa Serra di Comago, quanto di più gotico in fatto di magioni Genovesi. Tesoro abbandonato in cui io e Manuel amiamo intrufolarci la notte non visti. Sulle alture c’è un piccolo camposanto derelitto al quale ci conduce Loredana, l’ex ragazza di Manuel che è una tipa tosta, molto oscura, che viaggia su una due cavalli nera e bordeaux che è quanto di più dark si possa immaginare oggi per equipaggio. Sono in piedi sulla lastra tombale di chissà chi defunto chissà quando e ballo quello che nella mia testa risuona come “Kick in the eye”, gli stivaletti lunghi ed appuntiti e il pastrano svolazzante. Sembra la stessa situazione di allora ma qui è tutto artificiale. A pensarci bene è rischioso per il proprio equilibrio mentale mescolare troppo la fantasia con la realtà. Qui è un gioco consentito, la un anomalia. Quanti di questi diavoli a quattro vorrebbe che si materializzasse un vero demonio? Fin dove osiamo spingerci con la fantasia dentro la realtà, quella realtà quotidiana e becera che ci tiene avvinti in cattività? Manuel raccontava qualche tempo fa che aveva avuto una storia con Skeletor. Skeletor era una ragazza dark della riviera che ogni tanto spuntava allo Pshyco in compagnia di altri suoi simili, specie di vampiri di seconda generazione che in un certo senso noi di Defe o della Vittoria avevamo ghettizzato. Erano ragazzi più giovani cresciuti principalmente sulla scia dei Cure o dei Depeche Mode e venivano dalle valli dietro la città. Noi li snobbavamo ma in seguito ne fui molto attratto poiché in me stava maturando il cambiamento, in quanto agiva già quella transizione che conduceva dall’arrabbiato al nostalgico. Per me fu un contrappasso. Subivo adesso quella discriminazione che la mia gente aveva imposto loro come una personale espiazione. Poco male. Mi restava la soddisfazione di averne preso le difese in più di un’occasione e la soddisfazione di appagare il mio eclettismo tenendo i piedi un po’ ovunque. Skeletor era una ragazza dark della riviera, alta, magrissima con un grande naso e delle grandi tette incantevoli che ebbi in seguito il privilegio di poter soppesare. Era in effetti alquanto inquietante. Era bella, più di quanto potevamo vedere. Ed aveva un che di rapace nello sguardo fosco e sfuggevole. Ed era anche immischiata nell’occulto. Quando capitava, raramente, di parlare di lei, Manuel dava una scrollata di spalle, emetteva un mugugno acuto e poi si lanciava nel racconto di quando a casa sua, della tipa, in riviera, aveva visto coi suoi occhi (Manuel era il prototipo dell’uomo pragmatico) tutte le posate del cassetto della cucina uscire ad un suo ordine e mettersi a ballare sul tavolo. A quel punto tutti i maschi del simposio si toccavano puntualmente i coglioni. Da quel giorno Manuel no ha più visto Skeletor. Skeletor era una ragazza dark della riviera e il cancro se l’è portata via. Chissà dove, chissà in chi.

Ma riecco le tre spagnole. La lunga e la rotondetta saltano come demonie, l’altra è apatica quanto prima e le locomotive e le chitarre roboanti non servono a scuoterla d’una virgola. A un certo punto quella alta prende lo slancio e mi urla qualcosa nell’orecchio. Riconosco la cantilena iberica, uguale a quella di tanti suoi connazionali passati per l’albergo. Allora avevo dimestichezza con quella lingua. Aveva messo radici nella mia testa e bene o male riuscivo ad interagire con quella gente, magari aggiungendo, con nostrana fantasia, qua e la, una esse finale al mio italiano. Capisco più o meno che Lunga ha assunto i panni del paraninfo e avendo bevuto un po’ si fa portavoce dell’interesse che ho suscitato in Tonda. In men che non si dica mi ritrovo a pomiciare su un divanetto trovato a tentoni nel buio oltre le lapidi. Qui ci si potrebbe anche accoppiare completamente patani senza punto arrossire. Nessuno ti vede. Al più t’inciampano dentro rischiando di cadere in mezzo e approfittarne alla cieca. La serata passa in fretta. Veniamo interrotti a un bel momento da Lunga che dice a Silvia, questo il nome di Tonda, che qui si sono annoiate e vogliono andare in centro in un altro posto che Silvia mi spiega essere una discoteca fighissima. Saranno già le tre, e come si sarebbe annunciato su uno spalto medievale, tutto va bene, anzi, benissimo. In cosa avrei potuto sperare di meglio? Sono d’accordo, andiamo anche noi. Il tempo di avvisare Manuel e Monica che io così e cosà e rientro per i cazzi miei. Salgo di sopra ai salotti di commiato ad accomiatarmi e loro sono sempre li, mummificati sulla cassa del morto a bere rum e a sbaciucchiarsi. Gli spiego in due parole e parto. Le ragazze sono già sul marciapiede e mi accorgo che tanti vampiri stanno ormai abbandonando il teatro degli orrori. Andranno anche loro da qualche altra parte, qualche posto incredibile che questa città magica riserva loro per terminar la notte. Oppure hanno soltanto timore dell’alba. Ma è ancora presto e a me, comunque, la situazione arride. Ci incamminiamo. Chiedo se dobbiamo chiamare un taxi ma loro parlano di metro che è li a due passi e va tutta la notte. Stiamo per allontanarci dall’ingresso quando sento delle urla strazianti. Li a pochi metri c’è un vampiro molto giovane, coricato a pancia in giù sull’asfalto della strada che impreca alla luna in una lingua inintelligibile, olandese o finlandese o chissà che. Fra un santo e una madonna puntualizza la bestemmia urlata fra le lacrime con una solenne craniata sul bordo del marciapiede. Superata la sorpresa mi slancio a soccorrerlo da se stesso prima che faccia dei danni seri e, mezzo in castigliano maccheronico, mezzo in inglese e il resto in genovese riesco a convincerlo a desistere. Gli sfilo con pazienza, reso audace e leggero dai cicchetti consumati, la corona d’aglio che qualcuno gli ha messo al collo e con cautela il paletto dal cuore mentre intorno si raccoglie una piccola platea di spettatori. Il fatto di aver, unico fra tutti, soccorso il meschino fa si che le mie quotazioni nel trio salgano alle stelle e in un vortice corale di lusinghe sono portato quasi in trionfo dalle mie ancelle all’imbocco della stazione della metro. Ma il fattore di maggior rilievo scatenato dal mio gesto eroico è la partecipazione alle manifestazioni di giubilo di Apatica alla quale né i canguri né le locomotive avevano finora sortito alcun effetto. Tenacemente incollati ci strofiniamo appoggiati alla parete della fermata della metro. Poco più in la Lunga e Apatica, su un sedile, discorrono ancora sul disagio del vampiro di cui sopra. Il marciapiede della stazione illuminata da un’intima quanto sgradevole luce giallastra è punteggiato qua e la dalle sagome sinistre dei succiacapre che hanno abbandonato il teatro e non dispongono di mezzi propri per far ritorno ai loro sepolcri o per raggiungere altri templi notturni. Fra un bacio, un mordicchio, un sospiro e uno sguardo Silvia mi rivela in un sussurro d’essere nella vita diurna macellaia ed io me l’immagino sorridente e serena sacrificare su un immenso tagliere un’ecatombe di tori da corrida armata d’affilati coltellacci. Ella stessa immaginerà, forse, nel mentre disossa muscoli e cicce, d’essere una conquistadora spagnola sulla cima d’una piramide azteca. Beve da un teschio portole da Lunga e Apatica sue vestali, patane, grottesche e di solo argento adorne, il sangue delle sue vittime, pingue e ignuda anch’essa, di monili d’oro vestita e una folla immensa di indios adoranti, che a guardar bene hanno tutti la mia faccia, giace genuflessa ai piedi del monumento incombente sulla giungla piagata. Ma il convoglio giunge sferragliante da chissà dove (sicuramente, come sempre, dalla parte opposta da cui ti aspetti che giunga) spingendo una massa d’aria roboante e calda che spazza via la fantastica luce dell’America Latina, i coltellacci e i sacrifici, e come a un libro abbandonato su una panchina sfoglia brutalmente le pagine del romanzo della vita fermandosi a caso su d’un nuovo capitolo.

La discoteca è immensa, circa un milione di metri cubi rivestiti di specchietti per allodole (che qui i pipistrelli son rarissimi, forse solo noi quattro) armata di centomila spot colorati semoventi. Ci sono un miliardo di persone qui dentro che ballano come forsennati di cui circa 10 milioni assediano il bar che come un quadrato francese a Waterloo (si legge vaterlo) o ciò che resta di Alamo resiste all’assalto difeso da una sola divisione di diecimila baristi. Impensabile pensare di partecipare all’assalto. Lunga e Apatica sono già sparite nella mischia ed io e la macellaia guadagniamo trenta centimetri di parete liberati da un tizio che scivola a terra privo di sensi. Mi incastro nel buco della fodera umana, mi avvinghio a Silvia e me ne copro. Non resta che morire soffocati in questa rianimazione bocca a bocca priva di dialogo, assordata da tutti i lati e compressa come una torchiatura d’uve o un dar acqua alle melanzane o un pressatura di pelati. Un’occhiata e l’altra mi suggeriscono una Paella cosmica alla quale paragonata, la Torta dei Fieschi è uno sputo nella galassia. Sarà questa la terapia più potente all’egocentrismo? Siamo passati da un teatro di vampiri narcisisti ad un circo di zombie totalmente spersonalizzati in cui regna una musica anonima in cui si dimena una massa silenziosa e strafatta agglomerata in un unico corpo, sorta di blob roseo che s’insinua e permea qualsiasi cosa vivente e non. Per me è troppo. Terrorizzato dalla prospettiva di partecipare alla lobotomizazione di massa che mi farebbe smarrire nei meandri del nulla i miei Stoker, il mio Wilde i Bauhaus e quant’altro, decido di fuggire. Qui ci vuole ordine! Come direbbe il decano. Approfitto di un momento di distrazione della mia deliziosa carnefice che si volta un momento per veder se vede Lunga e Apatica, che anche lei, si vede, soffre un po’ lo stemperamento dell’anima. Colgo l’attimo e mi lascio scivolare lungo la parete. Striscio sul morto e un momento dopo la massa mi inghiotte. Guadagno l’ingresso. Cazzo è l’alba. Mi sarebbe piaciuto tornare al 666 e vedere se succedeva tutto di nuovo come in un romanzo di Casares ma temo di trovarlo già chiuso. Provo un momento di pietà per quei vampiri rimasti come me in balia del giorno. Stanno bruciando, proprio come me. Chi non ha fatto rientro in tempo avvampa e nella combustione fumiga la personalità che come un fantasma evanescente e un po’ ingrigito si eleva e diffonde nell’aria fresca del mattino. Scruto il cielo fra i bordi dei condomini anonimi. Qui tutto è anonimo, ancora grigio nell’aurora grigia. Il giorno incombe e fa il funerale alla notte. Non c’è scampo. Decido di rientrare, di raggiungere la topaia nel Barrio Gotico in cui abbiamo preso alloggio. I taxi non si fermano mai. Neri corrono come topi nella fogna urbana. Ne acchiappo uno al volo, anzi, è lui che mi acchiappa e mi fagogita. La Rambla! Dico all’autista e quello senza neanche degnarmi d’uno sguardo parte lungo la calle sulla quale i primi bar riaprono la saracinesca mentre dai portoni escono esseri, all’apparenza normali, che vanno a lavorare. Ho ancora un pensiero, più un languore che altro, per la mia bella squartadora che ormai si starà consolando con uno zombi. A che sabba fugace ho partecipato. Ora tutti gli incantesimi si sono rotti. Cosa resta se non la luce sporca di questo giorno. La notte andata, la gioia andata, l’amore andato. Cosa resta?

Una gran fame. Ecco cosa resta. Il taxi mi scarica in cima alla Rambla. Scendo lentamente per il viale. So che in fondo c’è un chiosco dove si può far colazione. Pan y lomo. Un bel panino con dentro una fetta di maiale e pomodoro. Non è proprio un cappuccino con la focaccia ma ormai pan i lomo ha assunto a tutti gli effetti l’attrazione d’una ghiottoneria esotica. L’aurora rosea e mediterranea già imbianca i veroni spolverandone via il grigiore notturno residuo. Per la strada non c’è quasi nessuno a confronto del marasma della sera avanti. Su una panchina, sotto gli alberi che ombreggiano il viale, un tossico o un barbone o semplicemente qualcuno che ha fatto nottata sta ronfando saporitamente. Qualcuno alza una serranda, forse un bar, uno di quelli in cui con gran sgomento ho visto qualche sera prima delle slot machine. Non ne avevo mai vista una dal vero. In Italia non ci sono ancora. Ecco un altro aspetto esotico di quel paese. Non si capisce se sono più avanti o più indietro rispetto a noi, forse e l’una e l’altra cosa. Raggiungo il chiosco. Assiepati presso il banco ci sono una mezza dozzina di poliziotti che montano o smontano dal servizio. Mi infastidisce l’idea di infilarmi fra loro vestito da vampiro, sono certo che mi prenderebbero per il culo. Ma chi se ne fotte. Mi faccio allungare un bel pan i lomo e decido che un caffè lo prenderò dopo, risalendo la rambla, in uno di quei bar e magari infilerò una peseta nelle macchine della perdizione. Mentre elucubro quel pensiero da un vicolo sulla mia destra si affaccia una bella ragazza bionda che sembra avermi visto e voglia dirmi qualcosa. Si avvicina. È incerta sulle gambe, magrissima, con una minigonna ascellare e soltanto una canottiera nel fresco dell’alba. I capelli lunghi ma raccolti sulla nuca in un ciuffo a fontana fanno da cornice ad un viso pallidissimo dalle occhiaie profonde. Mi grida qualcosa del tipo:- Que bueno, che lindo, vamonos e intanto si avvicina. É tossica e puttana. È l’ultima in servizio quella mattina e si avvicina inesorabilmente. Un pensiero fulmineo quanto inespresso mi attraversa quel po’ di cervello che ancora è sveglio e mi immagino nella camera accogliente e ancora notturna fra le braccia di quella ragazza che sebbene non sia in grado neanche di reggersi in piedi è infinitamente più bella della mia macellaia ed il suo trascorso realmente estremo ne fa una sorta di divinità caduta. Nel tempo di questo pensiero lei mi ha raggiunto e senza tanti complimenti mi ritrovo la sua mano ad armeggiare fra le mie gambe. Perbacco! Che audacia. Un po’ per la stanchezza, un po’ per la fascinazione erotica ed un po' perché la Silvia macellaia aveva soffiato abbondantemente sul fuoco senza poi spegnerlo effettivamente, ci faccio un pensierino ma ecco che, mentre son li indaffarato a chiedermi se si o se no, un lampo mi attraversa la testa e mi ricordo che il mio portafogli è proprio li nella tasca anteriore delle braghe a sinistra del mio pisello. Cazzo! La signorina non stava armeggiando colla mia dotazione ma mi stava cavando il portafogli dalla tasca e mentre guardo giù lo vedo gia mezzo di fuori fra le dita della bella, non il pisello, il portafogli. Reazione zen. La mia mano destra, che nella sinistra ho il mio bel panino, senza ne hai ne bai, s’allunga ad allontanare l’arpia che, però, essendo stracotta e malferma sulle gambe ed indossando inoltre delle scarpe dai tacchi vertiginosi, finisce lunga in terra come un pupazzo inanimato. Vorrei darle una mano per aiutarla a rialzarsi ma quella, come un animale ferito comincia a strillare e a bestemmiare in catalano. Dal vicolo, probabilmente da un tombino una vecchia megera si materializza enorme ed agilissima ed imprecando anch’ella nell’idioma dell’adepta ma due ottave più sotto, corre verso di me brandendo un mattone. Direi che è tempo di girare le terga e darsi alla macchia. Mentre ruoto su me stesso faccio in tempo a vedere i poliziotti; sono piegati in due dalle risate e scommettono sull’esito del lancio del mattone che già sta volando al mio indirizzo. Troppo corto. In un baleno ho già guadagnato dieci metri senza neanche sacrificare il panino. Nessuno può prendermi. Le mie gambe lunghe corrono su per la rambla che neanche Mennea. Dietro me si stemperano le strida delle meretrici. Poco dopo giro nel vicolo dell’hotel e mi intrufolo. Non c’è nessuno. MI allungo oltre il banco, afferro la chiave che penzola li sui box e pochi secondi dopo sono nella stanza. Accendo la luce, uno scarafone, colto in fallo si rifugia strisciando veloce nel cassetto del comodino. Ci assomigliano io e quello scarafaggio. Altro che vampiri, scarafaggi siamo. E la luce del giorno ci debella. Mi getto vestito sul letto e mezzo minuto dopo sono già affondato nel mare dei sogni. Silvia, la puttana ladra, il bestemmiatore olandese, Lunga, il DJ barocco, le casse da morto, Apatica, Manuel e Monica, le lapidi, i poliziotti, le slot machine e la putamadre di tutti i vampiri e gli zombie del mondo di qua e di quello di la saltano come canguri per le strade di Barcellona in direzione del 666. Uh! Uh!

martedì 1 agosto 2023

Cinzia

- Tucullalà, tucullalà, tucullalà, tucullalà - saltellavo giù per la strada della villa canticchiando quel ritornello che mi aveva messo in testa il moretto ricciolino. Il moretto ricciolino sarebbe potuto sembrare un animale abitante della villa stessa piuttosto che un bambino di salita della Bella Giovanna. La villa era stata riordinata da poco. I giardinieri del comune avevano potato la vegetazione che fino a pochi giorni prima cresceva esuberante e svergognata oltre i bordi delle aiuole trabordando sulla via. Gli operai avevano asfaltato la strada che percorreva il giardino, i fabbri avevano sistemato i cancelli e le reti che delimitavano il parco e i decoratori li avevano verniciati di un bel verde scuro. Noi di via Ravenna la preferivamo com’era prima. Quando era abbandonata a se stessa, coi cancelli arrugginiti, scassati e incatenati, le ringhiere scrostate e sradicate qua e la dai muri il cui intonaco sbriciolato mostrava le pietre antiche e la malta sgretolata. Allora era il nostro regno. Scavalcavamo le reti attorcigliate lasciandoci agganciati brandelli di calzoni e di magliette, ci sparpagliavamo per quel paradiso che non aveva più segreti e che si prestava, complice, a diventare una giungla esotica o un’isola tropicale. Li, sotto gli enormi platani antichi, costruivamo senza sosta una capanna fatta di rami di sambuco e frasche d’alloro intrecciate. Quella capanna vedeva la sua eterna edificazione anche sulle terrazze dei fratini e si spingeva talvolta fino ai boschetti di Granarolo o a quelli di villa Rosazza, una specie di Finisterre nostrane ed infantili. Essa dava sfogo alla nostra creatività manuale e ricetto alle nostre fantasie avventurose, era teepee, fortezza o bunker, quartier generale, prigione o castello di prora d’un galeone. Di solito bastava poco più che un soffio di vento per raderla al suolo ma rinasceva come se il suo destino fosse quello di reincarnarsi senza posa. Era li, in attesa che diventassimo banditi di Robin Hood ma in quei giorni eravamo impegnati su un fronte più aperto: il campionato di calcio. Andava così, a rotazione; la villa veniva abbandonata per giorni quando la fantasia ci portava altrove, per esempio se veniva fondata una setta che aveva sede nella “galleria”, luogo oscuro e polveroso nelle fondamenta dell’ultimo caseggiato della strada, e che aveva come nume un grosso cilindro di motocicletta che di nome faceva Kontrol, collocato in una nicchia ed il cui sacerdote era un enorme gatto nero spelacchiato che la nostra classe intellettuale, composta da Maurizio, Luciano e Zinzi, aveva battezzato Pantergat. Ora era il campionato di calcio che, con enorme fatica e tanta diplomazia, eravamo riusciti ad organizzare fra le squadre delle vie del quartiere che ci faceva disertare la villa ed ancor più il fatto che l’avremmo trovata aperta al pubblico e non più esclusivamente nostra. Era giugno, la scuola era finita ed essendo uscito presto e non avendo trovato ancora nessuno in via Ravenna, avevo pensato di fare un salto nella villa appena riaperta al popolo e scendere in fondo, fino al campetto di calcio che era stato allestito nuovo nuovo. Saltellavo canticchiando “tucullalà” sull’asfalto immacolato con la testa per aria a guardare il cielo azzurro fra le chiome degli alberi quasi non fosse necessario guardare dove mettevo i piedi. Il parco era come un’emanazione della nostra mera esistenza, come un’estensione del nostro corpo e dei nostri sensi. Ne conoscevamo ogni angolo o anfratto quando ancora era diroccato e selvatico. Adesso, tutto lindo e disciplinato, era uno scherzo percorrerne i quattrocento metri della via principale, si sarebbe potuto fare ad occhi chiusi. Arrivato in fondo vidi il campetto da pallone. Era magnifico. Piccolo ma allo stesso tempo immenso per degli gnomi come noi che avremmo potuto giocarci in ventidue più l’arbitro. Anche qui il pavimento era d’asfalto ma con le righe segnate in terra. Le porte bianche quasi luccicavano riflettendo i raggi del sole che filtravano fra le foglie dei platani. Tutt’intorno correva una rete altissima d’un verde scuro scintillante che avrebbe impedito al pallone di volare fuori. Arrampicandosi sulla rete poi, si sarebbe potuto raggiungere il primo palco degli alberi e sedersi sulla sella dei rami grandi per guardare le partite da dieci metri d’altezza. Nel campetto non c’era ancora nessuno. Pochi sapevano della novità. La prima persona che vidi era una signora che prendeva il fresco e l’aria buona all’ombra spingendo avanti e indietro la carrozzina con dentro il suo bambino. Una manna per le casalinghe dei dintorni. Osservavo il campetto già immaginando partite di pallone infinite nelle quali l’Olympic, la nostra squadra di via Ravenna cui, manco a dirlo, il nome era stato dato dalla trinità Maurizio-Luciano-Zinzi, vinceva inesorabilmente ed io non ero più il grande, misero, numero due bianco cucito sulla meravigliosa maglietta azzurra ma, grazie ad un qualche exploit singolare quanto acrobatico, venivo promosso seduta stante a centrattacco e riempivo la porta avversaria di goals. Sognavo. Ancora rapito da quel trionfo si fanno strada attraverso le mie orecchie strida gioiose di bambine. Saltello giù verso l’area dei giochi: - tucullalalà, tucullalà.. -. Su una prima terrazza uno scivolo azzurro e rosso alto circa cento metri, dalla lamiera sfolgorante torreggia su una vasta piazzola con ben tre giochi diversi: un’arco, un ponte ed una capanna. Grandi, tutti fatti di tubi di metallo coloratissimi, popolano lo spiazzo sotto la terrazza dello scivolo. Di lato, sotto il muraglione, una fila di panchine ospita adesso una sola signora bellissima. In realtà è una ragazza, ma grande. E’vestita di nero, porta i calzoni e una canottiera, ha la borsa poggiata li di fianco e sta leggendo un libro. Dentro i tubi arancioni della capanna ci sono due bambine, una piccola piccola e l’altra un po’ più grande. Quella piccola strilla di gioia appesa alle ringhiere e l’altra, come una piccola madre in erba, la bada diligentemente. Quella grande ha i capelli castano chiari lisci e tagliati corti sulle spalle, un cerchietto le sgombra il viso su cui luccicano due occhi turchini: è la ragazza più bella del mondo ed io cado folgorato d’amore, supremo, totale. Un attimo dopo sono anch’io nella capanna lanciato in una dimostrazione di maschia abilità nel serpeggiare fra i tubi, salendo e scendendo, strisciando come una biscia, torcendomi tanto da apparire prima sotto e poi sopra e di lato e fuori e dentro e tutt’intorno. Questa eroica dimostrazione incanta le ragazze, la piccola gorgheggia strida di piacere e ride, la grande, la mia dea magnifica, non proferisce verbo, le labbra stampate in una O, gli occhi come due fanali sgranati a seguire le mie contorsioni. Ma per poco. Il tempo di riaversi dallo stupore ed eccola li a fare lo stesso, più biscia di me. Si arrampica fino in cima si lascia scivolare in fondo mi segue senza sosta in ogni contorcimento. E’ amore a prima vista, un colpo di fulmine, un amore sudato, felice, audace e caparbio come non s’era mai visto prima. A un bel momento spuntiamo in cima emergendo contemporaneamente fra la singola fila di tubi che fa da colmo alla capanna. Ci troviamo faccia a faccia. Accecato dagli occhi della fata turchina rischio di precipitare, ma è solo un momento: - Come ti chiami? – le faccio, e lei : - Cinzia… -. Il mondo adesso è lontano un milione di chilometri. E’ lontana la sorellina, è lontana l’Olympic, è lontana la zia sulla panchina, è lontana perfino Paola, la mia compagna di classe della quale sono innamorato da sempre e che quando siamo andati con la scuola a visitare la Michelangelo, speravo che cadesse in mare per potermi gettare dietro a lei e salvarla, siccome avevo da poco imparato a nuotare. Volteggiamo e serpeggiamo per tutta la capanna poi ne usciamo e ci avventuriamo sul ponte che assomiglia ad una immensa panchina anch’essa composta di tubi ma, a differenza della capanna, questi sono bianchi e azzurri. Le nostre piccole dimensioni di bambini ci facevano percepire quelle strutture come immense, altissime quando invece l’impalcatura del ponte sarà arrivata si e no all’altezza della testa della zia che adesso aveva lasciato il suo libro e si era alzata per studiare un po’ più da vicino quell’intruso che metteva a repentaglio l’incolumità delle nipotine e, stabilito che non c’era pericolo di sorta, se n’era tornata alla sua occupazione. Le mani ci bruciavano a suon di appenderci ai pioli di ferro ricoperti di vernice che faceva sudare i palmi e le dita ma la gioia che procurava quel volteggiare appesi come scimmie era così grande da non farcene render conto. Fra le risate era tutt’un raccontare di partite di pallone di giochi di bambine e di noie scolastiche appena annegate nel mare vasto dell’estate appena incominciata. Uno straziante – Ahiaaaa! - seguito da un pianto dirotto e un gran singhiozzare lacera l’aria e spaventa gli uccelli della villa che tacciono un momento. La piccoletta è scivolata dai ferri tentando di seguirci su per il ponte. Ha dato una gran facciata sull’asfalto. Cinzia accorre la rimette in piedi, la consola come una madre premurosa, le riempie il viso di bacini amorevoli, la stringe e le sussurra paroline di conforto nelle orecchie. Anche la zia si avvicina e da il cambio al mio angelo nel consolare la sorellina che adesso ha smesso di singhiozzare. La prende in braccio e se la porta alla panchina. Finalmente soli! La terza struttura di ferro è un semplice arco che si innalza ad un paio di metri dal muro di contenimento del terrapieno dello scivolo li sopra. Mentre la mia bella fa la biscia fra i tubi io studio un piano per sorprenderla definitivamente con le mie capacità acrobatiche. Il muretto sarà alto un metro e mezzo e l’arco un paio di metri. I due elementi sembrano disposti ad arte per permettere con un balzo di saltare dall’uno ed aggrapparsi all’altro come farebbe un trapezista al circo. L’idea è un po’ audace ma io sono agile come una scimmia e raramente ho fallito una sfida atletica, non per niente, dopo Maurizio, Luciano e Zinzi che sono più grandi e hanno gioco facile, nella classifica dei più agili vengo io; un quarto posto che vale come un primo. Solo Emilio mi batte nella corsa ma solo in salita perché lui ha le gambe più cicce e forti che in salita funzionano come dei pistoni ma io sono più leggero e un po' più lungo e in discesa letteralmente volo. Ora sono sul muretto e sto valutando la distanza che mi separa dall’arco. Apprensione. Mi sembra un po’ troppo lontano ma non del tutto irraggiungibile. Il quid che potrebbe mancare al raggiungimento della meta mi viene fornito in abbondanza dalla mia musa. Lei è li, non ha occhi che per me, per le mie circonvoluzioni, è come se io fossi il suo dio e lei la mia sacerdotessa e quello che sta per succedere non sia che la prova suprema del rito sacro che va compiendosi sotto le chiome degli alberi. Saldo sui garretti, in perfetto equilibrio, gli occhi fissi al tubo di metallo, l’intero mio essere partecipa della fisica universale nel qui e ora più assoluto che prepara il mio corpo al volo. Nell’animo un misto di paura e di sfida, sulla pelle la carezza dello sguardo turchino della pupa estasiata. Il mondo ammutolisce per un istante incommensurabile finchè un segnale dalla provenienza insondabile scaturisce nei miei nervi ed io mi lancio in volo e mi ritrovo sospeso nella sfera luminosa dell’amore totale.Le mie mani raggiungono il tubo  in perfetta simmetria e tempismo, lo afferrano, il corpo si allunga elastico al di sotto dell’arco e già una gioia completa si va spandendo sui nostri volti quando un piccolo dettaglio non calcolato, una minuzia, sfuggita alla precedente consapevole rassegna dell’imprescindibile necessario all’atterraggio, si rivela fatale al completamento dell’impresa: le mani sudate. Quando il mio corpo, sotto la spinta centrifuga,  si trova orizzontalmente teso, le dita umidicce perdono la presa scivolando sul metallo verniciato. Vedo il cielo fra le cime degli alberi, per un istante incontro gli occhi sgranati di Cinzia che da stupiti dalla meraviglia si fanno sbarrati dall’orrore, vedo poi la punta dei miei piedi e il ponte azzurro e bianco che si avvicina. Sto volando. Fra il distacco delle mani e l’atterraggio sull’asfalto un lampo di vergogna si fa strada nel vuoto cosmico che è in me. Ecco, l’avevo quasi in pugno, io temerario, invincibile, spericolato; non poteva che cadermi fra le braccia come succedeva in tutti i film d’amore che guardavo accoccolato fra le gambe di mia madre; come sognavo la sera abbracciando Paola nel mio cuscino e coprendola di baci prima di addormentarmi. Ed ora più niente. Lei avrebbe riso di me e sarebbe tornata a giocare con la sorellina. Io me ne sarei tornato a casa affranto, con la schiena scorticata e non avrei più avuto il coraggio di metter piede nella villa per chissà quanto tempo. L’atterraggio manda in frantumi le mie meditazioni. Il colpo non è poi così forte ma la schiena carteggiata attraverso la maglietta dai sassolini neri dell’asfalto, brucia, anche se non così tanto quanto l’onta del fallimento. Per un istante vorrei essere morto. Chiudo gli occhi, le chiome degli alberi sono inghiottite dal buio, il canto degli uccelli affoga in un lieve ronzio che pervade le mie orecchie. E poi accade il miracolo Sento due braccia sottili, morbide e forti che mi circondano le spalle e la testa sollevando appena il mio torace. Apro gli occhi e ciò in cui annegano è il lago turchese degli occhi misericordiosi della mia salvatrice. Angelo pietoso a sostegno delle spoglie del suo sciagurato Icaro, bambina   materna, Tosca implume. Le dolci mani leniscono le piaghe e io dimentico la disfatta e penso che per esser così soccorso mi getterei in volo cento volte al giorno dai muri, dagli alberi, dai ponti, dalle rocce, dai giochi più alti. L’angelo si stacca da me e corre a chieder soccorso alla zia che un po turbata osserva la scena. Sta per alzarsi e già la sorellina freme per raggiungere il luogo dell’incidente e vedere da vicino l’effetto che fa precipitare da un metro e mezzo a corpo libero senza rete. Impensabile che io resti li a terra moribondo ad intrattenere il gineceo. Con un balzo sono in piedi e come se niente fosse mi arrampico sul ponte e riprendo a volteggiare indefesso. I graffi sulla schiena pizzicano un po’ ma sono anche sorpreso della capacità del mio corpo di assorbire le ingiurie. Le tre ragazze poi, che guardano in su, valutando ognuna a modo suo il miracolo del Lazzaro già dato per morto, sono sorprese  dalle evoluzioni del convalescente e allo stesso tempo rassicurate. La zia si accende una sigaretta e torna al suo libro perché nel frattempo la piccola, avendo trovato in me un traumatizzato sodale ha finito anche lei di frignare per la facciata di prima e mi raggiunge al ponte per riavventurarsi nei serpeggiamenti. Cinzia poi corre e si arrampica sul ponte dalla parte opposta alla mia e appesi per le mani come gli oranghi ci veniamo in contro raggianti. Quando siamo faccia a faccia ci spostiamo di lato e ci oltrepassiamo ma quandoil suo viso è davanti al mio le spiaccico un bacino al volo che lei non rifiuta ma ricambia spensieratamente. Chissà se è arrossita, chissà se sono arrossito? Siamo così eccitati e accaldati dal gran muoverci che sarebbe impossibile leggere sui nostri volti un’emozione diversa da quelle del gioco. Forse quel ricambiare il mio bacio, per lei, era solo uno stare al gioco, era solo dimostrare di saper far la sua parte a tennis o a ping pong. Povero stolto, mi crogiolo nel dubbio anziché godermi il momento. Oppure fa tutto parte del gioco dell’amore? Quel dubitare è ancora più saporito della certezza. Ma la vera certezza sta nel nostro ridere, nel nostro gridare, sudare, nel calore della pelle, nel respiro veloce, nel battere dei cuori minuscoli alla prova delle grandi emozioni, nei nostri piedi che dondolano nell’aria e nelle mani che bruciano.

Trascorse così una settimana. Tutti i pomeriggi saltellavo fino in fondo alla villa e passavo il mio tempo insieme a Cinzia. Restavo finchè, verso l’ora di cena, la zia raccoglieva la famigliola e se ne andavano a casa. Una sera l’avevo seguite di nascosto. Abitavano in un bel palazzo proprio sopra il giardino in cui giocavamo. Si usciva dal cancello meridionale della villa e si salivano alcune rampe di scale fra muraglioni e terrazze ricche di vegetazione. Era una specie di  viottolo esotico, una scorciatoia alla via principale che portava all’asilo della zona. Quel posto sulla collina di fronte al mare sembrava, pur essendo nel cuore della città, un posto di campagna, una specie di paradiso. L’asilo pareva appartenere ad un mondo incantato. Era un edificio che avrebbe potuto scaturire dalla mente di un Dalì o di un De Chirico, una villa nobiliare delle alture dalla cui terrazza si dominava il porto con la sua lanterna e il mare, a perdita d’occhio. I bambini che erano nati nel cerchio delle ville erano andati tutti all’asilo li. Bianco, verde e azzurro. L’edificio e i grembiulini, la vegetazione, il mare e il cielo. Fortunati. Molto fortunati. Probabilmente anche Cinzia era andata all’asilo li e un po di mare e un po’ di cielo erano rimasti nei suoi occhi e un pò di sole le si era imbrigliato nei capelli.   

- Cincia! ‘ndiamo alo sivolo – Gridò la cucciola correndo verso di noi, ancora incapace di articolare bene le parole. Tutti e tre filiamo alla terrazza dello scivolo, io in testa, Cinzia subito dietro e un po' staccata la piccoletta che ha le gambe corte e fatica a starci dietro. Sulla panchina della terrazza dello scivolo ci sono una ragazzina e un bambino. Da sotto non li abbiamo visti arrivare. Stanno facendo un qualche gioco in cui il bambino che avrà cinque o sei anni subisce delle angheria da parte della ragazzina che avrà almeno una dozzina d’anni. E’ piuttosto brutta e mascolina e sembra arrabbiata e pare che ci provi gusto a far soffrire il piccoletto. Noi li ignoriamo e voliamo all’assalto dello scivolo che è veramente grande e bello e la cui lastra di alluminio sembra una cascata d’acqua luccicante in mezzo ad un arcobaleno di colori. Cinzia si arrampica rapida su dalle scale, la sorellina la segue arrancando gradino per gradino ed io, spavaldo, con una gran rincorsa risalgo il fiume luccicante come fossi un salmone e arrivo in cima appena prima di Cinzia. Sulla torretta ci ritroviamo di nuovo faccia a faccia e trafelati ci scambiamo un altro bacio gioioso. Da lassù vediamo arrivare il moretto ricciolino che a saltelli scende la strada canticchiando – tucullalà, tucullalà … - Tutti e tre in fila scivoliamo giù e  gli corriamo incontro per trascinarlo con noi fino in cima alla scaletta ma lassu ci sono i  due  estranei della panchina. Hanno occupato la torretta e hanno un aspetto bellicoso, soprattutto la grande che piantata sull’ultimo gradino ci sfida con uno sguardo da medusa. Io che procedo per primo mi blocco a metà scala e già vedo il temporale che si addensa su di noi. Cinzia e il Moretto, che mi seguono nell’ordine, fanno capolino dalle mie spalle una a destra e l’altro a sinistra; della piccola, che non è abbastanza alta, spunta la testa da sotto le mie gambe. Siamo li, tutti e quattro ammucchiati in attesa che la barbara si esprima. La sfida che ci lancia con disprezzo dall’alto della torre e terribile: - Se volete scivolare dovete chiedermi perdono! – Fossi stato solo sarei fuggito, ma qui ne andava della mia dignità. Al moretto non bisognava offrire alcuna opportunità per criticare quelli di via Ravenna e Cinzia non avrebbe potuto amare un pusillanime. In un centesimo di secondo mi proietto sulla torre, mi abbarbico alla strega, che è ben piantata sul pianerottolo le mani abbrancate alle ringhiere gialle. La mia faccia affonda fra i due seni di pietra del mostro ma la mia gamba destra l’oltrepassa sulla sinistra e spinge il suo socio, preso alla sprovvista, giù dallo scivolo. Lei lascia i corrimani e si gira per veder precipitare il suo protetto ed io, allora, mi afferro colle mani alle ringhiere, sollevo le gambe e le affibbio una doppia pedata nel sedere che la fa volare a testa in giù dietro al suo amico. A precipizio li seguiamo nella discesa per finire tutti e sei ammucchiati in una montagnola umana ai piedi dello scivolo. Noi quattro copriamo colle risa i grugniti della tiranna e i lamenti del suo vassallo e l’irruenza della nostra gioia ci rende invulnerabili. Loro sono ancora li confusi a leccarsi le ferite dell’imbarazzo che noi già, su esortazione del moretto, stiamo correndo al campetto dove, lui sostiene, c’è un pallone abbandonato e si può giocare. La zia che ci vede allontanare si alza, fa su le sue cose e ci viene dietro sistemandosi su una panchina che campeggia sulla terrazza che domina il campetto, il che dissuade il nemico dal seguirci. Colla coda dell’occhio ne controllo i movimenti. Non sia mai che volessero ancora insidiare la mia bella e la mia banda, io sono il più grande ed è come se ne fossi il capo, soprattutto dopo la grande vittoria dello scivolo. La mia protezione è forte e magnanima e nell’animo mi sento orgoglioso e felice, salvo il fatto che spero con tutte le mie forze che la medusa getti le armi, si rassegni e torni a torturare il suo seguace, magari altrove. Ora giochiamo a pallone. Meglio, io e il moretto ci sfidiamo in una specie di porta a porta a quattro e le ragazze partecipano come possono. Neanche a dirlo io e Cinzia facciamo squadra. Lei non è male, si arrabatta come un maschio e insegue la palla senza prender fiato che ne ha da vendere. Infila anche un paio di staffilate nella porta del Moretto facendo fare bang al muro di dietro, che le porte veramente non hanno rete. Niente male la ragazza, la mia ragazza. La piccola arranca dietro la palla, ogni tanto stracciona in terra ma si rialza senza un lamento ne una lacrima finchè una pallonata di Cinzia non le si stampa sul muso e scoppia in lacrime infilando il cancello e correndo dalla zia. Pugno (che dalle nostre parti significa tregua, sospensione).

Io e Cinzia ci sediamo sul muretto che circonda il campetto dal lato della villa, le schiene sudate appoggiate alla rete verde. Passare dall’impeto sportivo al linguaggio codificato delle effusioni amorose è un nulla. Il moretto ci raggiunge e ricava dai nostri sguardi e dai cinguettii che siamo senza dubbio fidanzati e che presto ci sposeremo ed avremo un sacco di bambini. La cosa lo diverte e col fiato ancora grosso della partita ci canzona così: - Cinzia e Bruno son fidanzati… Bruno e Cinzia son’innamorati… -  intonando una cantilena inesauribile. Mai canzone più bella fu ascoltata dalle  mie orecchie. La gioia nell’udire quelle parole che notificavano in tutta la loro evidenza i fatti era ombreggiata soltanto dalla sensazione del dubbio che per Cinzia non avesse potuto essere esattamente così. Il moretto stava dicendo la verità ma era una verità che risultava chiara e indiscutibile soltanto per me. Lei, nonostante tutte le effusioni, nonostante tutte le vibrazioni amorose che trasmetteva al mio corpo innamorato che le riceveva come un’antenna, non aveva fatto alcuna dichiarazione ufficiale dei sentimenti che provava per me, anche se essi erano più che evidenti. Ma avvenne il miracolo. Ella non negò. Fu la prima a rispondere agli incitamenti scherzosi del moretto, e non lo smentì. Non contestò le sue affermazioni ma iniziò una cantilena inestinguibile colla sua voce argentina  che si sovrapponeva più alta a quella del moretto e che diceva così : - E allora tu con Stefania?...E allora tu con Stefania?... E allora tu con Stefania?... -  

Accadeva cinquant’anni fa. Io non vivo più li da tanto tempo ma mi capita spesso di andare in città. La creuza che conduce dal porto alle ville oggi è un buon posto per parcheggiare l’auto. C’è una fila infinita di vecchi platani maestosi che ombreggiano i ciottoli e i mattoni. Alle volte anziché andare subito in centro faccio una passeggiata fra le memorie dell’infanzia e, risalendo la strada, il fiore più bello che mi si presenta per primo è il ricordo di Cinzia, Cincia come la chiamava la sua sorellina. Non le vidi mai più ma la sua luce è impressa nella mia memoria insieme alle strida di rondine dell’affanno del gioco. La zia finì la sua settimana di ferie e nessuno le portò più ai giardini. Salendo un po’ più su, vicino al campetto sento ogni volta il moretto che canta: - Tucullalà, tucullalà…- e mi sembra di vederlo saltellare spensierato verso i giochi.

 

28 luglio 2023   

 

 

 

mercoledì 13 gennaio 2021

Lo sbarco

 

E’ notte ancora sulla spiaggia. Posso vedere bene poichè la luna è alta nel cielo dove si intravede solo una lieve foschia. Il mare è calmo, così calmo che le onde pressoché inesistenti non hanno quasi suono. La sabbia sembra nera di notte, come quella di Perissa. Da essa si erge il piccolo faro bianco simile a una ciminiera larga e tronca. Innumerevoli le sfere di paglia, novelli cavalli di Troia confezionati ad arte, sembrano rotolare sull’acqua. Ognuna di esse contiene tre o quattro guerrieri. Nessuno sulla spiaggia. Lo sbarco riesce perfettamente. Come giungono sul bagnasciuga le sfere si disfano e gli uomini approdano bagnandosi appena i piedi. Sono armati leggeri, quasi le armi non si scorgono neppure. Attendono il nemico. E’ mattino ora. Il faro è stato occupato, farcito di cicladici. Strano modo di combattere. Anziché irrompere nelle case furtivi ed improvvisi, seminando spavento e morte, gli invasori hanno preso il faro stipandovisi dentro e raccogliendovisi intorno, gremiti in un’unica massa umana, i petti contro le schiene le spalle aderenti alle spalle. Dal mucchio solo le braccia emergono armate di spade davanti e giavellotti più indietro. Fra loro e gli attici, dieci volte più numerosi e ugualmente ammassati, solo un velo rado di scudi. E’ un grande urlare e ferire. Fra le due prime file che si oppongono petto contro petto qualcuno cade, la gola squarciata. Più su Tasos, approdato chissà dove e giunto solo sul campo, osserva la scena non visto. Lancia il suo giavellotto ma è troppo lontano dalla mischia e questo cade ai piedi di Kiron. Kiron che è un comandante e osserva la battaglia distaccato, un  po più indietro dell’ultima fila attica insieme a Demetrios suo ufficiale, si accorge del giavellotto che affonda la punta nella sabbia e gliene schizza i granelli sui sandali e sui polpacci. Si volta e fa notare a Demetrios quel fanciullo di dodici anni rimasto staccato dai suoi. Veloci attraversano la spiaggia ma il ragazzo è svelto e corre come il vento, scivola sulla sabbia e si arrampica a quattro zampe sugli scogli. Kiros non vuole ucciderlo ne fargli del male, pensa piuttosto di catturarlo e di farlo schiavo. Nonostante la pesantezza d’adulti le gambe sono più lunghe e dopo un po’ Tasos è raggiunto. Io ora sono Demetrios e afferro il ragazzo che scalcia e morde tanto da non poterlo trattenere. Kiros dice di lasciarlo un momento a sbollire in quella piccola grotta a metà artificiale in cui i pescatori ripongono i loro arnesi. Mica potrà passare da quella finestrella, è troppo stretta, anche per un fanciullo. Kiros e Demetrios ora guardano alla battaglia dalla quale si sono allontanati. Io ora sono Tasos e saggio quella finestrella. Mi arrampico sugli scogli, vi infilo prima la testa e poi sforzandomi sulle braccia vi spingo le spalle e il torace nudi graffiandomi e schiacciandomi e in un secondo sono dall’altra parte. Mi precipito fra gli scogli e le calette fino a raggiungere la passeggiata che si infratta fra i giardini e le terrazze delle ville. Vedo i confortevoli lettini sui quali le ragazze attiche prendono il sole, ma è  presto e non c’è ancora nessuno. Sarebbe bello spiarle me ora è tempo di correre. Io ora sono Demetrios e ci siamo accorti tardi della fuga del fanciullo. Ci scambiamo un’occhiata ridendo con Kiros, come a dire: - Non ci passava, eh? E ci proiettiamo nuovamente all’inseguimento ma con poca convinzione. Quella specie di lucertola è lontanissima ormai. Siamo già sulla passeggiata quando decidiamo di lasciarlo andare, e poi dobbiamo comunque fermarci perché in fondo a questa scala che termina in una caletta giunge dal ruscello la testa di un funerale. Due fanciulle precedono il corteo portando le icone funebri di due anziani coniugi. Riconosco in una delle due fotografie il papà di Ricky Cunningham ma non mi viene in mente il suo nome allora dico a Kiros se si ricorda, non sono forse quei personaggi di Happy Days? lui annuisce e conferma che sono proprio George e Mildred. Qualcosa non mi torna. Sarà meglio tornare al campo. Il ragazzo, ormai, chissà dov’è arrivato già. Peccato che non ci sia ancora nessuna ragazza sulle terrazze a prendere il sole. La tavola funebre con sopra le icone, delicatamente posta sul pelo dell’acqua dalle fanciulle, prende il largo.

martedì 11 agosto 2020

Dopo la Luisa ci rotoliamo nelle aiuole




La Luisa era un'osteria in via Ravecca. Non che lei fosse un'osteria e magari neanche lei era la Luisa, forse lo era sua madre o sua nonna. La Luisa ci dava asilo. Era piccola, con una specie di bar nella prima stanza lunga con di fronte tre o quattro tavolini. In fondo al balcone un arco nel muro conduceva alla sala del retro che era uguale e parallela a quella davanti. Qui i tavoli erano sei o sette. Per un po' di tempo era diventato il nostro covo. Un rifugio caldo, dove eravamo accolti con simpatia da quella donnona grassa e gioviale alla quale le creste e i chiodi non facevano nessun effetto. Ci dava da bere un onesto cancarone rosso o bianco, ci lasciava fare di colla e gridare quanto ci pareva. Luisa era una giusta. I nostri deliri non la spaventavano mai. Ci rideva sempre sopra. Poi di solito quando ce ne andavamo eravamo sempre sbronzissimi. Una sera io K. lo eravamo così tanto che abbiamo continuato a ridere e a sparare cazzate per tutto il percorso che ci separava dalla Vittoria. A un certo punto abbiamo perso  pure la strada. Era pomeriggio tardi d'inverno. Era buio e faceva freddo ma noi eravamo ben zuppi di vinaccia e godevamo come maiali . Come siamo finiti in cima alle caravelle nessuno lo può sapere. Il fatto è che era il vino a guidare i nostri passi in una sera vuota e senza futuro nella quale noi avevamo deciso di vivere ancora un po'. Le caravelle sono delle gradissime aiuole in discesa con delle grandi scalinate. Architettura fascista che finiva di decorare la prospettiva di quella piazza di travertino che era la nostra patria. Non so bene come ma ad un certo punto io e K. ci siamo messi a rotolare giù dalle aiuole. Ridevamo a crepapelle felici di aver scoperto quel gioco divertentissimo. Il guaio era che una volta in fondo abbiamo cominciato a sentire una gran puzza di merda e ci siamo accorti che avevamo pestato con tutto il corpo un sacco di merde di cane. I fiori nascondono sempre della merda! Che fare? Mica si può tornare a casa conciati in quel modo! Allora decidiamo di andare a Brignole a lavarci i chiodi nella fontana anche se li ci stanno i metallari e in questo periodo ci stiamo particolarmente sul cazzo. Per fortuna non ci troviamo nessuno e possiamo far pulizia. Alla meno peggio ci togliamo di dosso i regalini degli animali e contemporaneamente decidiamo di non andare a casa ma di rimanere in giro continuando a bere e parlare di cose meravigliose tipo il futuro pazzesco che ci spetta in quanto cantante degli Establishment lui e bassista dei Local Heroes io. La sera così passa in fretta e quando abbiamo sonno e non ci sono più autobus per tornare a casa cerchiamo asilo. Un Albergo nei vicoli potrebbe andare bene così finiamo in una doppia ammuffita in via Gramsci. Ci fanno un prezzo da puttane. Tutto è tranquillo. La tappezzeria bisunta sembra una carta geografica. Incastriamo una sedia sotto la maniglia della porta. Spariamo ancora un po' di cazzate mentre finiamo di lavarci. La mattina dopo ognuno se ne va per i cazzi suoi.