666
Errare,
da una fede
all’altra
Eredi
d’un futuro che non ci appartiene
Burattini
nelle mani oziose del demonio
E’
forse tempo di spegnere l’ultima sigaretta
Amore
e razzi: The dog-end of a day gone by. Bel lavoretto quello di
suonare contemporaneamente il Monologue e il tamburello mentre sto
cantando. Mi sembro una scimmia ammaestrata o uno di quei giocolieri
da semaforo con tre arance in mano che ti mettono in imbarazzo agli
incroci. Andreino Cancello una volta si era rotto un gomito. Aveva
conosciuto in teatro una ragazza speciale, Alessia che era una mima,
una ballerina e un’acrobata, e si era lasciato contaminare dalle
sue doti sovra fisiche. Così, oltre a far turbinare nell’aria
arance e quant’altro, si era lanciato nell’arte della
deambulazione sui trampoli ed era caduto. E niente, tutto ciò per
dire che alle volte, noi musicisti, sembriamo delle foche
ammaestrate. Love and Rockets sono la deriva psichedelica dei Tones
on Tail che furono già l’evoluzione surrealista dei Bauhaus senza
Murphy. I Bauhaus senza Murphy non sarebbero stati nulla.
Probabilmente non avrebbero mai avuto quel successo enorme quanto
circoscritto che ebbero grazie alla voce incredibile di Peter. Oggi
amo molto i Love and Rockets, non ascolto i Tones on Tail e non
ascolto più i Bauhaus anche se me li canto e me li suono.
Evidentemente il mio animo si è fatto un po’ meno acido e un po’
più hippie. Quando approdai a Defe da gagno, mi guardavo intorno e
vedevo della gente strana assai. Io scendevo in piazza con Ninni, il
mio mentore di allora. Avevo un orologio al quarzo. E nel salotto di
casa sua, sprofondati nelle poltrone verdi che più tardi avrei
ereditato, aspettavamo che finisse di registrarsi la cassetta
compilation sulla quale mi stava mettendo le hit dei suoi quattro
dischi. Fu un momento folgorante. Indimenticabile. Quando la piastra
fece sklack il mio orologio segnava le 19 e 11. Obsessed dei 999
aveva finito di galoppare nel salotto mentre Franco, il patrigno di
Ninni, riponeva una bottiglia di Martini nel mobile bar. Ci aveva
preparato un Negroni. Il primo. Bello carico. Che figata. Alle 19 e
11 di un giorno imprecisato del 1980 ero diventato punk bevendo il
mio primo cocktail. Armato di una cassetta C60 che sembrava
strombazzare e vibrare in fondo alla tasca del vecchio impermeabile
bisunto del signor Secco, di cui ero stato fatto omaggio due giorni
prima, arrivo in piazza e la prima cosa che vedo è l’Enrica
appoggiata ad una delle colonne dell’accademia che chiacchiera con
la Maria Grazia. La Grazia è una figa pazzesca e l’Enrica è una
guerriera. Hanno tutt’e due gli occhi verdi e chiacchierano e
fumano beatamente. Per rompere il ghiaccio scrocco una sigaretta.
Belin, ‘ste due sono donne, non sono ragazzine, e la sanno lunga.
Mi sento disarmato, nudo, nei miei sedici anni ma il lucchetto che
penzola dalla catena che ho al collo, l’impermeabile verdognolo del
vecchio, gli scarponi della ferrovia di mio padre ai piedi ma,
soprattutto, la cassetta roboante che ho in tasca sono il passaporto
per l’isola del dottor Moreau. Quante bestie bislacche che vidi da
allora in poi. In mezzo ai punks più vecchi e più giovani c’erano
degli altri personaggi ancor più bizzarri. Era gente che Ninni non
poteva definire bene se non con una parola: New Wavers. Era gente
intellettuale (parola incomprensibile ma che definiva bene quella
specie). Erano gli amanti di Siouxsie and the Banshees, dei Bauhaus,
dei Simple Minds e quant’altro. Erano molto decisi e molto
preparati nella loro materia. Vedo ancora, come se fosse adesso,
Steve (non quello dei Kopfkrank, quello più giovane, del ponente)
che si allontana e attraversa la strada per andare a prendere
l’autobus dai portici dell’Accademia. Ha un paio di calzoni neri
molto aderenti, le scarpe da tennis, nere anche quelle, e sopra una
specie di barracuda beige con stampato sulla schiena un grosso
pipistrello nero. Che sia un seguace di Batman? mi domando. Allora la
parola dark non circolava, almeno
nel mio immaginario.
Sarebbe venuta fuori qualche anno appresso e qualche anno appresso,
più maturo, più intellettuale, il mio animo s’era aperto
completamente alla mestizia. Veniva tutto dalla letteratura. Bram
Stocker, Oscar Wilde e via così. Mi sentivo vampiro, mi figuravo un
dandy, timbravo il cartellino nell’impresa di pulizie e,
trasformandomi al calar delle tenebre esattamente come il Conte
Dracula, me ne andavo a zonzo per la città avvolto in un pastrano da
donna usato e nero (che donna doveva essere, era immenso quel paltò)
l’impermeabile del veglio gettato in un cassonetto, riposto il
lucchetto, girata la cassetta. Suonava altra musica in tasca, ora.
Così partiamo per Barcellona, io Manuel e la Monica. Manuel ha avuto
in prestito da suo padre una Simca 1000 che doveva essere appartenuta
a Phantomas quando girava in incognito. Era tutta bardata Carpigiani
Macchine per Gelato e con questa fastosa berlina inforchiamo
l’autostrada una bella sera di agosto, diretti nel Far West. Un
rockabilly, una skinhead e un dark. Un cono a tre gusti sul carretto
dei gelati. Io sono il cioccolato. Manuel e Monica stanno insieme.
Lui è l’unico ad avere la patente. Io non guido neanche il Ciao
però ho una bici da corsa che mi sono comprato con il mio primo
stipendio serio. Mi è costata 350 mila lire, usata, una Guazzini di
Busalla, grigia, col cambio Campagnolo. Ho iniziato a lavorare a
maggio, due mesi dopo il congedo dalla naia. In realtà ero tornato a
fare un po’ di servizio nell’albergo di prima, dato che era
necessario a livello burocratico per fare un passaggio diretto con
l’impresa che mi avrebbe assunto. Il 5 maggio, data altisonante,
che dà il la a quella poesia di merda che ci hanno inflitto alle
elementari e che getta una luce sinistra su tutta la poetica italiana
dell’Ottocento, mio padre sarebbe andato in pensione ed io gli
sarei succeduto. Detto fatto. Ad agosto avevo già accumulato un po’
di giorni di ferie che unite a due di riposo e a un permesso facevano
più di una settimana. Finalmente si fa una vacanza degna di questo
nome. Roba mai vista. E per di più con un bel po’ di soldi in
tasca. Potrà sembrare strano che quelle quattro manciate di palanche
paressero una specie di Perù ma bisogna considerare che si era
abituati a delle ristrettezze economiche che manco un curato di
campagna. Inoltre un anno di naia con lo stipendio di 2400
lire al giorno, in quanto caporal maggiore se no erano solo 2000,
aveva accentuato la mia già endemica frugalità. E così, dotato di
qualche soldo e di molta fantasia, eccomi correre sull’autostrada.
Mi colpisce la suggestiva vista delle vele di Villeneuve Lubet al
tramonto. Cosa potrebbe esserci di più esotico? Poco più di 100 km
e siamo già in Amazzonia. A Nizza ero già stato, ma non l’avevo
oltrepassata. Allora avevamo fatto una macchinata con Marco, Alfredo,
Bob e Roberto. Ci eravamo imbarcati sulla 128 Sport di Marco alla
volta della capitale della Costa Azzurra perché la c’era un
negozio che vendeva le Creepers. Io avrei voluto comprarle e mi ero
fatto dare un po’ di soldi da mia madre che insieme a quelli che
avevo in tasca avrebbero potuto essere abbastanza. Ma non fu così.
Costavano troppo. Roberto invece li aveva i soldi. Il problema era
che non c’era il suo numero di piede. Che fare? Aspettare un’altra
occasione che chissà quando sarebbe arrivata o prendere quel
meraviglioso paio di blue suede shoes due numeri più grandi?
Roberto girò per anni con quelle zeppe ai piedi imbottite di cotone
sulle punte. Ma l’asfalto si srotola e ad un certo punto, all’alba
del nuovo giorno, un immenso toro di cartone si staglia sulle colline
davanti a noi. Siamo in Perù, o sul monte di Machu Picchu. Da qui in
la c’è l’Africa coi mulini a vento e Don Chisciotte con gli
anfibi e la cresta. E poi Barcellona. A Barcellona Pozzo di Gotto ho
fatto un concerto nel 2000 ma questa è Barcellona quella vera, la
capitale della Spagna, la capitale dell’Europa, il capoluogo del
mondo intero. La città più a sud che esista e che se ne sbatte del
sud e del nord e come un’ostrica rinchiude la sua perla magnifica:
il 666! Smetto di scrivere che devo andare al funerale di mio zio.
Ok, adesso mio zio è sotto terra, il suo corpo spento
definitivamente. Lui chissà dov’è? Magari si è reincarnato in
questa mosca che mi sta ronzando intorno, l’ultima sopravvissuta a
questo, come avevo pronosticato, buon autunno. Ora la schiaccio così
si può reincarnare in qualcos’altro di meno fastidioso. No, non
vale. Cicalina ha detto che una volta che ci si reincarna in un
essere umano non si può più tornare indietro. Resti umano e son
tutti cazzi tuoi, un’altra volta. Resti umano. Saliamo in taxi
eccitati. La macchina dei gelati l’abbiamo lasciata parcheggiata in
un vicolo vicino alla stamberga in cui alloggiamo. Chi se la prende?
I taxi qui costan poco e poi sono neri e ciò è di buon auspicio.
Caje de Llull, dico all’autista in quanto interprete del gruppo
data la frequentazione iberica dell’albergo. Lui risponde 666 con
una esse finale per ogni sei. Siamo a cavallo! Tutto fila dritto.
L’auto lascia il barrio gotico e si infila nelle vie caotiche che a
poco a poco diventano periferia urbana, grigia e desolata come a
Milano o a Torino. Venti minuti dopo l’autista ci scarica davanti
al tempio assoluto del dark europeo. La facciata è quella d’una
grande officina elegante incastonata fra altri palazzi. Tre piani di
vetrate oscure dietro le quali ti figuri assiepati greggi di zombie e
di vampiri che ti aspettano. I taxi neri scaricano senza sosta
equipaggi di giovanotti vestiti di nero calzanti creepers, boots,
stivaletti coi tacchi a spillo, anche per qualche maschio alla
maniera di Lux Interior, fanciulle con testoni di capelli cotonati
come Siousie Sioux, mezzi dandies dai favoriti appuntiti alla Peter
Murphy, o con vistose mesches bianche (su un solo lato) alla Dave
Vanian o alla Morticia Addams. Quelle che senti vociare sul
marciapiedi, di fronte al vasto ingresso in stile cinema, sono tutte
le lingue del vecchio continente accompagnate da un lieve clangore
sinistro di catene, anelli, borchie e badges ispirate a questa e a
quello, e quella che si sente strabordare da dentro è
indiscutibilmente Seven Hail Marys dei Flash for Lulù. Aria di casa.
Non c’è biglietto, solo consumazione obbligatoria con timbro da
mostrare all’uscita. Dentro è buio pesto. A poco a poco gli occhi
si abituano e cominciano a scorgere il bar protetto da una elaborata
inferriata che ricorda le ringhiere intorno alle tombe. C’è una
pista da ballo ma è difficile distinguerla se non dal movimento dei
bondages di metallo che oscillano e lampeggiano appesi ai ballerini.
Poi, qua e la, si palesano fuoruscenti dal pavimento alcune lapidi
sbrecciate illuminate da un lieve lucore fluorescente lilla o rosa.
Bisogna stare attenti a non inciamparci dentro. Dopo un po’ gli
occhi si sono abituati al buio e cominciano a scorgere gli avventori.
Sono tutti vestiti di nero, la situazione ricorda un po’ la scena
della cripta parigina del romanzo della Rice, il Teatro dei Vampiri,
dipinto nella singolare intervista. Fra le ombre scorgo vicino a me
tre ragazze: una è altissima coi capelli neri cotonati alla Robert
Smith, si muove male, impacciata dalla sua statura. Un’altra è
alta un metro ed è praticamente immobile, come imbambolata, la terza
è un po’ rotondetta ed ha, per quel che se ne vede, un viso molto
grazioso, il resto degli avventori sono solo ectoplasmi indistinti.
Ballo un po’ e poi vado a prendermi da bere, la solita media
chiara. Con Manuel e Monica decidiamo di andare alla scoperta del
locale. Di fianco al “cimitero” si innalza un’ampia scala che
conduce verso l’ignoto, coi bicchieri in mano ci inerpichiamo
stando attenti a non incespicare. Mentre saliamo il suono pesante
della balera comincia a trasformarsi. Archi e cembalo emergono dal
basso e dalla batteria di India e la voce ruvida di Richard Butler,
la più bella di tutte, si fonde ad un oboe lasciandogli pieno campo
una volta giunti al piano superiore. Una grande sala si apre alla
vista. Al centro c’è una consolle da DJ in cui un tizio segaligno
e barbuto dai capelli lunghi e l’aria mesta mescola musiche colte
diffuse ad un volume più intimo. Qui la luce è un po’ più
intensa che di sotto e proviene da delle lampade poste sui tavolini
di una serie di separé disposti a cerchio lungo le pareti
dell’edificio. C’è poca gente, per lo più coppiette di
tristanzuoli che sorseggiano silenziosi il loro drink a momenti
sospirando, a momenti guardandosi negli occhi colti da chissà quale
tenebroso rapimento estatico. Quel che bevono quei due li è
chiaramente assenzio i cui riflessi verdi, scaturenti
dai bicchieri di cristallo, perforano il giallo opaco diffuso dalle
candele finte. Noi tre che ormai facciamo da un po’ di tempo coppia
fissa, ci avviciniamo ad uno dei boudoir mignon che con nostra
sorpresa si rivela essere una sorta di divano di pelle che circonda
ciò che a prima vista, nella luminaria crepuscolare della sala,
sembrava essere un tavolino rettangolare oblungo. Sono casse da
morto. Su ognuna di esse, presso la croce, è posato un lume da
loculo. I miei due compari sono colpiti dalla scenografia ma
soprattutto ne sono divertiti. Io, invece, provo una sorta di
commozione gioiosa nel veder realizzate le scene adatte ad ospitare
il microdramma della mia fantasia che da un po’ di tempo coltivo.
La mia fantasia che si è fatta fosca e malinconica e vorrebbe
vivere a tutti i costi, estratta dall’arcobaleno che maschera il
grigiore quotidiano, una tragediuola continua e senza giorno.
Notturna, perenne, vorrebbe essere la mia esistenza, stanca di quel
diurno piatto e intonacato come un affresco medievale privo di
prospettiva. Meglio cadavere che vivo così. Noi tre era il titolo di
un film di Pupi Avati, che di oscuro se ne intendeva, e raccontava la
storia di un Mozart appena adolescente che viene in Italia
accompagnato da suo padre per studiare contrappunto a Bologna presso
Padre Martini. Sono ospiti d’una
famiglia nobilissima il cui capostipite, a tavola, prima di
assaggiare qualsiasi cibo, ingoia un cucchiaino di terra dei
suoi possedimenti e
spiega agli ospiti che lo fa per prepararsi a ciò che tutti
diventiamo, un po’ come se noi, strumento musicale, ci si
accordasse alla grandiosa decomposizione universale. Questa scena
enigmaticamente barocca mi si confonde spesso in testa con quella
iniziale de’ “I Vicerè”, il romanzo di De Roberto in cui,
nella sala immensa troneggia il catafalco immane della Principessa
Uzeda intorno al quale sono raccolti gli eredi rosi dalle ambasce
ereditarie. Cosa c’è di più gotico? Il tempo perde il suo abito e
non si riconosce più. Tutti vivono disperatamente nel passato
scorgendo spaventosamente nel futuro solo vermi, ombre e gelo. Nel
presente regna il dolore, l’incertezza, l’insoddisfazione in un
amplesso di sofferenze inenarrabile. Indossiamo dunque parrucche,
pizzi, nastri e danziamo, colla terra in bocca e lo jabot al collo
fino, all’ottundimento.. Mi alzo e raggiungo il mesto. Ho una
richiesta musicale da fargli. Toccata e fuga di Johann Sebastian
Bach. Non conosco altro, per ora, del passato musicale profondo ma
partecipo come posso al teatrino. Berrò anche un bicchierino di
assenzio, dopo.
Salgo
una seconda scala che dal salone mortuario si inerpica alla video
cave. Non è veramente una grotta ma è sicuramente una sala da
proiezioni. Qui l’ambiente si fa più sobrio. È un grande
parallelepipedo rettangolare le cui pareti sono bianche. Il lato
lungo è attraversato per tre quarti della sua lunghezza da una
pedana anch’essa bianca di circa un metro di larghezza ed un metro
d’altezza. Mi domando se facciano sfilate di moda gotica,
li sopra. Lungo la pedana sono allineate due file di sedie pieghevoli
e dove essa termina si erge uno schermo da proiezione da quattro
metri di larghezza per tre di altezza. Ci sono solo due o tre
persone, anche qui c’è un bar. Prendo un’altra birra che va a
diluire l’assenzio come il cinema diluisce il teatro. Questa nuova
sala mi ricorda lo Psycho Club di Genova. Ha lo stesso colore bianco
sporco che ha la mente illuminata da un apparente chiarore
intellettuale. Qui le ragnatele attecchiscono solo nei film
proiettati sullo schermo. Peter Murphy illustra She’s in parties,
il suo alito si condensa nel gelo e le ombre grigie paiono filtrare
dallo schermo all’aria della sala come il fumo di un qualche cinema
catalano dei tempi di Franco. Quella luce si spegne subito. Anch’io,
come quasi tutti, necessito di vita, di movimento, guai a fermarsi,
soprattutto a vent’anni. Fuggo dal voyeurismo della video cave e mi
precipito per le scale. Al piano di sotto Manuel e Monica sono ancora
stravaccati sulla bara e si stanno baciando dimentichi di quel mondo
bizzarro che non gli appartiene. Osservandoli fluttuo per un momento
su un trio di Schubert e mi rituffo nel buio e nel suono poderoso del
cimitero sottostante. Sembra che una vecchia, gigantesca, locomotiva
stia risalendo le scale sbuffando vapore, e stridendo ferro. Si sente
anche il fischio della vecchia sirena che strazia l’aria penetrando
con la forza d’un geyser il fragile trio del povero Franz
scartabellandogli le centinaia di fogli di musica sul pianoforte.
Dietro alla locomotiva è incatenata una possente chitarra elettrica
che, come il motore di mille vetuste Royal Enfield sferraglianti,
sprizza scintille dalle rotaie che caparbie stuprano la giungla. Di
sotto è il caos, la rivoluzione. Quelle anime perdute si ravvivano,
proprio come un vampiro ebbro appena abbeveratosi. Saltano come
canguri neri. Nella scarsa visibilità si urtano in una sorta di
danza tribale a paragone della quale il pogo è soltanto un minuetto
o al più una pavanella. Ma cos’è questa musica? Io non l’ho mai
sentita, anche se la voce del cantante mi sembra di conoscerla. È
una voce poco robusta, un po’ soffiata che galleggia come una
nebbia sui suoni potenti degli altri strumenti. E poi, a un certo
punto, il delirio. Al momento del ritornello la folla dei canguri si
unisce in coro urlando “Uh uh…” insieme al cantante come in
quel pezzo degli Stones, ma non sono certo loro, ovvio. Mi rammenta
l’urlo di Pandorino, cazzo! E’ il Kundalini Express. Attraversa
la foresta dove sono acquattate le tigri, si arrampica su immensi
ponti di legno e di ferro, sbuffa fumo nero contro la luna immensa e
tutti gli animali lo seguono ballando scatenati, gorilla, elefanti,
zebre, serpenti, balene, pipistrelli, gatti, coccinelle…. Ma sono
tutti neri come i canguri: - All aboard the express Kundalini…
Closer to Nirvana!!! Una forza irresistibile mi afferra e mi
trascina nel bel mezzo del cimitero in mezzo allo zoo scatenato.
Salto e ululo con tutti gli animali, animale anch’io. Saette
distanti di luci stroboscopiche stagliano sagome di alberi morti e
steli sepolcrali lungo l’orrido campo e come un lampo mi sovviene
di una notte in un cimitero della Val Polcevera. Siamo saliti sulla
collina attratti forse dalle orbite di villa Serra di Comago, quanto
di più gotico in fatto di magioni Genovesi. Tesoro abbandonato in
cui io e Manuel amiamo intrufolarci la notte non visti. Sulle alture
c’è un piccolo camposanto derelitto al quale ci conduce Loredana,
l’ex ragazza di Manuel che è una tipa tosta, molto oscura, che
viaggia su una due cavalli nera e bordeaux che è quanto di più dark
si possa immaginare oggi per equipaggio. Sono in piedi sulla lastra
tombale di chissà chi defunto
chissà quando e ballo
quello che nella mia testa risuona come “Kick in the eye”, gli
stivaletti lunghi ed appuntiti e il pastrano svolazzante. Sembra la
stessa situazione di allora ma qui è tutto artificiale. A pensarci
bene è rischioso per il proprio equilibrio mentale mescolare troppo
la fantasia con la realtà. Qui è un gioco consentito, la un
anomalia. Quanti di questi diavoli a quattro vorrebbe che si
materializzasse un vero demonio? Fin dove osiamo spingerci con la
fantasia dentro la realtà, quella realtà quotidiana e becera che ci
tiene avvinti in cattività? Manuel raccontava qualche tempo fa che
aveva avuto una storia con Skeletor. Skeletor era una ragazza dark
della riviera che ogni tanto spuntava allo Pshyco in compagnia di
altri suoi simili, specie di vampiri di seconda generazione che in un
certo senso noi di Defe o della Vittoria avevamo ghettizzato. Erano
ragazzi più giovani cresciuti principalmente sulla scia dei Cure o
dei Depeche Mode e venivano dalle valli dietro la città. Noi li
snobbavamo ma in seguito ne fui molto attratto poiché in me stava
maturando il cambiamento, in quanto agiva già quella transizione che
conduceva dall’arrabbiato al nostalgico. Per me fu un
contrappasso. Subivo adesso quella discriminazione che la mia gente
aveva imposto loro come una personale espiazione. Poco male. Mi
restava la soddisfazione di averne preso le difese in più di
un’occasione e la soddisfazione di appagare il mio eclettismo
tenendo i piedi un po’ ovunque. Skeletor era una ragazza dark della
riviera, alta, magrissima con un grande naso e delle grandi tette
incantevoli che ebbi in seguito il privilegio di poter soppesare. Era
in effetti alquanto inquietante. Era bella, più di quanto potevamo
vedere. Ed aveva un che di rapace nello sguardo fosco e sfuggevole.
Ed era anche immischiata nell’occulto. Quando capitava, raramente,
di parlare di lei, Manuel dava una scrollata di spalle, emetteva un
mugugno acuto e poi si lanciava nel racconto di quando a casa sua,
della tipa, in riviera, aveva visto coi suoi occhi (Manuel era il
prototipo dell’uomo pragmatico) tutte le posate del cassetto della
cucina uscire ad un suo ordine e mettersi a ballare sul tavolo. A
quel punto tutti i maschi del simposio si toccavano puntualmente i
coglioni. Da quel giorno Manuel no ha più visto Skeletor. Skeletor
era una ragazza dark della riviera e il cancro se l’è portata via.
Chissà dove, chissà in chi.
Ma
riecco le tre spagnole. La lunga e la rotondetta saltano come
demonie, l’altra è apatica quanto prima e le locomotive e le
chitarre roboanti non servono a scuoterla d’una virgola. A un certo
punto quella alta prende lo slancio e mi urla qualcosa nell’orecchio.
Riconosco la cantilena iberica, uguale a quella di tanti suoi
connazionali passati per l’albergo. Allora avevo dimestichezza con
quella lingua. Aveva messo radici nella mia testa e bene o male
riuscivo ad interagire con quella gente, magari aggiungendo, con
nostrana fantasia, qua e la, una esse finale al mio italiano. Capisco
più o meno che Lunga ha assunto i panni del paraninfo e avendo
bevuto un po’ si fa portavoce dell’interesse che ho suscitato in
Tonda. In men che non si dica mi ritrovo a pomiciare su un divanetto
trovato a tentoni nel buio oltre le lapidi. Qui ci si potrebbe anche
accoppiare completamente patani senza punto arrossire. Nessuno ti
vede. Al più t’inciampano dentro rischiando di cadere in mezzo e
approfittarne alla cieca. La serata passa in fretta. Veniamo
interrotti a un bel momento da Lunga che dice a Silvia, questo il
nome di Tonda, che qui si sono annoiate e vogliono andare in centro
in un altro posto che Silvia mi spiega essere una discoteca
fighissima. Saranno già le tre, e come si sarebbe annunciato su uno
spalto medievale, tutto va bene, anzi, benissimo. In cosa avrei
potuto sperare di meglio? Sono d’accordo, andiamo anche noi. Il
tempo di avvisare Manuel e Monica che io così e cosà e rientro per
i cazzi miei. Salgo di sopra ai salotti di commiato ad accomiatarmi e
loro sono sempre li, mummificati sulla cassa del morto a bere rum e a
sbaciucchiarsi. Gli spiego in due parole e parto. Le ragazze sono già
sul marciapiede e mi accorgo che tanti vampiri stanno ormai
abbandonando il teatro degli orrori. Andranno anche loro da qualche
altra parte, qualche posto incredibile che questa città magica
riserva loro per terminar la notte. Oppure hanno soltanto timore
dell’alba. Ma è ancora presto e a me, comunque, la situazione
arride. Ci incamminiamo. Chiedo
se dobbiamo chiamare un taxi ma loro parlano di metro che è li a due
passi e va tutta la notte. Stiamo per allontanarci dall’ingresso
quando sento delle urla strazianti. Li a pochi metri c’è un
vampiro molto giovane, coricato a pancia in giù sull’asfalto della
strada che impreca alla luna in una lingua inintelligibile, olandese
o finlandese o chissà che. Fra un santo e una madonna puntualizza
la bestemmia urlata fra
le lacrime con una
solenne craniata sul bordo del marciapiede. Superata la sorpresa mi
slancio a soccorrerlo da se stesso prima che faccia dei danni seri e,
mezzo in castigliano maccheronico, mezzo in inglese e il resto in
genovese riesco a convincerlo a desistere. Gli sfilo con pazienza,
reso audace e leggero dai cicchetti consumati, la corona d’aglio
che qualcuno gli ha messo al collo e con cautela il paletto dal cuore
mentre intorno si raccoglie una piccola platea di spettatori. Il
fatto di aver, unico fra tutti, soccorso il meschino fa si che le mie
quotazioni nel trio salgano alle stelle e in un vortice corale di
lusinghe sono portato quasi in trionfo dalle mie ancelle all’imbocco
della stazione della metro. Ma il fattore di maggior rilievo
scatenato dal mio gesto eroico è la partecipazione alle
manifestazioni di giubilo di Apatica alla quale né i canguri né le
locomotive avevano finora sortito alcun effetto. Tenacemente
incollati ci strofiniamo appoggiati alla parete della fermata della
metro. Poco più in la Lunga e Apatica, su un sedile, discorrono
ancora sul disagio del vampiro di cui sopra. Il marciapiede della
stazione illuminata da un’intima quanto sgradevole luce giallastra
è punteggiato qua e la dalle sagome sinistre dei succiacapre che
hanno abbandonato il teatro e non dispongono di mezzi propri per far
ritorno ai loro sepolcri o per raggiungere altri templi notturni. Fra
un bacio, un mordicchio, un sospiro e uno sguardo Silvia mi rivela in
un sussurro d’essere nella vita diurna macellaia ed io me
l’immagino sorridente e serena sacrificare su un immenso tagliere
un’ecatombe di tori da corrida armata d’affilati coltellacci.
Ella stessa immaginerà, forse, nel mentre disossa muscoli e cicce,
d’essere una conquistadora spagnola sulla cima d’una piramide
azteca. Beve da un teschio portole da Lunga e Apatica sue vestali,
patane, grottesche e di solo argento adorne, il sangue delle sue
vittime, pingue e ignuda anch’essa, di monili d’oro vestita e una
folla immensa di indios adoranti, che a guardar bene hanno tutti la
mia faccia, giace genuflessa ai piedi del monumento incombente sulla
giungla piagata. Ma il convoglio giunge sferragliante da chissà dove
(sicuramente, come sempre, dalla parte opposta da cui ti aspetti che
giunga) spingendo una massa d’aria roboante e
calda che spazza via la
fantastica luce dell’America Latina, i coltellacci e i sacrifici, e
come a un libro abbandonato su una panchina sfoglia brutalmente le
pagine del romanzo della vita fermandosi a caso su d’un nuovo
capitolo.
La
discoteca è immensa, circa un milione di metri cubi rivestiti di
specchietti per allodole (che qui i pipistrelli son rarissimi, forse
solo noi quattro) armata di centomila spot colorati semoventi. Ci
sono un miliardo di persone qui dentro che ballano come forsennati di
cui circa 10 milioni assediano il bar che come un quadrato francese a
Waterloo (si legge vaterlo) o ciò che resta di Alamo resiste
all’assalto difeso da una sola divisione di diecimila baristi.
Impensabile pensare di partecipare all’assalto. Lunga e Apatica
sono già sparite nella mischia ed io e la macellaia guadagniamo
trenta centimetri di parete liberati da un tizio che scivola a terra
privo di sensi. Mi incastro nel buco della fodera umana, mi avvinghio
a Silvia e me ne copro. Non resta che morire soffocati in questa
rianimazione bocca a bocca priva di dialogo, assordata da tutti i
lati e compressa come una torchiatura d’uve o un dar acqua alle
melanzane o un pressatura di pelati. Un’occhiata e l’altra mi
suggeriscono una Paella cosmica alla quale paragonata, la Torta dei
Fieschi è uno sputo nella galassia. Sarà questa la terapia più
potente all’egocentrismo? Siamo passati da un teatro di vampiri
narcisisti ad un circo di zombie totalmente spersonalizzati in cui
regna una musica anonima in cui si dimena una massa silenziosa e
strafatta agglomerata in un unico corpo, sorta di blob roseo che
s’insinua e permea qualsiasi cosa vivente e non. Per me è troppo.
Terrorizzato dalla prospettiva di partecipare alla lobotomizazione di
massa che mi farebbe smarrire nei meandri del nulla i miei Stoker, il
mio Wilde i Bauhaus e quant’altro, decido di fuggire. Qui ci vuole
ordine! Come direbbe il decano. Approfitto di un momento di
distrazione della mia deliziosa carnefice che si volta un momento per
veder se vede Lunga e Apatica, che anche lei, si vede, soffre un po’
lo stemperamento dell’anima. Colgo l’attimo e mi lascio scivolare
lungo la parete. Striscio sul morto e un momento dopo la massa mi
inghiotte. Guadagno l’ingresso. Cazzo è l’alba. Mi sarebbe
piaciuto tornare al 666 e vedere se succedeva tutto di nuovo come in
un romanzo di Casares ma temo di trovarlo già chiuso. Provo un
momento di pietà per quei vampiri rimasti come me in balia del
giorno. Stanno bruciando, proprio come me. Chi non ha fatto rientro
in tempo avvampa e nella combustione fumiga la personalità che come
un fantasma evanescente e un po’ ingrigito si eleva e diffonde
nell’aria fresca del mattino. Scruto il cielo fra i bordi dei
condomini anonimi. Qui tutto è anonimo, ancora grigio nell’aurora
grigia. Il giorno incombe e fa il funerale alla notte. Non c’è
scampo. Decido di rientrare, di raggiungere la topaia nel Barrio
Gotico in cui abbiamo preso alloggio. I taxi non si fermano mai. Neri
corrono come topi nella fogna urbana. Ne acchiappo uno al volo, anzi,
è lui che mi acchiappa e mi fagogita. La Rambla! Dico all’autista
e quello senza neanche degnarmi d’uno sguardo parte lungo la calle
sulla quale i primi bar riaprono la saracinesca mentre dai portoni
escono esseri, all’apparenza normali, che vanno a lavorare. Ho
ancora un pensiero, più un languore che altro, per la mia bella
squartadora che ormai si starà consolando con uno zombi. A che sabba
fugace ho partecipato. Ora tutti gli incantesimi si sono rotti. Cosa
resta se non la luce sporca di questo giorno. La notte andata, la
gioia andata, l’amore andato. Cosa resta?
Una
gran fame. Ecco cosa resta. Il taxi mi scarica in cima alla Rambla.
Scendo lentamente per il viale. So che in fondo c’è un chiosco
dove si può far colazione. Pan y
lomo. Un bel panino con dentro una fetta di maiale e pomodoro. Non è
proprio un cappuccino con la focaccia ma ormai pan i lomo ha assunto
a tutti gli effetti l’attrazione d’una ghiottoneria esotica.
L’aurora rosea e mediterranea già imbianca i veroni spolverandone
via il grigiore notturno residuo. Per la strada non c’è quasi
nessuno a confronto del marasma della sera avanti. Su una panchina,
sotto gli alberi che ombreggiano il viale, un tossico o un barbone o
semplicemente qualcuno che ha fatto nottata sta ronfando
saporitamente. Qualcuno alza una serranda, forse un bar, uno di
quelli in cui con gran sgomento ho visto qualche sera prima delle
slot machine. Non ne avevo mai vista una dal vero. In Italia non ci
sono ancora. Ecco un altro aspetto esotico di quel paese. Non si
capisce se sono più avanti o più indietro rispetto a noi, forse e
l’una e l’altra cosa. Raggiungo il chiosco. Assiepati presso il
banco ci sono una mezza dozzina di poliziotti che montano o smontano
dal servizio. Mi infastidisce l’idea di infilarmi fra loro vestito
da vampiro, sono certo che mi prenderebbero per il culo. Ma chi se ne
fotte. Mi faccio allungare un bel pan i lomo e decido che un caffè
lo prenderò dopo, risalendo la rambla, in uno di quei bar e magari
infilerò una peseta nelle macchine della perdizione. Mentre elucubro
quel pensiero da un vicolo sulla mia destra si affaccia una bella
ragazza bionda che sembra avermi visto e voglia dirmi qualcosa. Si
avvicina. È incerta sulle gambe, magrissima, con una minigonna
ascellare e soltanto una canottiera nel fresco dell’alba. I capelli
lunghi ma raccolti sulla nuca in un ciuffo a fontana fanno da cornice
ad un viso pallidissimo dalle occhiaie profonde. Mi grida qualcosa
del tipo:- Que bueno, che lindo, vamonos e intanto si avvicina. É
tossica e puttana. È l’ultima in servizio quella mattina e si
avvicina inesorabilmente. Un pensiero fulmineo quanto inespresso mi
attraversa quel po’ di cervello che ancora è sveglio e mi immagino
nella camera accogliente e ancora notturna fra le braccia di quella
ragazza che sebbene non sia in grado neanche di reggersi in piedi è
infinitamente più bella della mia macellaia ed il suo trascorso
realmente estremo ne fa una sorta di divinità caduta. Nel tempo di
questo pensiero lei mi ha raggiunto e senza tanti complimenti mi
ritrovo la sua mano ad armeggiare fra le mie gambe. Perbacco! Che
audacia. Un po’ per la stanchezza, un po’ per la fascinazione
erotica ed un po' perché la Silvia macellaia aveva soffiato
abbondantemente sul fuoco senza poi spegnerlo effettivamente, ci
faccio un pensierino ma ecco che, mentre son li indaffarato a
chiedermi se si o se no, un lampo mi attraversa la testa e mi ricordo
che il mio portafogli è proprio li nella tasca anteriore delle
braghe a sinistra del mio pisello. Cazzo! La signorina non stava
armeggiando colla mia dotazione ma mi stava cavando il portafogli
dalla tasca e mentre guardo giù lo vedo gia mezzo di fuori fra le
dita della bella, non il pisello, il portafogli. Reazione zen. La mia
mano destra, che nella sinistra ho il mio bel panino, senza ne hai ne
bai, s’allunga ad allontanare l’arpia che, però, essendo
stracotta e malferma sulle gambe ed indossando inoltre delle scarpe
dai tacchi vertiginosi, finisce lunga in terra come un pupazzo
inanimato. Vorrei darle una mano per aiutarla a rialzarsi ma quella,
come un animale ferito comincia a strillare e a bestemmiare in
catalano. Dal vicolo, probabilmente da un tombino una vecchia megera
si materializza enorme ed agilissima ed imprecando anch’ella
nell’idioma dell’adepta ma due ottave più sotto, corre verso di
me brandendo un mattone. Direi che è tempo di girare le terga e
darsi alla macchia. Mentre ruoto su me stesso faccio in tempo a
vedere i poliziotti; sono piegati in due dalle risate e scommettono
sull’esito del lancio del mattone che già sta volando al mio
indirizzo. Troppo corto. In un baleno ho già guadagnato dieci metri
senza neanche sacrificare il panino. Nessuno può prendermi. Le mie
gambe lunghe corrono su per la rambla che neanche Mennea. Dietro me
si stemperano le strida delle meretrici. Poco dopo giro nel vicolo
dell’hotel e mi intrufolo. Non c’è nessuno. MI allungo oltre il
banco, afferro la chiave che penzola li sui box e pochi secondi dopo
sono nella stanza. Accendo la luce, uno scarafone, colto in fallo si
rifugia strisciando veloce nel cassetto del comodino. Ci assomigliano
io e quello scarafaggio. Altro che vampiri, scarafaggi
siamo. E la luce del giorno ci debella. Mi getto vestito sul letto e
mezzo minuto dopo sono già affondato nel mare dei sogni. Silvia, la
puttana ladra, il bestemmiatore olandese, Lunga, il DJ barocco, le
casse da morto, Apatica, Manuel e Monica, le lapidi, i poliziotti, le
slot machine e la putamadre di tutti i vampiri e gli zombie del mondo
di qua e di quello di la saltano come canguri per le strade di
Barcellona in direzione del 666. Uh! Uh!