martedì 1 agosto 2023

Cinzia

- Tucullalà, tucullalà, tucullalà, tucullalà - saltellavo giù per la strada della villa canticchiando quel ritornello che mi aveva messo in testa il moretto ricciolino. Il moretto ricciolino sarebbe potuto sembrare un animale abitante della villa stessa piuttosto che un bambino di salita della Bella Giovanna. La villa era stata riordinata da poco. I giardinieri del comune avevano potato la vegetazione che fino a pochi giorni prima cresceva esuberante e svergognata oltre i bordi delle aiuole trabordando sulla via. Gli operai avevano asfaltato la strada che percorreva il giardino, i fabbri avevano sistemato i cancelli e le reti che delimitavano il parco e i decoratori li avevano verniciati di un bel verde scuro. Noi di via Ravenna la preferivamo com’era prima. Quando era abbandonata a se stessa, coi cancelli arrugginiti, scassati e incatenati, le ringhiere scrostate e sradicate qua e la dai muri il cui intonaco sbriciolato mostrava le pietre antiche e la malta sgretolata. Allora era il nostro regno. Scavalcavamo le reti attorcigliate lasciandoci agganciati brandelli di calzoni e di magliette, ci sparpagliavamo per quel paradiso che non aveva più segreti e che si prestava, complice, a diventare una giungla esotica o un’isola tropicale. Li, sotto gli enormi platani antichi, costruivamo senza sosta una capanna fatta di rami di sambuco e frasche d’alloro intrecciate. Quella capanna vedeva la sua eterna edificazione anche sulle terrazze dei fratini e si spingeva talvolta fino ai boschetti di Granarolo o a quelli di villa Rosazza, una specie di Finisterre nostrane ed infantili. Essa dava sfogo alla nostra creatività manuale e ricetto alle nostre fantasie avventurose, era teepee, fortezza o bunker, quartier generale, prigione o castello di prora d’un galeone. Di solito bastava poco più che un soffio di vento per raderla al suolo ma rinasceva come se il suo destino fosse quello di reincarnarsi senza posa. Era li, in attesa che diventassimo banditi di Robin Hood ma in quei giorni eravamo impegnati su un fronte più aperto: il campionato di calcio. Andava così, a rotazione; la villa veniva abbandonata per giorni quando la fantasia ci portava altrove, per esempio se veniva fondata una setta che aveva sede nella “galleria”, luogo oscuro e polveroso nelle fondamenta dell’ultimo caseggiato della strada, e che aveva come nume un grosso cilindro di motocicletta che di nome faceva Kontrol, collocato in una nicchia ed il cui sacerdote era un enorme gatto nero spelacchiato che la nostra classe intellettuale, composta da Maurizio, Luciano e Zinzi, aveva battezzato Pantergat. Ora era il campionato di calcio che, con enorme fatica e tanta diplomazia, eravamo riusciti ad organizzare fra le squadre delle vie del quartiere che ci faceva disertare la villa ed ancor più il fatto che l’avremmo trovata aperta al pubblico e non più esclusivamente nostra. Era giugno, la scuola era finita ed essendo uscito presto e non avendo trovato ancora nessuno in via Ravenna, avevo pensato di fare un salto nella villa appena riaperta al popolo e scendere in fondo, fino al campetto di calcio che era stato allestito nuovo nuovo. Saltellavo canticchiando “tucullalà” sull’asfalto immacolato con la testa per aria a guardare il cielo azzurro fra le chiome degli alberi quasi non fosse necessario guardare dove mettevo i piedi. Il parco era come un’emanazione della nostra mera esistenza, come un’estensione del nostro corpo e dei nostri sensi. Ne conoscevamo ogni angolo o anfratto quando ancora era diroccato e selvatico. Adesso, tutto lindo e disciplinato, era uno scherzo percorrerne i quattrocento metri della via principale, si sarebbe potuto fare ad occhi chiusi. Arrivato in fondo vidi il campetto da pallone. Era magnifico. Piccolo ma allo stesso tempo immenso per degli gnomi come noi che avremmo potuto giocarci in ventidue più l’arbitro. Anche qui il pavimento era d’asfalto ma con le righe segnate in terra. Le porte bianche quasi luccicavano riflettendo i raggi del sole che filtravano fra le foglie dei platani. Tutt’intorno correva una rete altissima d’un verde scuro scintillante che avrebbe impedito al pallone di volare fuori. Arrampicandosi sulla rete poi, si sarebbe potuto raggiungere il primo palco degli alberi e sedersi sulla sella dei rami grandi per guardare le partite da dieci metri d’altezza. Nel campetto non c’era ancora nessuno. Pochi sapevano della novità. La prima persona che vidi era una signora che prendeva il fresco e l’aria buona all’ombra spingendo avanti e indietro la carrozzina con dentro il suo bambino. Una manna per le casalinghe dei dintorni. Osservavo il campetto già immaginando partite di pallone infinite nelle quali l’Olympic, la nostra squadra di via Ravenna cui, manco a dirlo, il nome era stato dato dalla trinità Maurizio-Luciano-Zinzi, vinceva inesorabilmente ed io non ero più il grande, misero, numero due bianco cucito sulla meravigliosa maglietta azzurra ma, grazie ad un qualche exploit singolare quanto acrobatico, venivo promosso seduta stante a centrattacco e riempivo la porta avversaria di goals. Sognavo. Ancora rapito da quel trionfo si fanno strada attraverso le mie orecchie strida gioiose di bambine. Saltello giù verso l’area dei giochi: - tucullalalà, tucullalà.. -. Su una prima terrazza uno scivolo azzurro e rosso alto circa cento metri, dalla lamiera sfolgorante torreggia su una vasta piazzola con ben tre giochi diversi: un’arco, un ponte ed una capanna. Grandi, tutti fatti di tubi di metallo coloratissimi, popolano lo spiazzo sotto la terrazza dello scivolo. Di lato, sotto il muraglione, una fila di panchine ospita adesso una sola signora bellissima. In realtà è una ragazza, ma grande. E’vestita di nero, porta i calzoni e una canottiera, ha la borsa poggiata li di fianco e sta leggendo un libro. Dentro i tubi arancioni della capanna ci sono due bambine, una piccola piccola e l’altra un po’ più grande. Quella piccola strilla di gioia appesa alle ringhiere e l’altra, come una piccola madre in erba, la bada diligentemente. Quella grande ha i capelli castano chiari lisci e tagliati corti sulle spalle, un cerchietto le sgombra il viso su cui luccicano due occhi turchini: è la ragazza più bella del mondo ed io cado folgorato d’amore, supremo, totale. Un attimo dopo sono anch’io nella capanna lanciato in una dimostrazione di maschia abilità nel serpeggiare fra i tubi, salendo e scendendo, strisciando come una biscia, torcendomi tanto da apparire prima sotto e poi sopra e di lato e fuori e dentro e tutt’intorno. Questa eroica dimostrazione incanta le ragazze, la piccola gorgheggia strida di piacere e ride, la grande, la mia dea magnifica, non proferisce verbo, le labbra stampate in una O, gli occhi come due fanali sgranati a seguire le mie contorsioni. Ma per poco. Il tempo di riaversi dallo stupore ed eccola li a fare lo stesso, più biscia di me. Si arrampica fino in cima si lascia scivolare in fondo mi segue senza sosta in ogni contorcimento. E’ amore a prima vista, un colpo di fulmine, un amore sudato, felice, audace e caparbio come non s’era mai visto prima. A un bel momento spuntiamo in cima emergendo contemporaneamente fra la singola fila di tubi che fa da colmo alla capanna. Ci troviamo faccia a faccia. Accecato dagli occhi della fata turchina rischio di precipitare, ma è solo un momento: - Come ti chiami? – le faccio, e lei : - Cinzia… -. Il mondo adesso è lontano un milione di chilometri. E’ lontana la sorellina, è lontana l’Olympic, è lontana la zia sulla panchina, è lontana perfino Paola, la mia compagna di classe della quale sono innamorato da sempre e che quando siamo andati con la scuola a visitare la Michelangelo, speravo che cadesse in mare per potermi gettare dietro a lei e salvarla, siccome avevo da poco imparato a nuotare. Volteggiamo e serpeggiamo per tutta la capanna poi ne usciamo e ci avventuriamo sul ponte che assomiglia ad una immensa panchina anch’essa composta di tubi ma, a differenza della capanna, questi sono bianchi e azzurri. Le nostre piccole dimensioni di bambini ci facevano percepire quelle strutture come immense, altissime quando invece l’impalcatura del ponte sarà arrivata si e no all’altezza della testa della zia che adesso aveva lasciato il suo libro e si era alzata per studiare un po’ più da vicino quell’intruso che metteva a repentaglio l’incolumità delle nipotine e, stabilito che non c’era pericolo di sorta, se n’era tornata alla sua occupazione. Le mani ci bruciavano a suon di appenderci ai pioli di ferro ricoperti di vernice che faceva sudare i palmi e le dita ma la gioia che procurava quel volteggiare appesi come scimmie era così grande da non farcene render conto. Fra le risate era tutt’un raccontare di partite di pallone di giochi di bambine e di noie scolastiche appena annegate nel mare vasto dell’estate appena incominciata. Uno straziante – Ahiaaaa! - seguito da un pianto dirotto e un gran singhiozzare lacera l’aria e spaventa gli uccelli della villa che tacciono un momento. La piccoletta è scivolata dai ferri tentando di seguirci su per il ponte. Ha dato una gran facciata sull’asfalto. Cinzia accorre la rimette in piedi, la consola come una madre premurosa, le riempie il viso di bacini amorevoli, la stringe e le sussurra paroline di conforto nelle orecchie. Anche la zia si avvicina e da il cambio al mio angelo nel consolare la sorellina che adesso ha smesso di singhiozzare. La prende in braccio e se la porta alla panchina. Finalmente soli! La terza struttura di ferro è un semplice arco che si innalza ad un paio di metri dal muro di contenimento del terrapieno dello scivolo li sopra. Mentre la mia bella fa la biscia fra i tubi io studio un piano per sorprenderla definitivamente con le mie capacità acrobatiche. Il muretto sarà alto un metro e mezzo e l’arco un paio di metri. I due elementi sembrano disposti ad arte per permettere con un balzo di saltare dall’uno ed aggrapparsi all’altro come farebbe un trapezista al circo. L’idea è un po’ audace ma io sono agile come una scimmia e raramente ho fallito una sfida atletica, non per niente, dopo Maurizio, Luciano e Zinzi che sono più grandi e hanno gioco facile, nella classifica dei più agili vengo io; un quarto posto che vale come un primo. Solo Emilio mi batte nella corsa ma solo in salita perché lui ha le gambe più cicce e forti che in salita funzionano come dei pistoni ma io sono più leggero e un po' più lungo e in discesa letteralmente volo. Ora sono sul muretto e sto valutando la distanza che mi separa dall’arco. Apprensione. Mi sembra un po’ troppo lontano ma non del tutto irraggiungibile. Il quid che potrebbe mancare al raggiungimento della meta mi viene fornito in abbondanza dalla mia musa. Lei è li, non ha occhi che per me, per le mie circonvoluzioni, è come se io fossi il suo dio e lei la mia sacerdotessa e quello che sta per succedere non sia che la prova suprema del rito sacro che va compiendosi sotto le chiome degli alberi. Saldo sui garretti, in perfetto equilibrio, gli occhi fissi al tubo di metallo, l’intero mio essere partecipa della fisica universale nel qui e ora più assoluto che prepara il mio corpo al volo. Nell’animo un misto di paura e di sfida, sulla pelle la carezza dello sguardo turchino della pupa estasiata. Il mondo ammutolisce per un istante incommensurabile finchè un segnale dalla provenienza insondabile scaturisce nei miei nervi ed io mi lancio in volo e mi ritrovo sospeso nella sfera luminosa dell’amore totale.Le mie mani raggiungono il tubo  in perfetta simmetria e tempismo, lo afferrano, il corpo si allunga elastico al di sotto dell’arco e già una gioia completa si va spandendo sui nostri volti quando un piccolo dettaglio non calcolato, una minuzia, sfuggita alla precedente consapevole rassegna dell’imprescindibile necessario all’atterraggio, si rivela fatale al completamento dell’impresa: le mani sudate. Quando il mio corpo, sotto la spinta centrifuga,  si trova orizzontalmente teso, le dita umidicce perdono la presa scivolando sul metallo verniciato. Vedo il cielo fra le cime degli alberi, per un istante incontro gli occhi sgranati di Cinzia che da stupiti dalla meraviglia si fanno sbarrati dall’orrore, vedo poi la punta dei miei piedi e il ponte azzurro e bianco che si avvicina. Sto volando. Fra il distacco delle mani e l’atterraggio sull’asfalto un lampo di vergogna si fa strada nel vuoto cosmico che è in me. Ecco, l’avevo quasi in pugno, io temerario, invincibile, spericolato; non poteva che cadermi fra le braccia come succedeva in tutti i film d’amore che guardavo accoccolato fra le gambe di mia madre; come sognavo la sera abbracciando Paola nel mio cuscino e coprendola di baci prima di addormentarmi. Ed ora più niente. Lei avrebbe riso di me e sarebbe tornata a giocare con la sorellina. Io me ne sarei tornato a casa affranto, con la schiena scorticata e non avrei più avuto il coraggio di metter piede nella villa per chissà quanto tempo. L’atterraggio manda in frantumi le mie meditazioni. Il colpo non è poi così forte ma la schiena carteggiata attraverso la maglietta dai sassolini neri dell’asfalto, brucia, anche se non così tanto quanto l’onta del fallimento. Per un istante vorrei essere morto. Chiudo gli occhi, le chiome degli alberi sono inghiottite dal buio, il canto degli uccelli affoga in un lieve ronzio che pervade le mie orecchie. E poi accade il miracolo Sento due braccia sottili, morbide e forti che mi circondano le spalle e la testa sollevando appena il mio torace. Apro gli occhi e ciò in cui annegano è il lago turchese degli occhi misericordiosi della mia salvatrice. Angelo pietoso a sostegno delle spoglie del suo sciagurato Icaro, bambina   materna, Tosca implume. Le dolci mani leniscono le piaghe e io dimentico la disfatta e penso che per esser così soccorso mi getterei in volo cento volte al giorno dai muri, dagli alberi, dai ponti, dalle rocce, dai giochi più alti. L’angelo si stacca da me e corre a chieder soccorso alla zia che un po turbata osserva la scena. Sta per alzarsi e già la sorellina freme per raggiungere il luogo dell’incidente e vedere da vicino l’effetto che fa precipitare da un metro e mezzo a corpo libero senza rete. Impensabile che io resti li a terra moribondo ad intrattenere il gineceo. Con un balzo sono in piedi e come se niente fosse mi arrampico sul ponte e riprendo a volteggiare indefesso. I graffi sulla schiena pizzicano un po’ ma sono anche sorpreso della capacità del mio corpo di assorbire le ingiurie. Le tre ragazze poi, che guardano in su, valutando ognuna a modo suo il miracolo del Lazzaro già dato per morto, sono sorprese  dalle evoluzioni del convalescente e allo stesso tempo rassicurate. La zia si accende una sigaretta e torna al suo libro perché nel frattempo la piccola, avendo trovato in me un traumatizzato sodale ha finito anche lei di frignare per la facciata di prima e mi raggiunge al ponte per riavventurarsi nei serpeggiamenti. Cinzia poi corre e si arrampica sul ponte dalla parte opposta alla mia e appesi per le mani come gli oranghi ci veniamo in contro raggianti. Quando siamo faccia a faccia ci spostiamo di lato e ci oltrepassiamo ma quandoil suo viso è davanti al mio le spiaccico un bacino al volo che lei non rifiuta ma ricambia spensieratamente. Chissà se è arrossita, chissà se sono arrossito? Siamo così eccitati e accaldati dal gran muoverci che sarebbe impossibile leggere sui nostri volti un’emozione diversa da quelle del gioco. Forse quel ricambiare il mio bacio, per lei, era solo uno stare al gioco, era solo dimostrare di saper far la sua parte a tennis o a ping pong. Povero stolto, mi crogiolo nel dubbio anziché godermi il momento. Oppure fa tutto parte del gioco dell’amore? Quel dubitare è ancora più saporito della certezza. Ma la vera certezza sta nel nostro ridere, nel nostro gridare, sudare, nel calore della pelle, nel respiro veloce, nel battere dei cuori minuscoli alla prova delle grandi emozioni, nei nostri piedi che dondolano nell’aria e nelle mani che bruciano.

Trascorse così una settimana. Tutti i pomeriggi saltellavo fino in fondo alla villa e passavo il mio tempo insieme a Cinzia. Restavo finchè, verso l’ora di cena, la zia raccoglieva la famigliola e se ne andavano a casa. Una sera l’avevo seguite di nascosto. Abitavano in un bel palazzo proprio sopra il giardino in cui giocavamo. Si usciva dal cancello meridionale della villa e si salivano alcune rampe di scale fra muraglioni e terrazze ricche di vegetazione. Era una specie di  viottolo esotico, una scorciatoia alla via principale che portava all’asilo della zona. Quel posto sulla collina di fronte al mare sembrava, pur essendo nel cuore della città, un posto di campagna, una specie di paradiso. L’asilo pareva appartenere ad un mondo incantato. Era un edificio che avrebbe potuto scaturire dalla mente di un Dalì o di un De Chirico, una villa nobiliare delle alture dalla cui terrazza si dominava il porto con la sua lanterna e il mare, a perdita d’occhio. I bambini che erano nati nel cerchio delle ville erano andati tutti all’asilo li. Bianco, verde e azzurro. L’edificio e i grembiulini, la vegetazione, il mare e il cielo. Fortunati. Molto fortunati. Probabilmente anche Cinzia era andata all’asilo li e un po di mare e un po’ di cielo erano rimasti nei suoi occhi e un pò di sole le si era imbrigliato nei capelli.   

- Cincia! ‘ndiamo alo sivolo – Gridò la cucciola correndo verso di noi, ancora incapace di articolare bene le parole. Tutti e tre filiamo alla terrazza dello scivolo, io in testa, Cinzia subito dietro e un po' staccata la piccoletta che ha le gambe corte e fatica a starci dietro. Sulla panchina della terrazza dello scivolo ci sono una ragazzina e un bambino. Da sotto non li abbiamo visti arrivare. Stanno facendo un qualche gioco in cui il bambino che avrà cinque o sei anni subisce delle angheria da parte della ragazzina che avrà almeno una dozzina d’anni. E’ piuttosto brutta e mascolina e sembra arrabbiata e pare che ci provi gusto a far soffrire il piccoletto. Noi li ignoriamo e voliamo all’assalto dello scivolo che è veramente grande e bello e la cui lastra di alluminio sembra una cascata d’acqua luccicante in mezzo ad un arcobaleno di colori. Cinzia si arrampica rapida su dalle scale, la sorellina la segue arrancando gradino per gradino ed io, spavaldo, con una gran rincorsa risalgo il fiume luccicante come fossi un salmone e arrivo in cima appena prima di Cinzia. Sulla torretta ci ritroviamo di nuovo faccia a faccia e trafelati ci scambiamo un altro bacio gioioso. Da lassù vediamo arrivare il moretto ricciolino che a saltelli scende la strada canticchiando – tucullalà, tucullalà … - Tutti e tre in fila scivoliamo giù e  gli corriamo incontro per trascinarlo con noi fino in cima alla scaletta ma lassu ci sono i  due  estranei della panchina. Hanno occupato la torretta e hanno un aspetto bellicoso, soprattutto la grande che piantata sull’ultimo gradino ci sfida con uno sguardo da medusa. Io che procedo per primo mi blocco a metà scala e già vedo il temporale che si addensa su di noi. Cinzia e il Moretto, che mi seguono nell’ordine, fanno capolino dalle mie spalle una a destra e l’altro a sinistra; della piccola, che non è abbastanza alta, spunta la testa da sotto le mie gambe. Siamo li, tutti e quattro ammucchiati in attesa che la barbara si esprima. La sfida che ci lancia con disprezzo dall’alto della torre e terribile: - Se volete scivolare dovete chiedermi perdono! – Fossi stato solo sarei fuggito, ma qui ne andava della mia dignità. Al moretto non bisognava offrire alcuna opportunità per criticare quelli di via Ravenna e Cinzia non avrebbe potuto amare un pusillanime. In un centesimo di secondo mi proietto sulla torre, mi abbarbico alla strega, che è ben piantata sul pianerottolo le mani abbrancate alle ringhiere gialle. La mia faccia affonda fra i due seni di pietra del mostro ma la mia gamba destra l’oltrepassa sulla sinistra e spinge il suo socio, preso alla sprovvista, giù dallo scivolo. Lei lascia i corrimani e si gira per veder precipitare il suo protetto ed io, allora, mi afferro colle mani alle ringhiere, sollevo le gambe e le affibbio una doppia pedata nel sedere che la fa volare a testa in giù dietro al suo amico. A precipizio li seguiamo nella discesa per finire tutti e sei ammucchiati in una montagnola umana ai piedi dello scivolo. Noi quattro copriamo colle risa i grugniti della tiranna e i lamenti del suo vassallo e l’irruenza della nostra gioia ci rende invulnerabili. Loro sono ancora li confusi a leccarsi le ferite dell’imbarazzo che noi già, su esortazione del moretto, stiamo correndo al campetto dove, lui sostiene, c’è un pallone abbandonato e si può giocare. La zia che ci vede allontanare si alza, fa su le sue cose e ci viene dietro sistemandosi su una panchina che campeggia sulla terrazza che domina il campetto, il che dissuade il nemico dal seguirci. Colla coda dell’occhio ne controllo i movimenti. Non sia mai che volessero ancora insidiare la mia bella e la mia banda, io sono il più grande ed è come se ne fossi il capo, soprattutto dopo la grande vittoria dello scivolo. La mia protezione è forte e magnanima e nell’animo mi sento orgoglioso e felice, salvo il fatto che spero con tutte le mie forze che la medusa getti le armi, si rassegni e torni a torturare il suo seguace, magari altrove. Ora giochiamo a pallone. Meglio, io e il moretto ci sfidiamo in una specie di porta a porta a quattro e le ragazze partecipano come possono. Neanche a dirlo io e Cinzia facciamo squadra. Lei non è male, si arrabatta come un maschio e insegue la palla senza prender fiato che ne ha da vendere. Infila anche un paio di staffilate nella porta del Moretto facendo fare bang al muro di dietro, che le porte veramente non hanno rete. Niente male la ragazza, la mia ragazza. La piccola arranca dietro la palla, ogni tanto stracciona in terra ma si rialza senza un lamento ne una lacrima finchè una pallonata di Cinzia non le si stampa sul muso e scoppia in lacrime infilando il cancello e correndo dalla zia. Pugno (che dalle nostre parti significa tregua, sospensione).

Io e Cinzia ci sediamo sul muretto che circonda il campetto dal lato della villa, le schiene sudate appoggiate alla rete verde. Passare dall’impeto sportivo al linguaggio codificato delle effusioni amorose è un nulla. Il moretto ci raggiunge e ricava dai nostri sguardi e dai cinguettii che siamo senza dubbio fidanzati e che presto ci sposeremo ed avremo un sacco di bambini. La cosa lo diverte e col fiato ancora grosso della partita ci canzona così: - Cinzia e Bruno son fidanzati… Bruno e Cinzia son’innamorati… -  intonando una cantilena inesauribile. Mai canzone più bella fu ascoltata dalle  mie orecchie. La gioia nell’udire quelle parole che notificavano in tutta la loro evidenza i fatti era ombreggiata soltanto dalla sensazione del dubbio che per Cinzia non avesse potuto essere esattamente così. Il moretto stava dicendo la verità ma era una verità che risultava chiara e indiscutibile soltanto per me. Lei, nonostante tutte le effusioni, nonostante tutte le vibrazioni amorose che trasmetteva al mio corpo innamorato che le riceveva come un’antenna, non aveva fatto alcuna dichiarazione ufficiale dei sentimenti che provava per me, anche se essi erano più che evidenti. Ma avvenne il miracolo. Ella non negò. Fu la prima a rispondere agli incitamenti scherzosi del moretto, e non lo smentì. Non contestò le sue affermazioni ma iniziò una cantilena inestinguibile colla sua voce argentina  che si sovrapponeva più alta a quella del moretto e che diceva così : - E allora tu con Stefania?...E allora tu con Stefania?... E allora tu con Stefania?... -  

Accadeva cinquant’anni fa. Io non vivo più li da tanto tempo ma mi capita spesso di andare in città. La creuza che conduce dal porto alle ville oggi è un buon posto per parcheggiare l’auto. C’è una fila infinita di vecchi platani maestosi che ombreggiano i ciottoli e i mattoni. Alle volte anziché andare subito in centro faccio una passeggiata fra le memorie dell’infanzia e, risalendo la strada, il fiore più bello che mi si presenta per primo è il ricordo di Cinzia, Cincia come la chiamava la sua sorellina. Non le vidi mai più ma la sua luce è impressa nella mia memoria insieme alle strida di rondine dell’affanno del gioco. La zia finì la sua settimana di ferie e nessuno le portò più ai giardini. Salendo un po’ più su, vicino al campetto sento ogni volta il moretto che canta: - Tucullalà, tucullalà…- e mi sembra di vederlo saltellare spensierato verso i giochi.

 

28 luglio 2023   

 

 

 

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