sabato 30 novembre 2024

 

Images

Oggi è la ricorrenza della morte di John Lennon. Sono abbastanza convinto che Imagine sia la più bella canzone che abbia mai cullato la nostalgia, lo stato d’animo che agogna a qualcosa di lontano, un’utopia che a noi gente d’oggi non sarà concesso di vedere ma soltanto, appunto, immaginare. Fatta questa debita premessa e tralasciando quel che resta della monumentale storia artistica di John, voglio inoltrarmi nell’analisi di un paio di reazioni istintive che mi suscitano la vista di lui. Principalmente la sua faccia in filmati e fotografie mi muove una subitanea antipatia e mi domando dunque da dove provenga questa avversione assolutamente spontanea. E’ facile rispondere. La sua fisionomia appartiene (non uso il passato poiché la sua presenza nel mondo è assai più viva di quella di tanti esseri considerati viventi) appartiene ad un gruppo fisiognomico umano circoscritto nel mio schedario mnemonico, schedario paradossalmente de- materializzato e decantato in puri istinti. Chissà quale bambino, non della mia strada in quanto nessuno dei miei compagnucci abituali somigliava a lui, mi fece allora quel qualche dispetto per il quale quel viso, da li in poi, mi avrebbe generato alla sua vista quel vago malessere. Questa fantasia venne in seguito supportata da una nuova conoscenza postadolescenziale per la quale nutrii una nuova repulsione essendo costui il fidanzato che in ordine di tempo mi precedette nelle grazie di una fanciulla della quale ero particolarmente infatuato. Per la cronaca il tizio riusciva antipatico anche a lei, come ebbe occasione di confessarmi più volte. Ma come se non bastasse, tutta questa fantasia venne in seguito corroborata da una più concreta esperienza data dall’ascolto della registrazione di una lunga sessione di prove poi, per convenienza di molti, pubblicata. La band ripete fino alla nausea l’inizio di Stepping out. Come un mantra ruvido le parole Woke up this morning - blues around my head, ti circolano senza sosta nella testa. Non gli piace, si ferma, riparte, non gli piace, si ferma, ricomincia, intanto la impara, si ferma, riparte. Così per un’ora. Io sono un batterista. Se avessi avuto a che fare con un leader così legato a quei meccanismi pappagalleschi dovuti a chissà quali vizi o insicurezze, ma principalmente a quel meccanismo assicurato che tutti, comunque, sono li a tua totale disposizione, l’avrei mandato a quel paese. La dittatura sembrava uscirgli da tutti i pori. A John Lennon! Krishnamurti ci insegna a rilevare le immagini create dall’osservatore e proiettate sull’oggetto osservato. Cerca di dissuaderci con tenacia dal perseverare in questa abitudine distruttiva che sta alla base dell’incapacità umana di elevarsi dal fango della sua miseria e di sbocciare in quel meraviglioso fiore di loto che da quel fango dovrebbe trarre vivanda. Appurato dunque che la mia principale antipatia nei suoi confronti era mossa dall’immagine arcaica del bambino dispettoso e da quella del fidanzatino arrogante che mi precedeva nella lista degli amori della mia ragazza, non resta che demolire le immagini in questione. Il solo averne portato a galla l’origine dovrebbe averne già minato la consistenza. Epurate le immagini resta però la testimonianza sonora, e quella, nel limite sacrosanto della verità artificiale di una registrazione magnetica. Fatto! Anche questa si è praticamente auto smantellata soltanto ad evocarne la falsità. Nella registrazione di una voce, la verità corporea umana è ridotta al lumicino. Come dire: - Quello nella fotografia sono io? - tanto per concederci un termine di paragone. E chi di noi in gioventù non si è fatto una scorpacciata di risate ascoltando la propria voce registrata. Fra quelle risate persisteva nebulosa la fatidica domanda: - Ma quella voce è la mia? -. E questo paragone torna ulteriormente utile alla demolizione dell’immagine che si pone fra osservatore e cosa osservata. Quello nelle foto, indiscutibilmente, non è lui. Meditate gente, fate il vuoto e godetevelo, non fate il mio stesso errore.

Nessun commento:

Posta un commento